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L’epicrisi ai tempi del virus. (271).

di Enzo Di Giovanni

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La cosa più difficile è separare i giorni dalle notti, e poi distinguerli, gli uni dagli altri.
Quando Bauman elaborò il concetto di società liquida suppongo che non avesse come paradigma i tempi che viviamo.
Nella società liquida mancano riferimenti: siamo immersi in una soggettività indistinta, tutta forma e niente sostanza, in cui “il cambiamento è l’unica cosa permanente e l’incertezza l’unica certezza”.
L’individuo, strano essere fintamente sociale, che riconosce i suoi simili solo perché in competizione continua con essi, ma incapace di fermarsi ad osservare la vertigine del mondo perché terrorizzato dalla paura di naufragare.
Mi si affacciano alla mente due brevi storie, raccontatemi non ricordo da chi, né quando.

Nella prima, un gruppo di esploratori nella foresta amazzonica. I portatori indigeni, fermi, dopo qualche giorno di viaggio senza soste. Fermi per uno, due, tre giorni. Inutili le rimostranze e le suppliche del capo spedizione, risibile il tentativo di offrire denaro per ripartire subito.
Semplicemente, a un dato tempo, il gruppo riparte, senza alcuna parola.
Quando, al termine della giornata si accampano per la notte, il capo spedizione non resiste e chiede lumi.
Risposta, con lo sguardo sconcertato di chi si rivolge a un ragazzino impertinente: “Ma davvero non vi siete accorti di nulla? Stavamo andando troppo veloci, ci siamo dovuti fermare per aspettare la nostra anima, che era rimasta indietro”.

Altra storia, questa volta local: un imprenditore in vacanza a Palmarola, ospite in una delle poche abitazioni esistenti, trascorre una notte insonne. Per dormire, la notte successiva lascia leggermente aperto il rubinetto del bagno, a gocciolare. E finalmente dorme, avendo coperto l’insopportabile suono del silenzio.

In questi giorni, con il senso dell’incertezza reale come non mai, abbiamo superato, di slancio, quello del cambiamento.
Un cambiamento non più nelle cose da consumare in una vita nevrotica e “produttiva”.
No. Un cambiamento dell’adattarsi a vivere nel silenzio, nel non fare, ma al contempo costretti a fare i conti con noi stessi. Ed essendo indefinito il periodo di tempo che dovremo vivere ancora così, non potremo a lungo ingannarci.
Il silenzio evoca silenzi e cerca complici, come ci racconta Tano nella Casa del silenzio.

Le giornate ai tempi del coronavirus sono piene di paradossi. Non potendo stare con i nostri simili, avvertiamo finalmente la necessità di riconoscerli, e di riconoscerne l’esistenza.
Perché quando perdi le coordinate della vita conosciuta, hai bisogno di “riformattarti”, di reinventare il tempo, come fa Pasquale in Io penso… dal cartesiano “cogito ergo sum”, anche attraverso i ricordi.
O di dare il senso alle piccole cose, che piccole non sono, quando abbiamo la capacità di ascoltare Le cose belle al tempo del Covid-19.
Non solo ascoltare un brano, come Una canzone per la domenica (87). Adda passa’ ’a nuttata, che stavolta su proposta di Rosanna è un pezzo alquanto simbolico come Terra mia di Pino Daniele.
Anche le immagini, le storie, esprimono il piacere di un contatto, ora che sono proibiti quelli fisici, come la bella testimonianza di Simona in La posta dei lettori. Un apprezzamento al tempo del Covid-19.


L’orgoglio di una appartenenza, il potere evocativo che si materializza anche, soprattutto nell’assenza, lo viviamo nella tradizionale festività di San Giuseppe, la festa che apre alla primavera, al risveglio, che quest’anno non si è ancora svolta. Ne parla Luisa in San Giuseppe, anche a Ponza festa rinviata, Anna Maria in San Giuseppe in quarantena, e Martina in San Giuseppe (… to be continued). In tutti questi scritti si trasmette l’attesa del primo maggio, quando si spera possa essere recuperata; un’attesa fertile, viva.
Ci sono altre cronache. Quella di Sandro V. in Cronache da Ponza al tempo del Covid-19 (9) è un frammento di vita di frontiera, tra una quotidianità fatta di attesa e speranza, e l’immagine iconica dell’esercito a Bergamo, una delle immagini terribili, forse la più forte, di questo guerra silenziosa.


Il meglio dai media (5). Ogni morto era una persona, dà voce, attraverso uno scritto di Michele Serra, corpo, anima al dolore che non si riesce nemmeno a rappresentare, ad umanizzare.
#Restoacasa (a tampasiàre) ci dona un’altra immagine di quotidianità, questa volta isolana, in uno spaccato quasi musicale, in cui si gira a vuoto, come a vuoto sembra girare spesso la vita di questi giorni.
Una riflessione, sulla provvisorietà della stessa esistenza, e della bellezza insita in tale provvisorietà, ce la offre Silverio in Albero in fiore.

Altra riflessione ce la propone uno scritto di Roberto Buffagni: Il meglio dai media (4). Coronavirus. Due strategie di gestione a confronto: interessante analisi del diverso approccio al coronavirus di Paesi solo apparentemente lontani come Italia e Cina, rispetto a Paesi di cultura anglosassone.
Un approccio ragionato su Momenti pestiferi ce lo offre Nazzareno Tomassini: l’uomo da sempre convive con le epidemie, di cui tende ad avere scarsa memoria, ma i comportamenti ne tracciano copia indelebile nel Dna.
Come sopravvivere in casa tra madre e figlio ai tempi della quarantena? Ce lo raccontano Federico e Silveria, con tratto leggero e ironico, quanto basta, appunto, per sopravvivere in un Interno ponzese.


Il dottor Biagio Vitiello va in pensione. Tanti anni di stimato servizio per la collettività, e qualche polemica. Tutto raccolto in Il dottor Biagio Vitiello va in pensione. La lettera di commiato ai suoi assistiti e La risposta del sindaco Francesco Ferraiuolo alla lettera del dottor Biagio Vitiello.
Vi invitiamo a leggere Covid-19. Le considerazioni di un medico del sud pontino, uno scritto di Francesco Carta che rappresenta una lucida e interessante riflessione su come si sta gestendo l’emergenza sanitaria nella nostra zona.


Terminiamo con Il primo giorno di primavera. “Aglio, menta e basilico”, con cui Tano ci propone la prosa di Jean-Claude Izzo, scrittore figlio del Mediterraneo, dei suoi sapori e della sua cultura, che a noi di Ponzaracconta piace, e molto.
“Perché oggi è iniziata la primavera. Nonostante tutto”.

 

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