Medicina

Studiamo i ricordi…

segnalato da Sandro Russo

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Come persone e come sito siamo molto interessati ai ricordi – nostalgia, “ricordatori”… Quanto ne abbiamo scritto? E sul sito abbiamo anche raccontato una strana storia (e visto un film) che parla proprio di una proteina iniettata per far tornare i ricordi (per far diventare più intelligenti, nel film). Vi ricordate del topino Algernoon? E di Charly?


I ricordi perduti dell’infanzia: intervista a Cristina Alberini, la neuroscienziata che studia quello che abbiamo dimenticato
di Elena Dusi – Da la Repubblica online del 1° aprile 2024

“Si credeva che le memorie dei primi tre anni di vita svanissero per sempre e che l’ippocampo, un organo del cervello fondamentale per la formazione dei ricordi, fosse ancora troppo immaturo per svolgere la sua funzione. Poi abbiamo scoperto che, fin dalle prime fasi della vita, è già in grado di formare memorie a lungo termine”

“La ricchezza della vita sta nei ricordi che abbiamo perduto”. Cristina Alberini, neuroscienziata italiana della New York University, ha scelto la frase di Cesare Pavese per descrivere l’attività del suo laboratorio: studiare la memoria partendo da ciò che abbiamo dimenticato, in particolare i ricordi della prima infanzia, quelli che sembrano inghiottiti dal vuoto.

Come fate a studiare i ricordi dei bambini se sono perduti?
“Ma non sono perduti. Lasciano una traccia di sé, anche se non ne siamo coscienti. Il mio laboratorio l’ha scoperto con un esperimento sui topi. Prima si credeva che le memorie dei primi tre anni di vita svanissero per sempre e che l’ippocampo, un organo del cervello fondamentale per la formazione dei ricordi, fosse ancora troppo immaturo per svolgere la sua funzione”.
Vuol dire che siete riusciti a ripescare i ricordi di infanzia di un topolino?
“In un certo senso. Abbiamo escogitato un esperimento abbastanza complesso, dimostrando che un piccolo stimolo doloroso nei primi giorni di vita – una leggera scossa a una zampa – viene presto dimenticato, per effetto dell’amnesia infantile. La traccia di quel ricordo però, quando il topo è adulto, lo spinge in modo inconscio a evitare situazioni analoghe a quelle dolorose vissute da piccolo. È la prova che una memoria a lungo termine si è conservata. Test simili sono stati ripetuti in seguito anche sui bambini. Ovviamente non erano basati su stimoli dolorosi, ma per esempio sul riconoscimento di giocattoli. Abbiamo scoperto poi che l’ippocampo, fin dalle prime fasi della vita, è già in grado di formare memorie a lungo termine”.
Elon Musk ha già pronto un chip per ripescare i ricordi dell’infanzia?
“Non vedo cosa possa farci. È un meccanismo molto importante da studiare, prima ancora che da sfruttare. Non esagero se dico che capirlo può rendere l’umanità migliore”.
Se non abbiamo coscienza dei ricordi dell’infanzia, ci sarà un motivo, però. Non rischiamo di toccare un sancta sanctorum che deve restare protetto?
“La teoria della soppressione degli impulsi sessuali infantili di Freud è stata molto importante, ma non ha trovato conferme. Credo al contrario che studiando l’amnesia dei bambini possiamo imparare molto sui disturbi dello sviluppo nervoso, dall’autismo ai ritardi di apprendimento. E possiamo improntare meglio la pedagogia dei primi anni di vita. Sarebbe importante per rendere il nostro futuro migliore, meno gravato da disturbi psicologici”.
Consigli per genitori?
“Un buon asilo nido è fra i migliori investimenti che possiamo fare per i nostri figli. Trovo che Maria Montessori avesse capito bene l’importanza del venire incontro alle esigenze individuali, fornendo stimoli adattati al livello di crescita di ciascuno. I bambini sono molto diversi l’uno dall’altro. Bisogna osservarli, cogliere i loro punti deboli e aiutarli proprio lì, per evitargli un futuro di ansia, depressione, deficit di attenzione o disturbo bipolare. Alcuni sistemi educativi molto competitivi fin dall’infanzia, come quello americano, rischiano di creare stress che non verranno più recuperati”.
Ma a che serve sottoporre i bambini piccoli a tanti stimoli, se poi non ricorderanno nulla?
“Lo ripeto, non è vero che i loro ricordi svaniranno. Stimoli ed esperienze nei primi anni sono importanti anche per un altro motivo: fra le nostre scoperte c’è il fatto che l’ippocampo si sviluppa durante un periodo finestra. Se questa parte del cervello non viene stimolata nei primi tre anni di vita, non maturerà più, un po’ come avviene con la vista.
I bambini cresciuti nei terribili orfanotrofi rumeni durante la dittatura sono un esempio classico: solo i più piccoli sono riusciti a riprendersi, una volta adottati. I più grandi, con il periodo finestra ormai chiuso, non hanno mai superato il loro impoverimento neurologico. Sottoporre i bambini molto piccoli a esperienze, stimoli sociali, emozioni favorisce la maturazione dell’ippocampo, che è specializzato in quel tipo di ricordi che possiamo trasformare in racconti e in sequenze con un “chi”, un “cosa”, un “dove” e un “quando”. Farle vivere ai bambini e poi spingerli a raccontarle favorisce questa forma di memoria”.
Ma abbiamo capito perché esiste l’amnesia infantile, e non solo nella nostra specie?
“Il sistema di formazione dei ricordi impiega tempo a maturare. Le memorie dei primi anni di vita sono diverse da quelle degli adulti: più schematiche e flessibili, più povere di dettagli. Sono ancora delle architetture spoglie, degli archetipi di situazioni che poi crescendo renderemo sempre più complesse e particolareggiate”.
Capire la biologia della memoria ci darà modo di maneggiarla?
“Col mio gruppo abbiamo individuato una proteina – chiamata Igf-2 o Insuline like growth factor – che migliora il processo di formazione delle memorie a lungo termine. L’abbiamo iniettata nei topi con risultati molto buoni, pubblicati lo scorso luglio su Nature. Abbiamo fondato una start up per proseguire gli studi: speriamo di portarli anche agli esseri umani”.
Musk non ci è ancora arrivato?
“Non vogliamo creare super uomini, ma rimediare ad esempio ai danni dell’Alzheimer”.
Schermi e videogiochi danneggiano la memoria dei bambini?
“Non tutte le esperienze che viviamo diventano memorie a lungo termine. La maggior parte anzi viene scartata, come ben spiegava Pavese. Il processo biologico che nel cervello parte da un’esperienza e termina con la formazione di un ricordo a lungo termine impiega diverso tempo. Se la successione degli stimoli è troppo rapida, come avviene con molti apparecchi digitali, il ricordo non avrà modo di consolidarsi in modo appropriato. Avremo un’insalata di memorie confuse e sovrapposte. È quel che rischiano i giovani oggi”.
Ma il suo primo ricordo d’infanzia qual è?
“È difficile rispondere. Forse una strada centrale nel paese vicino Cremona in cui sono cresciuta. Qualcuno mi tiene per mano e io salgo e scendo dal marciapiede. Poi ricordo i pianti all’asilo, ma evidentemente avevo superato i tre anni. Non volevo proprio restarci, e più piangevo più mi facevano male i ciuffi con cui mia madre mi aveva legato i capelli”.

[di Elena Dusi, da la Repubblica online del 1° aprile 2024]

Sul sito leggi qui, e qui: Cose belle lette e viste sulla malattia mentale (1) e (2)

Immagine di copertina: da la Repubblica

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