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Le nostre presunzioni

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di Vincenzo Ambrosino

da Ponza Mia: anno 1, numero 1, gennaio 1965, articolo n°1.

Il tempo vola e le cose cambiano con rapidità impressionante. Chi non ricorda il periodo in cui a guerra appena terminata, si cominciò in Ponza a parlare di turismo con tanta speranza? Allora esistevano e forse sono esistiti troppo a lungo i grossi problemi di base. Allora, come negli anni in cui la speranza si ingigantiva e Ponza coraggiosamente si lanciava verso il destino che le competeva, non ci curammo di vedere se eravamo maturi per fronteggiare la marea di turisti e di interessi che avrebbero potuto travolgerci. Il problema era quello di accogliere il maggior numero di ospiti possibile. E gli ospiti vennero, e il loro arrivo nuovi problemi fecero sorgere; non più problemi base o di struttura, alla risoluzione dei quali erano preposti i reggitori della cosa pubblica e che, grazie a Dio, si vanno ormai risolvendo, ma quei problemi dei quali non potevamo renderci conto allora proprio perché si dovevano presentare ad esperienza fatta. Essi riguardano l’ambiente e il costume, componente essenziale alla personalità di un dato centro turistico e principale motivo di attrazione.

La risoluzione di questi problemi è demandata ai singoli cittadini e si ottiene evitando rovesci della medaglia collegati quasi sempre colle buone iniziative di sviluppo: esempio classico sarebbe un’irrazionale urbanizzazione.

Ma come i singoli privati possono sapere se fanno male? Sapendo, appunto, quello che sta succedendo intorno a loro. Un informatore pubblico ed imparziale è il solo strumento che, dicendo a noi stessi come ci stiamo comportando, coordina, armonizza e incoraggia le iniziative private nel quadro di un organico e razionale sviluppo. Questa è la nostra grande presunzione! Ma non è la sola”.

Giuseppe Mazzella questo articolo te lo ricorderai sicuramente, sono passati quarantasei anni da quando è stato scritto, una vita; quelle profetiche preoccupazioni si sono tutte avverate: l’isola con l’avvento del turismo ha perso la sua anima, la sua identità irrimediabilmente e nascondercelo è un’enorme ingenuità.

Il problema è chiederci come ricreare, artificialmente, virtualmente, una storia, una cultura, una tradizione, una identità da offrire ai nuovi avventori per dare sostegno ad una offerta turistica troppo intensiva e breve e creare intorno ad essa una nuova opportunità di mantenimento economico, per cui sociale all’isola.

Quest’anno il “focarazzo” non si faceva se Silverio Gabresù non prendeva l’iniziativa di contattare, all’ultimo momento, le istituzioni locali, coinvolgendo anche i giovani sempre stanchi e demotivati, ma con quali costi personali? Tra l’altro sempre l’amico Gabresù per la seconda volta ha provveduto con l’aiuto di privati a tinteggiare il “Lanternino”: e non è una cosa da poco! Non possiamo restare inermi incollati, nostalgici, al vecchio spontaneismo; non possiamo andare avanti sul volontariato troppo fragile e capriccioso, le iniziative devono essere organizzate, finanziate, istituzionalizzate.

La storia si legge sui libri e infatti l’isola è piena di libri che ci trasmettono quello che è stato, ma quando vediamo le resse e i litigi per andare a Frontone che cosa prevale: la nostra cultura o il peggio del nostro istinto commerciale?

Dove sono, in quale stato versano i siti archeologici? Quali mestieri, quali tradizioni mostriamo nel nostro modo di esistere quotidianamente. Siamo tutti venditori ambulanti, noleggiatori di merci, anonimi personaggi in cerca di sopravvivere.

Ecco, se non siamo del tutto impazziti, dobbiamo promuovere un museo dei mestieri, per far rivivere il nostro passato che non esiste nel nostro presente; ecco che dobbiamo sensibilizzare una opinione pubblica nel salvare la “grotta del Serpente, arredare “La grotta di Pilato” (ancora salvabili); ecco che dobbiamo incoraggiare la Proloco a continuare nelle sagre paesane; ecco che dobbiamo reinventarci una cucina tipica promuovendola in manifestazioni; ecco che bisogna creare premi e incentivi per stimolare i cittadini a recuperare i vecchi elementi architettonici mediterranei; premi per chi crea attività economiche alternative che aiutino a migliorare la qualità dell’immagine dell’isola. Ma queste cose vanno pensate, organizzate, finanziate, strutturate: imposte!

Nel vecchio “Ponza mia” c’era una rubrica “Strette di mano e tiratine di orecchie” (che romanticismo), bene io voglio stringere la mano all’Assessore al Turismo Maria Pagano la quale sta inventando delle cose, impiantando concorsi di moda, balconi in fiore, presentandosi ed intervenendo in dibattiti pubblici, difendendo pubblicamente e coraggiosamente i volontari della LAC, promuovendo progetti che riguardano il dissesto idrogeologico e introducendo discorsi sulla nuova occupazione giovanile. Questo, nell’attuale contesto politico, è prendere iniziative nuove con coraggio e semplicità.

Ha detto bene Assunta, bisogna pensare al lavoro! I Ponzesi, per continuare a vivere in quest’isola devono lavorare e qui bisogna che le persone serie parlino e pretendano legalità. La legalità è un problema di grave attualità ma da sola non basta. Le leggi vanno rispettate ma vanno anche cambiate, contestate. Se vuoi cambiare le cose devi cambiare le leggi esistenti e ispirare le leggi del futuro e questo lo dico ai vecchi e ai futuri amministratori a partire dal Piano particolareggiato del porto che si sta in questo momento studiando.

Non sono stati i marziani ad elaborare i Piani Regolatori, i Piani Paesistici e poi il Piano di Utilizzo Arenili, il Piano di Assetto Idrogeologico, le Zone a Protezione Speciale, i Siti di Interesse Comunitario. Come sono stati elaborati questi progetti? In base a quali studi, a quali prospettive di sviluppo per quale società? Ecco voglio credere che questi Professori, Architetti, Ingegneri abbiano studiato sui libri di storia, geologia, botanica, quindi abbiano avuto la giusta conoscenza, poi dopo aver analizzato i dati abbiano proposto i loro progetti e la politica, dopo averli valutati li abbia approvati per applicarli.

Non dobbiamo piangerci addosso se questa è la nostra realtà, dove chi costruisce una casa o riesce a farla franca perché non viene scoperto o è un abusivo, dove chi va per mare non è un pescatore ma un pirata, dove chi vuole inventarsi una attività trova un muro invalicabile nella burocrazia.

Cari amici di Ponzaracconta, questa comunità non è nata oggi è nata trecento anni fa e si trascina appresso il suo bagaglio culturale; come sopra ho detto che abbiamo perso l’identità adesso dico che la cultura dominante non ama le regole e sono convinto che il 60% dei cittadini sarebbe contrario al progetto regionale sulla villa delle Tortore e non perché la struttura non si inserisce nel contesto, (frega poco l’impatto ambientale a questa maggioranza di cittadini) ma perché vedrebbero nel progetto un nemico per le loro “libertà individuali”: un centro per avvistamento dell’avifauna? un orto botanico? un propulsore di idee ambientaliste!

Qualcuno ha detto “ che i nodi della storia non sono nicchie di nostalgia ma vettori di ricerca”; ecco, senza alcuna presunzione, io dico che questo dovrebbe essere il nostro compito, il compito di Ponza Racconta, l’onestà intellettuale di chi conosce i nodi della storia locale: indicare la via più idonea per mantenere il più a lungo possibile in vita un ecosistema economico e sociale; contrastando i luoghi comuni dell’identità perduta, l’elogio di una archeologia trasfigurata nelle case private, la fiducia ipocrita di un popolo che rifiuta di crescere.

Finalmente il dibattito in Ponzaracconta ha nuovi protagonisti, ma sto aspettando altri che rimangono ancora in silenzio, sto per esempio aspettando che l’invito di Mario venga raccolto da Antonio, grande protagonista del nostro recente passato amministrativo.

Sempre quel qualcuno ha detto: “come facciamo ad essere bruchi che diventano farfalle visto che stiamo morendo ciascuno nel proprio bozzolo?” E “gli intellettuali”, chiusi nel loro bozzolo, fanno finta di giocare una partita in diretta, con gli stessi giocatori, con lo stesso sistema di gioco, con lo stesso allenatore per cui l’esito sarà scontato.

Vincenzo Ambrosino

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1 commento per Le nostre presunzioni

  • Silverio Tomeo

    Sono costretto a rimarcare nuovamente che la questione dell’ “identità” è assai controversa, va sempre ritematizzata, non a caso vi si dedicano spesso convegni di studi. Quindi, se comprendo, qui se ne parla spesso tra la perdità dell’antica identità e la velleità di ricostruirne oggi una “forte”, sia da far rispettare dal turismo sostenibile e non invasivo, sia per promuoverla a brand dello stesso turismo di massa(e qui non è difficile cogliere un’altra contraddizione, del tutto evidente negli interventi di Mazzella). Ricordiamo tutti, immagino, le parole di Pierpaolo Pasolini sulla mutazione antropologica delle campagne e dei borghi metropolitani. Anche se non le prendessimo per oro colato, ci fanno tuttora pensare…E lui si riferiva alla mutazione degli anni ’60, per capirci… Aggiungiamoci il rapporto ISTAT appena uscito oggi, e vediamo quale Paese ci descrive…Insomma, di cosa stiamo parlando? La mutazione antropologica è andata avanti, volenti o nolenti, ed è frutto di quella che si chiama “cattiva modernizzazione”. L’identità, dicono i sociologi come Zygmunt Bauman, è diventata “liquida”, altri ancora la chiamano plurale, multipla. Oggi pensavo di chiedere a qualche amico sociologo come si puo’ impostare una ricerca di presunzione statistica per capire quanti sono i “nativi ponzesi” che sono residenti sull’isola e quanti quelli comunque residenti altrove, dagli USA alla Sardegna, da Roma a Milano, dalla Puglia alla Campania, non escludendo l’Europa. Si potrebbe prendere come dato di partenza la somma del totale dei nati, mettiamo, dal 1930 del secolo scorso, per come risulterà dagli archivi dell’anagrafe del Comune di Ponza. Da quel dato si sottrae il numero dei residenti attuali e la piccola cifra degli scomparsi. Dal rimanente si sottrae la percentuale probabilistica di chi non è più in vita, mettiamo un 10%. La cifra rimanente dovrebbe avvicinarsi alla cifra reale della comunità-non comunità dispersa dalla vita altrove. Sono certo che supererà di parecchie volte quella invece residente. Certo non risulterebbero le figure miste dei non residenti ma residenti limitrofi, con attività e interessi a Ponza, ecc. Ma è solo per dare un’idea. I residenti vivono come in un acquario, noi non residenti viviamo nel mare magnum. Questo dato così risultante diversificherebbe ancora di più le presunte “identità forti”, le renderebbe ancor più evanescenti, liquide, se non gassose. E il dato comunque certo è che siamo sicuramente in maggior numero noi ponzesi-nativi-non residenti dovrebeb dare alla comunità residente la responsabilità ancora maggiore dell’immagine e del buon nome dell’isola, della sua tutela, del suo clima democratico, del suo indice di vivibilità, della sua capacità di resistenza sociale e culturale. Ecco, proprio l’identità migrante è una delle identità “forti” dei ponzesi. E l’identità migrante è quella aperta all’altro, al diverso, alle altre culture, è l’identità multipla, e anche quella con il trattino, come scrive Michael Walzer.

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