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“Il male non esiste”, un importante film iraniano

di Adele Nannetti

Il male non esiste – titolo originale Sheytān vojud nadārad : titolo inglese There is no evil – è un film del 2020 scritto e diretto dal regista iraniano Mohammad Rasoulof (Shiraz, 1972). Ha vinto l’Orso d’oro per il miglior film al Festival di Berlino 2020.
Diamo, con questa recensione, il benvenuto ad Adele Nannetti, amica di chat, che per la prima volta scrive sul sito.
S. RussoLa locandina del film

Alla 70ª edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino, febbraio – marzo 2020, la giuria internazionale presieduta dall’attore britannico Jeremy Irons ha assegnato l’Orso d’oro per il miglior film a Sheytān vojud nadārad di Mohammad Rasoulof.

Batan Rasoulof, figlia del regista, durante la conferenza stampa della Berlinale 2020 con l’Orso d’oro. Rasoulof era in collegamento video

Il regista Mohammad Rasoulof

E’ uscito nelle sale il film di Mohammad Rasoulof  “Il male non esiste”. Se si riesce ad avere una pausa tra una discussione e l’altra, tra una lettura ed una discussione, non perdete questo film che è un’opera militante e coraggiosa che ci invita ancora una volta ad una riflessione sul tema della pena capitale, o meglio non tanto sulla legittimità della stessa quanto sulla scelta etica di ciascuno di noi, specialmente quando essa diventa legge dello Stato” che prevede, di per se’ riconoscimento ed obbedienza.

Il tema centrale, dunque, è quello antico della coscienza del singolo di fronte alla legge promulgata da un regime vessatorio, come nel nostro caso, quello iraniano degli ayatollah che esegue circa cinquecento condanne capitali all’anno, principalmente contro oppositori politici e, all’opposto, della libertà di non rispettare la legge, ritenendola intrinsecamente illegittima perché espressione della tirannia e dell’oscurantismo religioso.

Il regista Rassoulof, autore di numerosi film prima di questo, tutti proibiti in Iran, è stato alla fine condannato a dieci anni di prigione e nel 2017 costretto a lasciare il paese. Le sue opere appartengono di diritto a quella interessante rinascita, negli ultimi anni, del cinema iraniano e della letteratura di opposizione o no, certamente in grado di aprire uno spaccato interessante su una società in forte evoluzione e trasformazione politica, sociale e culturale che, al di là della sua classe di governo, presenta segni di cambiamento e modernizzazione.

Il film è strutturato in quattro episodi, diversi nella loro struttura narrativa che va dal dramma familiare, all’azione, fino al sentimentale ed al thriller e che hanno al centro quattro personaggi che si muovono in vicende diverse, ma tutte articolate intorno al tema della pena capitale. Ciascuno dei quattro protagonisti, Heshmst,  Ponya, Javad e Bahran, dovrà misurarsi con una scelta che cambierà la propria vita: accettare o meno di esercitare il ruolo di boia nell’impiccagione di condannati, sapendo che accettando di punire i reati e accompagnando i detenuti a morire, verrà condannata per sempre anche la loro coscienza. I quattro protagonisti reagiranno in modo diverso: per uno di loro la banalità del male si affermerà nell’accettazione indiscriminata del valore indiscutibile della legge che contribuirà a legittimare una “normalità di vita” in cui quel gesto di morte diventerà professione; negli altri casi la quotidianità e il dramma etico partoriranno sensi di colpa, pentimenti e il tormento di un’intera esistenza. Tre di loro saranno costretti ad esercitare il ruolo di boia in quanto militari di leva, poiché il lungo servizio militare di due anni prevede, per una parte dei giovani, anche l’obbligo di eseguire le pene capitali, ulteriore elemento di oppressione e strazio della libertà dei coscritti.

Il film è scarno, secco nelle riflessioni e nei dialoghi tra i pochi personaggi, capace di rendere il conflitto e la realtà quotidiana attraverso la cura dei dettagli di una normalità personale e familiare che improvvisamente sembra esplodere per un piccolo evento capace di rivelare che dietro quella banalità c’è il dramma di un rifiuto, di una diserzione, di un inefficace tentativo di adeguarsi al potere del male. E questa esplosione, che prorompe in un momento, in un gesto di ovvia quotidianità, ci colpisce con una violenza senza fiato, sembra quasi rompere con la nostra stessa “normalità “ di spettatori quasi smarriti nel ritmo narrativo del lento dipanarsi delle immagini.

Il male non esiste, ci dice il regista mentre nella colonna sonora ci accompagna la voce di Milva che canta la versione più antica di Bella ciao, il canto delle mondine, eppure nel canto si inneggia alla speranza di libertà e il finale del film ci lascia con un’immagine che sta a noi interpretare, assumendoci le nostre responsabilità di fronte alla violenza più feroce degli Stati che è la pena di morte.

Il trailer ufficiale italiano del film su YouTube:

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Appendice del 6 aprile 2022 (cfr. Commento di Sandro Russo)

Clerodendron bungei – Fam. Verbenaceae

3 Comments

3 Comments

  1. Gianni Sarro

    6 Aprile 2022 at 09:07

    Il cinema iraniano continua ad essere uno dei più interessanti degli ultimi decenni. A cominciare da Panahi (Il cerchio, 2001; Offside, 2006; Taxi Teheran,2015) proseguendo con Shirin Neshat (Donne senza uomini, 2009, tratto dal romanzo della scrittrice iraniana Shahrnush Parsipur) e Marjan Satrrapi (l’indimenticabile Persepolis, 2007, film d’animazione tra i migliori di questo scorcio di millennio insieme a Valzer con Bashir, Ari Folman, 2008). Come si vede la donna si riprende nel cinema quel ruolo centrale nella società, che l’oscurantismo degli ayatollah cerca di toglierle.

  2. Sandro Russo

    6 Aprile 2022 at 17:39

    Il film l’ho visto anch’io, in una bella serata con amici, al cinema Greenwich di Roma. E’ stato apprezzato da tutti, con diverse sfumature che includevano molti dei punti espressi da Adele, cui ho appunto chiesto il permesso di pubblicare sul sito.
    Il regista iraniano, per rigore morale e modo di condurre la narrazione (un disvelamento finale che fa riconsiderare e leggere in un’altra luce tutto quel che si è visto prima) mi ha ricordato, tra i registi del nostro firmamento cinefilo, il polacco Krzysztof Kieślowski (Varsavia 1941-1996), di cui posso ben dire di essermi fatto un’idea con la visione “matta e disperatissima” del suo Decalogo (Dekalog), serie di dieci film per la TV (oltre a tutti gli altri, ovviamente: Film blu e La doppia vita di Veronica, giusto per dire due titoli).
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    P.S. – Per quelli che non riposano finché non sono riusciti a dare un nome alla pianta vista nel film, il cespuglio di fiori, nel bosco in cui si addentrano i due amanti (si vede anche nel trailer, quasi all’inizio), è Clerodendron bungei.
    Immagine in appendice all’articolo di base.

  3. Tano Pirrone

    7 Aprile 2022 at 08:45

    Prendo la scia di Gianni, di cui mi onoro di essere discepolo e amico, per sottolineare un particolare, significativo, sulla grandezza – non solo artistica – di questi registi; grande spessore etico, come nel caso di Panahi, il quale, in un momento di grave difficoltà creativa, invece di propinare le solite minchiatelle fritte e rifritte, fa “Taxi”, storia di una crisi; si mette umilmente in questione, si presenta nudo, coraggiosamente spoglio di ogni onore e successo. Due parole per il film, approfonditamente recensito da Nannetti: non è “solo” un film “contro” la pena di morte, ma contro l’accettazione supina di ordini non eticamente accettabili. Va pure detto, che è molto più facile ad una famiglia di intellettuali benestanti essere intransigenti e rifugiarsi snobisticamente sul monte in mezzo alla foresta. Il figlio del popolo (per usare nella stessa misura, opportuna demagogia, sì diffusa in natura) difficilmente può permettersi cotanto rigore e scegliere l’Aventino.

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