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A Edimburgo, la casa di Stevenson (2)

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di Lorenza Del Tosto

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Abbandonata la sacca sull’ultimo scalino ce ne stiamo in silenzio appoggiati alla ringhiera a fumare. Grati di poterci guardare attorno, di studiare con tutta calma le pietre che lastricano la via, gli alberi, il taglio delle finestre, dettagli così familiari a Stevenson che di certo non li guardava neanche più di ritorno dalle sue scorribande nei luoghi malfamati che frequentava da ragazzo per nutrirsi di storie e parole, per forgiare la sua lingua potentissima e il suo peculiarissimo dialetto, e scrivere i primi versi in compagnia di ladri e marinai. O dai suoi viaggi lontano dal vento e dalla nebbia che minavano i suoi polmoni.
I nostri occhi si perdono nell’intrico di alberi notturni, gli stessi che Stevenson vedeva quando, distratto dalle sue fantasticherie, non riusciva a prendere sonno e la bambinaia lo sollevava tra le braccia e gli raccontava la storia dell’uomo che passava ad accendere i lampioni. Dicono che abbia voluto riprodurre uno di questi alberi, il suo preferito, per la copertina della prima edizione di L’isola del tesoro.
– Verrà aperta al pubblico o è una casa privata? – chiede il mio accompagnatore
E l’uomo risponde che è una casa privata. Ci spiega che sua moglie, che è architetto, deve fare dei restauri per i nuovi inquilini e così resteranno a vivere lì qualche giorno.
Ci dice che non sapeva quasi nulla di questo Stevenson, ha cominciato ad interessarsene da quando è lì – Succede spesso con mia moglie, lei rinnova ed io mi afferro al passato. Non lo conoscevo… proprio un bel tipo… Uno che scrive L’isola del tesoro e poi Il dottor Jeckyll – mormora assorto.


Ci racconta che si è messo a cercare per tutta casa, come un matto, nell’eventualità assolutamente improbabile che, dopo più di cento anni e chissà quanti inquilini, fosse rimasto ancora qualcosa di suo: quaderni, lettere, figure di cartone di un vecchio teatrino o chissà cosa altro. Ha letto quasi tutti i suoi libri, ne ha cercato le tracce per le strade. Ha scoperto un piccolo museo. Si accorge dei nostri occhi che sfavillano attenti e allora si interrompe – Anche voi allora… – mormora – Se volete scusarmi un istante…
Si alza e scompare all’interno. E talmente repentina è stata la sua uscita di scena che ci domandiamo se per caso non sia stato un abbaglio dei nostri occhi stanchi.
Ma eccolo riapparire il nostro russo, o almeno così crediamo e così lo chiameremo, la luce soffusa, che filtra dalla porta socchiusa, sembra irradiarsi dall’interno del suo corpo e accendere le vene azzurre sotto la pelle della mano elegante e lunghissima che stringe con abilità una bottiglia di whisky e tre bicchieri.


Ci versa da bere con la stessa languida indolenza con cui ci ha accolto ed in silenzio riprende a fissare la massa scura degli alberi davanti a lui.
– E si sente ancora la sua presenza in casa? – chiede il mio accompagnatore.
Oh certo… – dice l’uomo e la sua boccata di fumo si confonde con la nebbia leggera della strada – Mia moglie dice che tutti impregnano le case che abitano, ma io dico di no… io dico che sono due spiriti che vengono ogni tanto e poi se ne vanno senza impregnare niente.
– Due spiriti? – chiede il mio accompagnatore che intanto si è accomodato anche lui su uno scalino.
– Talvolta anche di più … – dice il russo riprendendo a centellinare il suo whisky – ma non danno alcun fastidio. D’altronde… – riprende crollando la testa – uno socievole come lui non è tipo da andarsene in giro da solo…


Annuiamo tutti e tre – Immagino che torni ogni tanto a fare qualche discussione con suo padre. L’ingegnere, il costruttore di fari, da generazioni in famiglia si costruivano fari, e li hanno costruiti anche dopo fino al ’900, e poi è arrivato lui e ha detto che non se la sentiva… che lui voleva scrivere
La conosciamo questa storia. E il padre lo aveva pregato che prima studiasse da avvocato e poi scrivesse quello che voleva scrivere. E così è andata. E lui andava nelle aule di Diritto, a scrivere versi, a riempire pagine e pagine dei suoi taccuini. Books of original nonsense. Come li chiamava. E quando altri gli chiedevano se avesse preso gli appunti della lezione, lui rispondeva che preferiva dedicare il suo tempo a scrivere assurdità di suo pugno. Piuttosto che trascrivere quelle dei professori.
Il russo ci dice di aver cercato quei taccuini in tutta casa. La moglie ha detto che molti sono stati venduti all’asta soprattutto negli Stati Uniti.
– Quelli comprano tutto, ce ne sarà una anche la settimana prossima… – ci comunica sconsolato – batteranno lettere di Stevenson e una lettera di auguri di Natale di Dickens. Vendono tutto… disperdono tutto… – mormora.


Il mio accompagnatore gli offre una sigaretta delle sue. Io sono tentata di battergli una mano sulla spalla, e invece dico: – E comunque i fari gli sono serviti, poi… Suo padre lo portava con sé nelle ispezioni sulla costa o nelle isole, a vedere i fari in costruzione, gli è venuta la passione per il mare e quelle sono diventate le ambientazioni dei suoi romanzi. Racconto d’un fiato – Viaggiavano molto e Stevenson ha iniziato a scrivere cronache di viaggi. Il primo in canoa, il secondo a dorso d’asina…
– Lo so bene… – sospira l’uomo – e a forza di viaggiare ha conosciuto un’americana, con tanto di prole e dieci anni più vecchia di lui. E quando lei ha divorziato, è andato fino in America per sposarla e così si è giocato la salute per sempre… tutta la traversata in mare e poi in treno fino alla California, è arrivato che era quasi morto…
L’espressione disperata dell’uomo ci strappa un sorriso
– Ma è stato dopo, con lei, che ha scritto i suoi libri migliori… – esclamiamo noi.
Il russo rimane in silenzio pensieroso.
– Ci sono donne che ti rovinano, per cui te ne vai fischiettando verso la tomba, e pure ti accorgi che è con loro che hai cominciato a vivere – il suo sguardo trasognato sembra fuggire verso l’interno della casa, da cui emana una luce caldissima, come una promessa, un miraggio forse, di salute e conforto e calore.
Per un istante una nuvola copre la luna bianca, grande e tonda e la massa degli alberi davanti a noi sembra farsi più fitta, più cupa e informe.
Quando era grandicello ormai, abbiamo letto, e gli incubi tornavano di notte, l’unica persona che potesse liberarlo dalle ombre era suo padre. Il padre che tanto lo contrastava era l’unico che potesse consolarlo di notte. E l’ultimo romanzo che stava scrivendo a Samoa, quando è morto e sarebbe stato il suo capolavoro, dicono, parla del rapporto doloroso tra un padre e un figlio. Tra il faro che aspetta immobile sulla costa e il veliero che infaticabile solca i mari…
Il russo deve saperlo per certo.

[A Edimburgo, la casa di Stevenson (2) – Continua]
[Per la prima parte: leggi qui]

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