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’Mmaculata. (3). Verso l’uscita dallo stato di minorità

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di Rita Bosso

Mattei. Batteria Leopoldo

 .

– Neanche  la chiesa ci stava, quando sono arrivata qua – riprende  ’Mmaculata.
– Per forza, addò nun ce stann’ campane, nun ce stann’ puttane – ride Federigo.
Neanche la chiesa… quella che chiamavamo ‘Chiesa’ era niente di più che ’na ’rutticella malandata, ma era l’unico posto in cui ritrovarsi, in cui sentirsi parte di una comunità, dunque pure quelle come me ci andavano, almeno nelle feste comandate, almeno alle veglie.
Sai come si dice,
l’abbetiello è piccirillo ma è chino ’e divuzione.

Io sbarcai e mi misi in cerca di una grotta; la trovai subito, asciutta, ben esposta, vicina alla baia; avevo bisogno di scendere alla marina e scambiare due chiacchiere, mi pareva di uscire pazza in quel deserto di terre e di caverne, dove ogni tanto vedevi sbarcare un gruppo di pezzenti che subito andavano a occupare qualche moggio di terra, una grotta e, da quel momento, non li incontravi più: da cristiani che erano, al momento dello sbarco, diventavano nel giro di poche ore conigli, rinchiusi nel loro fosso fino alla fine; ne sarebbero usciti solo morendo e, per l’occasione, avrebbero avuto il privilegio di un po’ di compagnia, di un corteo che li avrebbe seguiti fino al cimitero, fino al fosso definitivo.


- Ma tu perché sei arrivata qua? – domanda Federigo.

Perché Ponza è feudo farnesiano, te l’ho detto, e c’è diritto d’asilo. Ma è storia lunga Federi’… tu pensa a cucinare ’stu fellone. È femmina, piena di uova … va’ Federì, apri la coccia del fellone e mettila sul fuoco; magari non ti riempi la pancia ma ti consoli, a sucarti le cianfe una a una!


Federigo entra e esce dal magazzeno, mentre il fellone cuoce; ’Mmaculata rievoca il suo arrivo qua, una quindicina d’anni fa, sola, ancora ragazza, e scansa qualunque domanda sui motivi che l’hanno spinta a partire, forse a scappare.

– Che stavo dicendo? Ah, come si campava qua quando sono arrivata…
’i vvarche erano abbastanza riparate qui nella baia, tranne che dal vento di levante; io scendevo giù alla marina e chiacchieravo con i pescatori; qualcuno vagheggiava un porto, si diceva che a Santa Maria c’erano i resti di quello costruito ai tempi di Augusto imperatore, oramai inutilizzabile; e dunque non ci siamo meravigliati troppo quando sono arrivati uomini e bestie per costruire una banchina…
Finalmente, abbiamo detto, a Napoli si sono ricordati di noi!
A Ventotene, riferivano i pescatori, stava succedendo la stessa cosa: sbarco di muli, di artigiani, di materiali da costruzione. E soprattutto, sbarco di quatti e di guardie:
i quatti, i forzati, i coatti sono stati mandati qua perché sono manodopera a costo zero; le guardie perché devono controllarli. Centinaia e centinaia di uomini: a una che fa il mestiere mio, la fatica non è mai mancata.
Da un momento all’altro l’isola, da semideserta che era, si popola, anzi si popola pure troppo. E di quali elementi!
Perché non è che quelli che ci sono arrivati spontaneamente, attratti dal miraggio di un pezzo di terra, sono dei gran signori: cara mia, qua sono sbarcati solamente morti di fame o pelli di galera come la sottoscritta.
Però ci siamo messi sotto a faticare e campiamo onestamente, anche se come  conigli dentro i fossi.
I quatti, non per colpa loro, campano in un altro modo: ammassati in grottoni, nella sporcizia, nell’incuria. Alcuni lavorano alla costruzione del porto; altri passano la giornata senza far niente, a ubriacarsi, a vegetare. Ci scappa la rissa, la coltellata…

Mattej. Dal Grottone del Grano.1

Immagini dal Mattei. 1847

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[’Mmaculata (3) – Continua]

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