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d-05 foto-02 scotti-e-bis 114 la-spiaggia Spugne e astroides si contengono lo spazio

Robinson “triplete”. La città e la campagna (1)

proposto da Sandro Russo

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Su Robinson, supplemento a la Repubblica di sabato scorso 21 novembre è uscita una tripletta di articoli, uno più interessante dell’altro, sulla dicotomia città – campagna (ma ci sono anche le isole… dove le mettiamo?).
Eccoli:
– La natura ci salverà se noi la salveremo
di Michele Serra
– 
Una città invisibile chiamata Europa
di Renzo Piano
 Questo paese di santi, poeti e provinciali
di Aurelio Picca

Ho pensato di riprenderli, uno per volta, per pubblicarli sul sito, anche alla luce di un interessante dibattito che di recente il sito ha ospitato, sui cambiamenti lavorativi indotti dalla pandemia e le possibilità che si aprono allo smart-working dalle isole : da Ponza (leggi anche qui) e da Ventotene.
Ho pensato anche di affidare la presentazione di ciascun articolo a un “cultore” della materia (o persona informata dei fatti), nelle persone di:

  • me medesimo per il primo articolo (di Michele Serra), per consonanza di scelta di vita;
  • Antonio Marciano (ingegnere, già compagno di banco nei cinque anni del Liceo) – per l’articolo di Renzo Piano;
  • Tano Pirrone (umanista, tuttologo e letterato ‘di nicchia’); per il pezzo di Aurelio Picca. Il terzo articolo mi ha aperto gli occhi sulla mia profonda ignoranza della letteratura nazionale

Colazione in giardino (da Robinson). È uno dei capolavori di Giuseppe De Nittis, dipinto poco prima di morire, a soli 38 anni, nel 1884

Il topo di città e il topo di campagna
di Sandro Russo

Sono tornato a vivere in campagna più di quarant’anni fa. Quelle erano le mie radici e là sono tornato. Dopo l’inurbamento degli anni universitari e degli inizi della vita lavorativa, vissuti dapprima con sorpresa e allegria, come una ubriacatura. Quando mai avevo avuto tutte quelle possibilità? …Tutti gli amici intorno, cinema e spettacoli a volontà, l’accesso al grande mondo, i viaggi all’estero e tutto quel che ne seguiva! Tutti questi tesori li collegavo alla città perché era stato lì che li avevo sperimentati per la prima volta, dopo il mio trasferimento dalla provincia.
Anni di entusiasmo seguiti dall’hang-over (il malessere che segue all’ubriacatura), in cui ho cominciato a vedere tutto il negativo della città. Di qui il bisogno sempre più urgente di cambiare dimensione. Di quella scelta non mi sono mai pentito.
Ho recuperato il tempo (nel senso del passare del tempo e della consapevolezza degli eventi atmosferici); ho riscoperto l’avvicendarsi delle stagioni, il senso dell’olfatto e quello del tatto. A volte, quando mi muovevo prevalentemente in treno dalla città dove lavoravo alla casa in campagna, sentivo proprio – nel dormiveglia indotto dal rumore dei binari – rallentare il ritmo della vita.
Ma la mia storia personale interesserà poche persone.

Dualità città/campagna. Per i lettori del sito può essere importante considerare il problema da un punto di vista “isolano”. Ebbene, per conoscenza diretta, la scelta di vivere su un’isola può essere assimilabile alla scelta campagnola, anzi è addirittura più radicale.
E ancora… non si dice che nel sogno di ogni marinaio c’è una casetta con il mare davanti e un pezzo di terra da coltivare!?
Per restare all’attualità, la possibilità dello smart working da un’isola rimette tutto in gioco.

Aurelio Picca, nel terzo articolo della serie, tratterà da par suo di questa dicotomia dal punto di vista letterario e metterà a confronto l’unico scrittore italiano “cittadino” con i tanti “provinciali”. e siccome portare esempi di personaggi e opere può aiutare a comprendere la problematica inerente, vorrei fare, da cinefilo, l’esempio di due registi – tra i più grandi – che hanno praticamente bandito la natura dalle loro opere. Uno è Woody Allen (ci ho pensato perché a giorni compie 85 anni); l’altro è Fellini.
Ma mentre l’americano è proprio un animale da città (con molte idiosincrasie nei confronti della natura e degli animali), Fellini non parteggia né per la città né per la campagna, ma abita un mondo tutto suo, quello del sogno.

Infine – e chiudo – il modo di intendere la Natura riguarda con particolare cogenza l’uomo (e la donna) e la civiltà occidentale. In Oriente tutto cambia. Ci ho vissuto per qualche anno (in un paese a religione prevalente buddhista) e mi sono fatto un’idea. Sarà forse quella nefasta immagine della piramide dei viventi con l’uomo in cima che permea la nostra cultura e che è stata interpretata nel peggiore dei modi possibili.

Ma leggiamo cosa ne dicono i nostri tre mentori.

1. La natura ci salverà se noi la salveremo
di Michele Serra – Da Robinson / la Repubblica del 21 novembre 2020

– Il Covid spinge molti a rifugiarsi in campagna. Attenzione però: toglietevi dalla testa che sia solo idillio
– La terra è diventata, nei lunghi decenni dell’industrializzazione, il rimosso per eccellenza: è ciò che siamo e non sappiamo più di essere. Una specie di inconscio a cielo aperto, ben visibile eppure inascoltato
– Ora si tratta di capire se i due grandi eventi in corso (uno è l’accidente pandemico, l’altro la rivoluzione tecnologica) sono davvero in grado di rimescolare le carte, sovvertendo una delle dicotomie classiche della civiltà

Tra città e campagna la differenza sostanziale, e macroscopica, è la densità umana. Viene prima di tutte le altre, che sono tante, e sulle quali storici, filosofi e pensatori ragionano e litigano da secoli. Ce l’ha ricordata bruscamente il Covid, questa differenza, rilanciando a sorpresa la rarefazione dei corpi come un bene prezioso. Addirittura vitale.

Nei boschi, nei campi, nei casali isolati, intorno agli sparsi borghi di pietra appiccicati alla montagna, non c’è rischio di movida, non esiste folla, lo shopping non chiama all’adunata generale. L’uomo non è quasi mai la spiegazione del paesaggio, come nelle metropoli, è solo una presenza tra tante — il bosco, il fiume, la frana, la siccità, la pioggia, la vita selvatica sono i co-artefici. Il distanziamento non è una scelta virtuosa, è un dato di fatto. Si respira lo spazio. E il coprifuoco, a parte qualche benedetta taverna di fondovalle, magari ribattezzata pub, vige da secoli, senza che nessuna autorità abbia intimato di liberare boulevard che non ci sono da gente che non c’è.

Meglio sgomberare il campo, subito, dalla tentazione dell’idillio. In certe sere d’inverno la solitudine è brutale. Lo spazio intorno è solo buio, freddo e assenza. I cani, fortunati loro, si parlano nella notte, grazie all’antichissimo web dell’abbaio a distanza (ci sono voci di cani che arrivano da chilometri, specie se la nebbia le propaga, come fa il mare con il fischio dei cetacei). Da qualche anno interferisce l’ululato dei lupi, sempre meno raro. Dice la voce ufficiale che sarebbero circa tremila, i lupi in Italia, ma credete a me: sono molti di più.

La campagna, dunque, grazie a quell’indesiderato pierre che è il contagio, è tornata “di moda”, ma all’umanità inurbata, che è quella egemone nel mondo intero, non sarà così facile recuperarne l’uso e, direi, la comprensione. Perché la campagna è diventata, nei lunghi decenni dell’industrializzazione, il rimosso per eccellenza: è ciò che siamo (natura) e non sappiamo più di essere. Una specie di inconscio a cielo aperto, ben visibile eppure inascoltato — se non quando l’ululato del lupo ravviva, come in sogno, memorie di libertà sconfinata e di fuga affannata, memorie di caccia e di tana.

È nostra contemporanea, la campagna, però affidata d’ufficio al passato, il passato contadino sepolto vivo sotto lo strato spesso, e grasso, del benessere industriale. Il processo galoppante di tecno-industrializzazione del cibo, porzioni incellofanate che con la terra e le bestie non hanno più alcun rapporto di causa-effetto, ha se possibile acuito la millenaria distanza tra le due condizioni, quella urbana e quella rurale. È cibo “alienato” quello che puoi mangiare a volontà senza avere mai visto un’aratura, nutrito una gallina, aspirato una zaffata di stallatico. Più la filiera è lunga, più città e campagna si allontanano. Non è un giudizio. È una constatazione.

Quando si dice «in questo paese dell’Appennino vivevano, fino agli anni Cinquanta, mille persone, ora i residenti sono cinquanta», significa che i novecentocinquanta mancanti non sono scomparsi: hanno cambiato razza. Sono diventati gente diversa con una cultura diversa e una prassi ancora più diversa, cittadini, e per loro “campagna”, nonostante il casale dei nonni da ristrutturare, è solo il nome di qualcosa che non ha più attinenza con il lavoro, la vita sociale, la politica, i media (quante pagine sull’agricoltura ci sono, nei quotidiani europei?). Al massimo la campagna ha un ruolo significativo nella ricreazione, nello svago, nella vacanza. E non è la stessa cosa.

Mi è capitato di dire al telefono: «Scusa se non ti ho risposto prima, ero sul trattore», i miei interlocutori rispondono divertiti, pensano a un hobby, una stravaganza, una battuta, nessuno pensa alla ordinaria necessità di tenere puliti i campi, pervi i fossi, trasportare la legna fuori dal bosco. Che vale quanto asfaltare le strade, lavorare al tornio, fare una call-conference su Zoom, scrivere questo articolo al computer, partecipare al Festival di Sanremo, disegnare un trilocale, aprire e chiudere gli ombrelloni su una spiaggia, preparare un cocktail dietro il bancone di un bar, maneggiare provette in un laboratorio. Ma non viene più messa nel conto come attività quotidiana “normale”, moderna, la vita di campagna quella vera. Abitarci, lavorarci, credere nella sua divina indifferenza ai telegiornali, sopportare la sua rozza mancanza di urbanità (e conseguente vocazione reazionaria) vuol dire ricongiungersi al ventre del mondo, forse anche alla sua anima, ma al tempo stesso scomparire dallo sguardo pubblico. È la non-polis, la campagna, lo è da quando Parigi e la Vandea si odiavano, lo è da molto prima.

Ora si tratta di capire se i due grandi eventi in corso (uno è l’accidente pandemico, l’altro la fantastica, tremenda rivoluzione tecnologica) sono davvero in grado di rimescolare le carte, mitigando o addirittura sovvertendo una delle dicotomie classiche della civiltà — dai tempi del topo di città e del topo di campagna, fiaba di Esopo; dai tempi in cui Orazio, tal quale un milanese o un londinese dei nostri giorni, scriveva agli amici «lasciate Roma, i suoi traffici, i suoi affanni (lo stress, diremmo noi), venite qui da me in campagna a dimenticare tutto, ridere e bere del buon vino». Per dire che la turbinosa centralità urbana, e la dispersa perifericità della campagna, sono paradigmi che hanno perlomeno duemila anni.

Lavorare a distanza è, per la cultura urbana, un ossimoro. Il lavoro è vicinanza, è fabbrica, ufficio, negozio, riunione. Ma per la campagna il lavoro a distanza è invece una liberazione, un’esplosione di nuova vita, perché il secolare isolamento fisico, e psicologico, che abbrutì i nostri avi e li spinse alla fuga di massa verso le città di pianura o altri continenti, può essere sovvertito con un semplice clic (uno dei business del futuro, mi permetto di dire, saranno le connessioni capillari, milioni di case sparse chiedono di diventare una metropoli digitale…). Quanto al cittadino, l’idea fino a ieri utopica di uniformare lavoro e natura, aria aperta e produzione del reddito, diventa molto più di una tentazione: è una possibilità concreta. Con il Covid che ti spinge alle spalle, incominci a guardare a quel vasto esterno che si apre dopo i raccordi anulari come a un luogo abitabile anche al di fuori del tempo canonico del weekend.

Chissà che agli urbanisti non si affianchino dei “paganisti”, per progettare con raziocinio l’abitabilità del pagus, i luoghi rurali che chiedono infrastrutture (non solo digitali) e potrebbero, in un domani a noi vicino, rendere perfino redditizio, non più puramente assistenziale, destinare risorse pubbliche alla campagna. E chissà che i cittadini, riavvicinandosi fisicamente alla terra, alla produzione materiale del cibo, al regime delle acque, al mistero della vita selvatica e della predazione, non mutino in meglio, profondamente in meglio, la loro percezione, ormai così sbiadita, di quella natura che così spesso nominiamo invano, all’oscuro dei suoi meccanismi, salvo poi ritrovarci in ostaggio (anche nei grattacieli risplendenti) di un virus che ha colonizzato il mondo partendo dal morso di un pipistrello o da un arrosto di pangolino.


Immagine di copertina (da
Robinson) Si intitola The Crimson Rambler l’opera dell’impressionista americano Philip Leslie Hale

[Robinson “triplete”. La città e la campagna (1) – Continua]

 

 

 

1 commento per Robinson “triplete”. La città e la campagna (1)

  • Michele Serra

    Caro Russo, grazie, onorato di essere su Ponzaracconta. A Ponza sono andato una volta sola, tanti anni fa (circa venticinque) e l’ho trovata splendida. Indimenticabile la gita in gommone a Palmarola. Se ripasso da quelle parti mi faccio vivo.
    Grazie ancora

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