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h-25 pa-02 p-05 cesto-aragoste galite-sud Il crostaceo alieno: Percnon gibbesi

L’autunno del ‘43 (1)

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di Gino Usai

Le vicende che sto narrando sono tratte in gran parte dalle testimonianze che ho personalmente raccolte dalla voce dei protagonisti e da persone a conoscenza dei fatti. E’ quindi possibile  che vi siano imprecisioni ed errori nei racconti  riportati. Sarebbe bello, per una più puntuale ricostruzione storica, che chi è in possesso di notizie più precise e dettagliate mi correggesse.

E intanto riprendo il racconto.

Mentre si consumavano a Roma le tragiche vicende delle Ardeatine, a Ponza cosa succedeva?

Dopo l’affondamento del S. Lucia Ponza rimase senza collegamenti con la terraferma, garantiti saltuariamente da piccole barche di pescatori e di commercianti, come la barca di Silverio Di Fazio, chiamato “’U Pittore” che, trafficando con il rifornitore Piccolo di Gaeta, garantiva l’approvvigionamento del tabacco e del sale ai rivenditori di Ponza.

In particolare, il servizio del S. Lucia sulla tratta Ponza-Ventotene-Napoli venne prontamente rilevato, già dal giorno 25 luglio, dall’armatore ponzese Antonio Feola, detto “Totonno Primo”, che mise a disposizione i suoi tre motovelieri: “Antonio Feola”, “Maria Pace Feola” e “Santuario di Pompei” assicurando così, seppure in modo saltuario, gli approvvigionamenti delle popolazioni di Ponza e Ventotene.

I velieri trasportavano anche passeggeri, profughi di guerra e prigionieri destinati al campo di concentramento di Ponza. Il servizio non aveva alcuna sovvenzione, nonostante venisse effettuato con grande passività. Senza questo servizio, Ponza sarebbe stata completamente abbandonata e isolata dal continente fino al 30 novembre del 1945, quando la SPAN ripristinò la navigazione pubblica per Ponza e Ventotene con il piroscafo ”Regina Elena”. Per questo, bisogna essere molto grati ad Antonio Feola.

L’8 settembre la notizia dell’armistizio i ponzesi l’appresero dalla radio, quei pochi che l’avevano. Velia Tuccillo, che abitava in piazza “C. Pisacane”, ne aveva una, bella; gliel’aveva regalata suo cognato Domenico, detto Mimì, radiomontatore e capitano di Marina. Il falegname Tricoli le costruì il mobiletto per poggiarla e la sera in tanti si recavano a casa sua ad ascoltarla. Anche quella sera, alle 19:42 erano in tanti a casa di Velia ad ascoltare il proclama di Badoglio: “Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta.”

Velia uscì di casa per dare la notizia e in piazza  incontrò Peppino Zecca che giungeva ansante dalla Punta Bianca, il quale aveva saputo anche lui dell’armistizio ascoltando la radio a galena. Quella sera in casa di Velia c’era il finimondo, gran festa e tanta gente. Il Commissario di P.S. Salvatore Vassallo era il più contento, così il Brigadiere della  P.S. Lambiase. A un certo il Commissario disse a Velia: “Adesso signora, basta, avete saputo la notizia, adesso basta”; quindi fece spegnere la radio e mandò tutti a casa. Velia avrebbe voluto ascoltare ancora la radio con gli altri fino a notte, per sentire i comunicati successivi, ma il commissario fu perentorio.

La contentezza di Velia era enorme, anche perché suo fratello Veruccio doveva partire per la guerra, aveva già tagliato i capelli, ma in seguito all’annuncio dell’armistizio e lo sbandamento che ne seguì, restò a Ponza, in attesa di emigrare successivamente negli Stati Uniti.

A Frontone i contadini per festeggiare accesero dei falò, che vennero subito spenti.

Gli internati insorsero, chiedevano rumorosamente di essere liberati.

Si racconta che il parroco Dies invitò la popolazione esultante a recarsi in processione con S. Silverio per le strade del paese, per ringraziare il Cielo della fine della guerra. Il maresciallo maggiore dei RR.CC. Avallone Aniello glielo impedì, per evidenti motivi di opportunità. Allora il parroco ripiegò su un tragitto più breve. S. Silverio venne portato solennemente in processione fino al cimitero. Nel bel mezzo del tragitto si abbassò in volo un aereo tedesco che mitragliò la folla che si disunì in un fuggi fuggi generale. Un proiettile entrò in casa di Silverio D’Atri dal finestrino del bagno, per fortuna senza causare alcun danno.

A Chiaia di Luna venne lanciata una bomba che esplose in prossimità della casa di Gennaro Sandolo, e anche questa non fece gravi danni.

Ma siccome la notizia dell’armistizio venne diramata alle 19:42, cioè a sera inoltrata, è più probabile che alcuni di questi avvenimenti siano accaduti il giorno dopo.

L’equivoco che l’armistizio aveva ingenerato fu generale; solo alcuni avevano informazioni precise e idee chiare: Totonno Guarino e i fratelli Luigi e Peppe Di Monaco avvertirono la gente che la guerra non era finita, ma continuava affianco degli Alleati.

Quello stesso 8 settembre, al Commissario Prefettizio Luigi D’Atri, farmacista dell’isola, subentrò Giuseppe Di Monaco, mentre faceva il suo ingresso in porto il cutter di Peppino Iacono: la situazione stava precipitando, la guerra si avvicinava sempre più, e quello fu l’ultimo collegamento importante con il continente, dopodiché Ponza rimase sostanzialmente isolata. I porti del continente erano stati tutti minati ed era quindi difficile e pericoloso raggiungere la costa.

Il 9 settembre Ventotene venne presa dagli Alleati, che nella notte avevano cominciato a bombardare Formia e Gaeta.

Il 13 Settembre anche  Ponza venne liberata.

Il comandante militare di Ponza era il Tenente Colonnello dei Carabinieri Meoli Camillo, che aveva assunto il comando il 30 luglio; nel suo saluto d’insediamento rivolto alle autorità civili e militari aveva detto; “Per ordine superiore assumo da oggi il Comando Militare dell’Isola. Nel rivolgere il saluto alle Autorità tutte, conto sulla loro piena collaborazione perché in ogni settore sia assicurata la regolare continuazione dei servizi con pieno senso di responsabilità (…) Il momento che attraversa la Nazione richiede la dedizione completa di tutte l’energie al servizio della patria e la sottomissione cosciente e disciplinata alle direttive dell’autorità centrale”

Meolli aveva sulle spalle anche la grande responsabilità di difendere il prigioniero Benito Mussolini da possibili tentativi di liberazione da parte dei tedeschi o dei fascisti. Per fortuna non si fecero vedere né gli uni né gli altri.

Il 5 agosto il  parroco Dies, per il tramite di un carabiniere, aveva ricevuto da Mussolini un libro con mille lire accluse e la preghiera di celebrare una messa di suffragio per il figlio Bruno, di cui il giorno sabato 7  cadeva l’anniversario della morte. Dies pensò che sarebbe stato bene celebrarla nella chiesa di S. Maria, poco distante dall’alloggio di Mussolini. Avvisò di questo, a mezza voce, alcune persone fidate, tra cui Velia Tuccillo, sussurrando loro: “Domattina incamminatevi per S. Maria e fatevi trovare in chiesa”, senza aggiungere altro.

Quella notte suonò l’allarme aereo e corsero tutti nel rifugio, situato nel cisternone romano della Parata. Non si dormì tutta la notte. Al mattino, mentre Velia si preparava per andare a S. Maria, arrivò da lei Peppino di Monaco, che era al corrente di tutto, e  vedendola in procinto di uscire le disse: “Velia, dove vai?”.

Velia, sapendolo ben informato, rispose: “Non sapete dove vado?”

Peppino disse: “Ascolta Velia, stanotte hanno portato via Mussolini!”

“Voi che dite?!” esclamò Velia sbalordita.

“Si, stanotte…per questo è venuta una nave, con alti ufficiali a bordo e uno di questi ha passeggiato dal molo fino a S. Maria. Poi hanno fatto la manovra e lo hanno imbarcato al molo e sono andati via.”

L’allarme aereo quella sera fu suonato a posta, per togliere gente dalla strada e rendere l’operazione sicura. I caccia sorvolarono l’isola, ma non si trattava dei soliti aerei, erano in ricognizione e appoggiavano l’operazione.

La messa il parroco la celebrò ugualmente e le mille lire le donò all’Orfanotrofio della Parrocchia.

A Ponza erano dislocati il 345° Btg. Costiero ed un reparto di Cavalleria alloggiato nei locali di Linda Verde alla Parata, (Oggi trasformati in “Hotel Bellavista”). Al primo piano vi erano sistemati i militari, al pianterreno le scuderie, che ospitavano cinque cavalli. I militari portavano un nastrino rosso al collo, per questo motivo il reparto veniva chiamato la “Cravatta Rossa”. Alcuni di loro furono  distaccati al presidio militare di Palmarola, ubicato in una casetta sui Vricci. La scalinata che dalla spiaggia porta fin su fu costruita e cementata dai militari in quel periodo.

Il comandante Meoli dovette firmare nelle mani degli ufficiali del Comando Alleato la resa del presidio, così il comandante della Marina di stanza al semaforo, il maresciallo segnalatore Fiandesio. Cominciava una nuova era.

(Continua)

Gino Usai

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