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Epicrisi 205. Tempo al tempo…

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di Rosanna Conte

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Ieri mattina, alla presentazione presso il Liceo Vico di Napoli, della quinta edizione del premio Lucia Mastrodomenico, quella del 2019, mi sono ricordata di quanto aveva scritto l’alunna Paolina Palmisciano, che aveva vinto il primo premio nella edizione 2018.

“Che tipo di persone saremmo se lasciassimo alla paura le nostre azioni e aspirazioni..? Come talvolta il viaggio conta più della destinazione così anche la ricerca della felicità è quasi sempre più importante della felicità stessa”

Concetti semplici, ma ricchi di senso che mi hanno richiamato alla mente Taccuino 18. L’altalena dove Silveria Aroma ha riportato la riflessione di Stevenson sul dovere di essere felici.

E’ molto diffusa l’idea che la felicità non esista – solo i pazzi sono felici-, e anche la giovane Paolina lo sa, ma va oltre: Che [la felicità] sia un mero inganno o una consapevole utopia, poco importa, la razza umana ci crede e tanto basta per renderla reale. E a guardar bene, siamo tutti alla continua ricerca di ciò che avvertiamo come la nostra condizione di felicità.

C’è chi la fa coincidere con il potere, inteso come imposizione della propria volontà, chi col denaro, perché consente di comprare tutto quanto possa soddisfare i propri sensi, chi col sapere (incomprensibile ai più), chi con gli affetti, dall’amore all’amicizia.

In realtà, la situazione di felicità pretenderebbe una durata senza interruzione. Le fiabe si chiudono col vissero felici per sempre, ma questa immutabilità di stato non è nella natura umana e forse, per trovare qualcosa, bisogna guardare alla soddisfazione, uno stato d’animo considerato normalmente inferiore alla felicità, percepito molto sottotono, ma che in realtà ha la possibilità di essere duraturo.

Fra gli articoli di questa settimana, un po’ di soddisfazione la sentiamo aleggiare.

Non la si può negare alla Cooperativa Ventoinpoppa che sta raccogliendo molto grazie all’impegno di chi ci lavora, come ci racconta Luisa Guarino in Ponza e Ventoinpoppa, nuovo successo a mangiare con gusto, né a don Raimondo Selvaggio, che ha potuto gioire del suo incontro con i vecchi amici (Cosa rimane del ‘tempo dell’Immacolata’); tanto meno ad Emilio Iodice, anche se per l’intensità con cui ha vissuto il suo lavoro, di soddisfazioni ne deve aver avute anche di maggiori. Premio Immagine Latina a Emilio Iodice (e altri).

Forse non proprio soddisfatto è l’ex-sindaco Vigorelli, vista l’inspiegabile lettera inviata al nostro capo-redattore riportata in L’Ombardo furioso.

Non è proprio completa la  soddisfazione di Giovannino, il protagonista del bellissimo racconto Come fu che Giovannino scoprì il sesso, ma avrà modo di recuperare. Di certo Antonio Pennacchi non doveva essere soddisfatto del romanzo Una nuvola rossa se, dopo circa venti anni,  l’ha riscritto col titolo Il delitto di Agora, Il nuovo/vecchio libro di Pennacchi sul delitto di Cori.

Il filo che ci conduce, però, alla felicità/soddisfazione è il tempo: nostro tiranno nella sua scansione inarrestabile e immenso padrone del nostro io, che struttura attraverso i ricordi che vi accumula.

Pensiamo alla sequenza dei secondi che  scorre implacabile e segna il nostro corpo al suo passaggio. Leggendo “Troppa grazia” di Gianni Zanasi. Apologo sul misticismo visionario della natura ci rendiamo conto che lo possiamo vivere in maniera diversa, abbandonandoci al ritmo lento e allungato proprio della natura o facendoci travolgere da quello alterato e frenetico imposto dalle nuove tecnologie, ma non possiamo fermarlo.

Il tempo non solo si sedimenta sul corpo, ma ci penetra nel profondo dell’animo perché è il substrato dei nostri ricordi. Le diverse arti hanno molto rielaborato il tema del dominio del tempo da parte dell’uomo, perché è l’ambiente nel quale si svolge la vita e ne sono nati capolavori della pittura, di letteratura e di cinema.

Per ora, riuscire a dominare il tempo è un’impresa impossibile, ma avere la consapevolezza che si possa vivere a ritmi diversi ci può aiutare. E’ illusorio pensare di possederlo aggrappandosi al momento presente, anzi è deleterio perché blocca la capacità di proiettarsi nel futuro, di progettare.

Questo vale per il singolo, ma diventa ancora più grave là dove il politico cavalca l’onda del momento, seguendo i sondaggi.

Il tempo, scaduto in un continuo presente, spinge all’oblio con gravi danni irreversibili. Basta guardare quanto piaccia agli italiani, oggi, l’idea del leader che mostra i muscoli. Hanno completamente dimenticato la rovina in cui ha portato milioni di persone l’ultimo leader muscoloso che c’è stato.

Viene il dubbio che l’idea dell’uomo solo al comando piaccia perché motiva la non partecipazione dei cittadini evitando l’accusa di menefreghismo.

Franco De Luca, nei suoi due interventi di questa settimana, affronta due tematiche fra loro collegate. In Quasi un litigio ci parla di Zi’ ’Ntunino che, pur vivendo lontano dal centro, si prende la briga di informarsi, di capire cosa succede; è, insomma, un cittadino che vuole partecipare. In La solitudine del comando  si sofferma a riflettere sulla scelta di chi ha le leve politiche e deve decidere: può farlo nell’assoluta solitudine oppure cercando il confronto e la collaborazione degli altri.

La discussione avviata da Domenico Musco in Menomale che c’è il don Francesco è un modo di collaborare. Certo la sua opinione è sostenuta con argomentazioni che non troverebbero d’accordo coloro che guardano ai residenti prima che ai turisti, ma è del tutto legittima, specie se aiuta a fare il passo successivo di premere presso la Laziomar per ottenere che il don Francesco navighi alla velocità per cui è stato costruito. Costa troppo? È nei meandri dei contratti che bisogna entrare per capire e discutere.

I politici che vogliono guardare oltre la spuma della loro onda, dovrebbero cercare sempre il confronto con i cittadini.

Questa settimana sono andate via due persone che hanno avuto una lunga vita: Ida Maria Aversano ha avuto un grande dolore in gioventù e Mario Bosso l’ha avuto in età avanzata. Il tempo è galantuomo, ma spesso è ladro.

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