Racconti

Duie spaghett’ sciuliente sciuliente

di Enzo Di Fazio

 

Di norma capitava a Zannone, ma non di rado anche al faro della Guardia.

I periodi erano quelli estivi o di inizio autunno quando l’anno scolastico non era ancora cominciato.
Il lavoro di fanalista – come in più di un’occasione ho avuto modo di scrivere su queste pagine – consentiva, una volta assolti gli impegni di servizio, di potersi dedicare alle passioni che ognuno amava coltivare. Secondo il tempo che si aveva a disposizione e secondo le stagioni.
D’estate ovviamente era la pesca il passatempo ricorrente.
C’erano alcune tipologie di pesca che richiedevano preparazione e tempi adeguati. Come quella a traino per le ricciole o quella a calamari di notte o quella con i palamiti che presupponevano la messa a punto delle attrezzature occorrenti e la scelta delle giornate giuste.
Ma c’erano anche tipologie di pesca che si potevano fare in qualsiasi momento, purché il mare fosse calmo e ci fossero volontà ed entusiasmo.
Tra queste sicuramente la pesca a perchie con il bolentino (‘u lentine). Le lenze per pescare a perchie erano sempre pronte e un po’ d’esca non mancava mai. O non ci voleva molto a procurarsela, come una manciata di patelle o due sconcigli.
L’ora più adatta il mattino e, se si incappava nella giornata buona, si poteva restare a mare anche due/tre ore.

La decisione di andare a perchie nasceva all’improvviso, anche se il germe nella testa di mio padre evidentemente frollava fin dalle prime ore dell’alba.

Il terrazzo del faro di Zannone è esposto a ponente e lo sbarcatoio, dove era ricoverata la barca, si trova a mezzogiorno.
Il mare è lì a due passi, invitante come non mai quando è bello piatto, calmo e la frescura che si respira è un ulteriore stimolo ad uscire con la barca,

Cercate di immaginare cosa potesse significare fare quello che si vuole… senza cellulari che squillano e ti raggiungono dappertutto, senza gente che bussa all’improvviso alla porta, senza tv che ti scaricano addosso tutto il male del mondo, senza giornali che fanno altrettanto, senza raccomandate da rincorrere…

Avere un desiderio a Zannone quando era bel tempo, rinforzarlo di immagini e cercare di realizzarlo, significava riempire i polmoni di gioia oltre che di aria buona.
Non importava l’esito dell’uscita in barca.
Si andava per il piacere di andare e di fare quello che si aveva il desiderio di fare.

Uaglio’ – che dice?  – Ci jamme a ffa’ ‘na pescate a perchie
Secondo voi, si poteva dire di no a quell’invito? !
E me lo domandi pure, papà! Corre a piglia’ ‘u caniste cu’ i lenze.

E di lì a poco, recuperate una borraccia d’acqua e qualche frutto e messa la barca in acqua, nel giro di una mezz’oretta si era sul posto.
Una calata e una tirata… doie perchie e ‘nu pintirré


Perchia (serranus cabrilla)

Donzella (in dialetto pintirré)
(coris julis)

Ogni tanto le mani in acqua per portare la frescura del mare alla nuca e al viso, qualche sguardo tra me e mio padre che valeva più di tante parole, il piacere di stare insieme e di godersi quel cocktail di natura fatto di silenzio, quiete, colori e profumi.
Il secchio poteva riempirsi di perchie come poteva ospitarne solo alcune. Non importava il bottino. Importava l’aver fatto quello che ci era piaciuto fare… e il bello doveva ancora venire.

Capitava a volte di tornare anche sotto mezzogiorno e non aver nulla di pronto da mettere a tavola, con l’appetito che non mancava.
Mio padre non si perdeva d’animo.
– Uaglio’ tieni appettite?
– Beh, si papà, nu poche ‘i famme ce sta
– Allora ce facimme duie spaghette sciuliente sciuliente

Sciuliente sciuliente??? Quando lo sentii per la prima volta arricciai il naso e mentre preparava lo seguii in maniera circospetta.
Avevamo al faro, alimentata dal gas in bombole, una grossa cucina che ospitò subito una pentola piena d’acqua. Dalla credenza prese un pugno di spaghetti che poggiò sul tavolo.
Ne seguivo le movenze con curiosità e l’accompagnai con lo sguardo oltre l’uscio quando varcò la soglia per recarsi nel giardino che stava agli inizi della scalinata che portava all’approdo del faro, ‘a famosa preta.
Tornò con un grappolo di pomodorini, belli rossi rossi, e qualche foglia di basilico. Li poggiò sul tavolo di fianco agli spaghetti.

Dalla piattaia a muro tirò giù due piatti e una padella. Mentre l’acqua cominciava a bollire mise sul fornello piccolo la padella con un po’ d’olio d’oliva e i pomodorini spezzettati senza aggiungervi sale perché erano saporiti di loro per essere nati e cresciuti così vicini al mare.
Mi chiese di porgergli gli spaghetti che calò nel pentolone spingendoli giù con il palmo della mano sinistra fino ad affogarli mentre con un cucchiaio di legno tenuto nella destra andava a schiacciare i pomodorini per liberarne profumo e colore. Vi aggiunse a fine cottura due tre foglie di basilico,
Gli spaghetti intanto erano arrivati a cottura. Li scolò e li rimise nel pentolone aggiungendovi il sughetto di pomodoro con tutte le bucce.  Due/tre vorticose girate in modo che il tutto si amalgamasse ed insaporisse e poi…  fumanti nei due piatti a nobilitare la tavola.
Ecco, preparati in dieci minuti, gli spaghetti sciuliente sciuliente che divorammo con gusto e con piacere.

Mentre ne scrivo sento ancora il profumo penetrante che emanavano ed avverto un piccolo languore.
Un godimento unico a coronamento di una mattinata dove anche il cibo aveva arricchito il desiderio di fare quello ci era piaciuto fare.

Ancora oggi tornando tardi a casa, dopo una mattinata trascorsa fuori con mia moglie per impegni vari senza che ci sia stato il tempo di preparare qualcosa prima di uscire, capita di sentirmi chiedere:
– Enzo che vuoi che ti faccia da mangiare?
Ed io, di rimando, senza pensarci su:  – Rosa’, duie spaghette sciuliente sciuliente.
E magicamente ritorna il piacere di quei momenti fatto di cose semplici e della ricchezza propria dei riti antichi.

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