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Epicrisi 251. Ponza tra identità e corretta informazione

di Giuseppe Mazzella

 

La settimana inizia con la visita e l’apposizione di una targa ricordo al Faro della Guardia a memoria dei fanalisti che vi hanno lavorato negli ultimi decenni. Un omaggio voluto dall’Associazione Eumorfia e dal suo presidente Biagio Vitiello, in collaborazione con l’Ufficio Circondariale Marittimo e autorità civili, ad uno dei simboli identitari della nostra isola.

A proposito di identità, la settimana ha esaltato le nostre origini, attraverso l’antica capitale del Regno delle Due Sicilie. Se Ponza nacque come comunità moderna, infatti, fu per volontà dei Borbone che nel 1734 decisero di farla colonizzare. Dal 1734 all’Unità del 1860, furono 125 anni nei quali la nostra isola, con Ventotene, assunse quelle caratteristiche anche architettoniche che la identifica e la rende inconfondibile.


Dei Re di Napoli e delle loro caratteristiche salienti ci parla Paolo Mennuni, rivelando aspetti poco noti della propaganda attraverso le statue e i palazzi reali. Ancora sulla “dolce Partenope” ci intrattiene Rosanna Conte, prendendo spunto da una sua visita alla mostra Napoli Napoli. Di porcellana e musica inaugurata al Museo di Capodimonte, un’esperienza coinvolgente ci assicura Rosanna (leggi qui), che descrive le sale arredate con porcellane preziose e abiti d’epoca di scena per le rappresentazioni di opere rappresentate al San Carlo, al suono di musiche scelte tra i grandi classici. E ancora oggetti d’arte preziosi che furono realizzati da una grande tradizione artigianale e che, forse non tutti sanno, concorse anche la nostra isola a provvedervi per i materiali: la Real Fabbrica di Capodimonte, infatti, si riforniva di caolino alla nostra Isola di Gavi. A coronamento degli articoli dedicati a Napoli la bella notizia del secondo posto al V concorso nazionale Premio Grimoaldo I (per la sezione in vernacolo), del nostro Alfredo Scotti con la sua Nustalgia napulitana.

Ponza però ha in sé anche altre caratteristiche identitarie, che le sono state incise dalla storia recente, quella di essere stata terra di confino. Una pagina di storia che solo da poco è oggetto di approfondimenti da parte degli studiosi locali e che ora, grazie anche al Centro Studi e Documentazione Isole Ponziane, presieduto dalla professoressa Rosanna Conte, sta sviluppando una serie di programmi che gettano nuova luce su uomini che qui confinati intrecciarono la loro vita a quella degli isolani. Un programma di rievocazioni e di testimonianze che si stanno sviluppando proprio in questi giorni con il concorso delle autorità, delle scuole e di tantissimi appassionati, locali e non.

Un aspetto identitario, questa volta culinario, è tratteggiato da Domenico Musco, che analizza la cucina ponzese nelle diverse eccellenze che ne fanno una degli attrattori più vivaci della ormai consolidata tradizione turististica.

Al giorno della ricordanza dei defunti Franco De Luca dedica una pagina di memoria familiare tra sogno e rimpianto, mentre Sandro Vitiello, a proposito di Halloween, ci racconta quelle belle tradizioni di un tempo, in cui le difficoltà della vita e una certa povertà non facevano mancare ai più piccoli la felicità di cibi gustosi preparati con cura ed amore dai più grandi. Ancora Sandro ci introduce – attraverso i versi di Antonia Pozzi, una poetessa non troppo nota al grande pubblico, vissuta nei primi anni del secolo – ad una visione dei morti come disincarnati e affettuosi partecipi delle vicende umane.
E infine, nel giorno dei Morti, dobbiamo registrare anche la notizia della scomparsa di Gigino D’Atri, storico panettiere di Ponza, giù alle Banchine.

Luciano Bernardo ci racconta questa settimana i segreti della seppia, con piglio da biologo e conoscitore dell’ambiente marino; mentre la tradizione isolana utilizza ‘a seccia’ – come modo di dire per indicare qualcuno che va all’indietro o anche contro il buon senso (oltre al più noto luogo comune napoletano di portare malaugurio, riferito al nero spruzzato dal mollusco).

Silverio Lamonica ci regala altre suggestioni di grande poesia con le sue brillanti traduzioni da Charles Baudelaire de L’Uomo e il mare, e La Nave di Charles Brent, che si ispira alla morte e che Silverio offre nella ricorrenza del 2 novembre.

C’è un’altra questione, però, che ha preso il via in questa settimana: l’informazione cartacea condizionata da interessi di parte e non libera come tutti ci auguriamo sia sempre. Lo spunto nasce dall’interno della redazione del nostro sito e cioè dall’opportunità di continuare a provvedere giornalmente ad una Rassegna Stampa che ci informi non solo sulle nostre isole, ma su quello dell’intera provincia di Latina. A parte il lavoro e i costi che ricadono prevalentemente sui nostri redattori Sandro Russo e Enzo Di Fazio, è apparso evidente che la rassegna, dedicata a quella della nostra provincia sembra avere una sola voce, non aperta a visioni diverse e/o critiche. Tutto questo ha suscitato un dibattito molto interessante che Sandro Russo ha voluto compendiare.
Il problema è di primaria importanza. Che i giornali siano “pilotati” è una verità lapalissiana, ma un tempo vi erano i giornali di partito, identificabili e dai quali ci si aspettava quello che era normale aspettarsi: una visione partitica, appunto, legittima e in sintonia con il credo della direzione centrale di appartenenza.
Vi erano, poi, altri giornali, così detti di opinione, che cercavano di raccontare la realtà quotidiana da posizioni e modi di vedere diversi. Ovviamente neanche questi erano completamente liberi, cioè comunque dipendevano da quella parte dei cittadini che si identificavano con quella testata e quindi dalla vendita dei giornali.
Con la caduta delle ideologie – se è un male o un bene sarà la storia a deciderlo – viviamo in una grande confusione generale, confusione aggravata dai bombardamenti continui degli altri mass media, ormai prevalenti, che hanno una grande influenza sui cittadini. Alla luce di tutto questo i grandi giornali, oggi, appaiono quelli più impastoiati nel politically correct di facciata e dominati dagli opportunismi.
Un mio grande maestro di comunicazione mi consigliava di leggere il giornale a cominciare da pagina nove, questo già trenta anni fa, perché quello che era stampato nelle prime otto pagine non era affidabile. Tutto questo per dire che, nonostante il grande lavorìo della globalizzazione che opera per massificare e purtroppo appiattire, esistono ancora voci che cercano di capire e di tradurre per gli altri la realtà in maniera corretta e trasparente.
In questo il nostro sito è favorito, pur essendo una piccola cosa, è libero e tiene conto delle diverse interpretazioni. Insomma non ha padroni ai quali rispondere. Ne sappiamo abbastanza delle pressioni alle quali siamo sottoposti, quando scriviamo qualcosa che il potere di turno non condivide. Di tutto questo andiamo orgogliosi, anche perché sono otto anni di fatica quotidiana che i nostri redattori e i nostri ormai numerosissimi e appassionati collaboratori dispensano gratuitamente, ma con sincera passione di arricchire il nostro patrimonio e il confronto.
In una fase storica come quella nella quale stiamo vivendo, il nostro sito rappresenta una piccola isola – non poteva essere diversamente per noi isolani – nel quale vivere e confrontarsi magari con animosità, ma sempre rispettosi del pensiero degli altri (vedi i numerosi commenti comparsi questa settimana in Rassegna Stampa).
Mi scuso della lungaggine, ma Ponzaracconta rappresenta una bella realtà alla quale tutti possono liberamente contribuire. Tra cento anni il nostro lavoro avrà una importanza notevole per chi vorrà ricostruire la storia di questi anni così complessi.

Un’ultima cosa, rifacendomi al testo di Sandro e alla interpretazione di Vincenzo Ambrosino a proposito delle Commissioni d’inchiesta, in particolare quella presieduta dalla senatrice Liliana Segre. Non è difficile dare ragione a Vincenzo: fin qui le Commissioni non hanno prodotto che risultati minimi, senza nulla o poco aggiungere alla verità delle cose. Vincenzo parla di opera di distrazione di massa dai problemi più virulenti dell’attualità. Io aggiungo che per i reati ci sono i codici che, se applicati, devono bastare in una società civile. E se non bastano significa che qualcosa non funziona nel sistema giustizia.

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