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Dio ‘u ssape e ‘a Maronna ‘u vvede

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di Vincenzo (Enzo) Di Fazio

farsi portare da un bambino

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Ho una nipotina che ha cominciato a parlare. Per il momento parla a modo suo, ma si fa capire. E’ “sfiziosa”.
I genitori le stanno insegnando, come di norma si fa oggi, a parlare in italiano ma, quando è con me, io ogni tanto butto lì qualche parola in dialetto o qualche piccola frase e la invito a ripetere.
Mi piacerebbe che apprendesse un po’ di dialetto ponzese/napoletano ma poi penso che per “par condicio” dovrebbe impararne due visto che ha il papà pugliese… E forse c’è il rischio di fare confusione.
Al momento ci divertiamo da pazzi e siamo capaci di andare avanti per ore facendo mosse e buttando fuori suoni improbabili e parole indecifrabili. Agli inizi succede come con gli stranieri ma poi, piano piano, grazie all’enorme capacità di apprendimento dei bambini, esce fuori la parola o la frase giusta, pronunciata addirittura anche con la giusta cadenza.
Finora ha imparato qualche parola, tipo “scannetielle” e due piccole frasi, “Viene cca”” e “Si’ ddoce comme ‘nu baba”.
La nipotina è però esigente, nel senso che non è disposta ad apprendere se non capisce quello che deve ripetere. Agli inizi lo fa per gioco, poi, però, mi chiede “Cosa vuol dire, nonno?” e lo chiede, lo chiede tante volte fino allo sfinimento.
Bisogna armarsi di pazienza con i bambini ma il tempo che gli dedichiamo è ricompensato con le gioie che ci danno e la capacità di tenere lontano i pensieri.
A volte, di proposito, parlo in dialetto con mia figlia in sua presenza e essendo curiosa come tutti i bambini ad un certo punto rivolgendosi alla mamma dice: “Ma come parla nonno?”

una pioggia di parole

La prima volta che l’ha detto mi ha riportato indietro al tempo di quando bambino, a dieci anni, sbarcai a Napoli per iniziare, ospite di alcuni cugini, il percorso delle scuole medie che a Ponza non c’erano.
Ho così ricordato l’estate in cui a casa decisero di farmi continuare gli studi nella città partenopea. Per alleviare il distacco ed il peso della lontananza mi raccontarono di un enorme porto con navi gigantesche, dieci volte più grandi del Mergellina, che partivano per l’America, di carrozze con cavalli, di grandi palazzi e monumenti, di tram e filobus, di una topolino, la più piccola auto di quel periodo della Fiat, che avrei potuto guidare stando seduto sulle gambe di mio cugino.
E proprio mio cugino mi introdusse nelle famiglie-bene di alcuni loro amici che avevano dei figli più o meno della mia età, tutti ben vestiti e compìti, cresciuti tra parchi giochi e case inondate di giocattoli.
Immaginate quale differenza rispetto a me abituato agli strùmmele, ai cuppetiélle e alle strade degli Scotti!?

Quei bambini parlavano rigorosamente in italiano, il che mi meravigliava non poco trovandomi a Napoli e vivendo in un palazzo di cinque piani (di quelli con il cortile interno e quattro grandi scalinate una per ogni lato) dove si cominciava al mattino con “Scetate Caruli’ ca ll’aria è doce” e si finiva al tramonto con “Vieneme ‘nzuonno, sì, vieneme ‘nzuonno”, il tutto inframmezzato da grida che venivano dalla tromba delle scale tipo “Maculati’ acàle ‘u panàre…”, o allucche di venditori ambulanti provenienti dalla strada.

Io, pur venendo da un ottimo ciclo di elementari seguito con il meraviglioso maestro Tommaso Lamonica e pur essendo stato un bravo scolaro, non avevo la piena padronanza della lingua italiana perché, al di fuori della scuola, a casa, fra i compagni e per la strada parlavo in dialetto.
Capitava cosi che, giocando con i nuovi “amichetti” di Napoli mi scappasse, davanti ad una trottola che vedevo girare: “Ma questa specie di strummele di chi è?” o di fronte al pericolo di uno che saliva su una sedia “Scinne che ti fai male” o ancora, volendo portare un mio valore aggiunto alla compagnia: Giochiamo a viene, viene cavalle tuoste?”
E lì, il mio stupore nel vederli sgranare gli occhi e sentirli esclamare, meravigliati e forse anche un po’ preoccupati: “Ma questo come parla!?
Proprio come fa oggi la mia nipotina.

Corsi e ricorsi storici, solo che oggi non sono in imbarazzo come allora… anzi mi diverto.
Però – come dicevo – la nipotina mi incalza e dopo aver riso mi chiede che significa.
Durante le feste di Natale che ho trascorso giù in Puglia la bimbetta ha preso il raffreddore e un giorno mentre la mamma la copriva bene bene, prima di uscire ho detto:
Fate attenzione alla creatura ca Dio ‘u ssape e ‘a Maronna ‘u vvede”.
E prontamente la nipotina: Ma come parla il nonno?”
Non le ho dato subito la spiegazione perché al momento non l’avevo.
Il giorno dopo siamo partiti e da allora spesso ho pensato al significato di questo detto che tante volte ho sentito, e sento ancora, pronunciare a Ponza, a mo’ di raccomandazione, dalle persone di una certa età.
Non ne ho la certezza ma, ragionandoci, ho pensato che forse voglia più o meno significare questo:
“La creatura non è guarita perfettamente, ci siamo rivolti al Signore ed alla Madonna per farla guarire, altro non possiamo fare per cui è meglio riguardarla.”
Non so se è giusta, mi farebbe piacere essere confortato o smentito con un altro significato da chi ne sa più di me per quanto riguarda il nostro dialetto e i nostri detti.

Tra un paio di settimane rivedrò la nipotina e se ci scappa di nuovo “Dio ‘u ssape e ‘a Maronna ‘u vvede” sicuramente la bimbetta riparte alla carica e, questa volta, non posso tergiversare… vorrei proprio spiegarle il giusto senso di questo antico modo di dire.

farsi prendere per mano

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4 commenti per Dio ‘u ssape e ‘a Maronna ‘u vvede

  • Rosanna Conte

    Giustamente significa che tutto quanto possa venire dall’intervento divino è stato fatto e adesso è compito umano proteggere e mantenere quanto già ottenuto. La costruzione del detto sottolinea il ruolo intermediario della Madonna che, infatti, vede, cioè usa il senso della vista per percepire l’esigenza umana e porla davanti agli occhi di Dio, che a sua volta non avrebbe bisogno di essere informato del problema umano, perché, in quanto Dio, sa tutto, ma gradisce il ruolo di Maria che intercede.

  • franco schiano

    Dio ‘u ssape e ‘a Maronna ‘u vvede…

    Secondo me si tratta forse dell’inizio di una frase che lascia il finale in sospeso in quanto sottinteso in questo senso:
    …con quanta fatica, sacrifici e preghiere siamo riusciti ad avere/ottenere questa cosa (intesa in senso lato, quindi anche creatura, persona, attività, ecc.), quindi facciamo di tutto perchè ci venga conservata, anche con l’intervento divino.

  • Enzo Di Fazio

    Interessanti argomentazioni. Ce n’è abbastanza per intrattenere la nipotina. Grazie Rosanna, grazie Franco.

  • giovanni franco

    Sono d’accordo con Rosanna Conte su gran parte della ricostruzione del significato del proverbio. Andando a scavare più nel profondo ritroviamo la figura di Dio affiancata a quella della Madonna in una alleanza motivata dalla “proverbiale” funzione rivestita da ciascuno: a Dio spetta pensare e decidere (il sapere) alla Madonna spetta osservare e capire (il vedere); immediato il rimando alla tradizionale formazione della famiglia napoletana: l’uomo (Dio) che comanda e agisce, la donna (Madonna) che osserva e comprende ciò che succede. Nei dovuti puntini sospensivi non può chiaramente mancare il rimando all’idea (da farsi un attimo dopo) che sebbene Dio (l’uomo) venga prima è poi la Madonna (la donna) a comprendere le cose e, col tempo e la pazienza di essa tipiche, indirizzarle. L’uomo sempre al centro dell’attenzione, nella tradizione napoletana, è sempre colui che decide (“chill cà cummann”), la donna è sempre colei che sta alla finestra, tutto ascolta e sbircia (“chell cà s ‘mpiccia”); tutto nel formale rispetto di un tipico copione teatrale partenopeo. La verità è che la figura femminile è abbondantemente più importante sia nella coppia, che nella famiglia; da lei derivano sempre le decisioni importanti e le scelte (giuste). Non a caso, nel proverbio qui menzionato, quando lo si pronuncia, a mo’ di scioglilingua, l’accento cade sempre sulla seconda parte, laddove è citata la Madonna, laddove, dunque, solo può esservi soluzione alla complessa situazione a cui lo si va a riferire. A parte questa mia breve dissertazione sulle “probabili” origini del detto, mi preme infine sottolineare anche l’uso che dello stesso si fa dalle mie parti. Nel Sannio, oltre a farne il comune uso sopra esposto da Rosanna Conte, si è soliti anche utilizzarlo per figurare l’estremo sforzo compiuto per svolgere una ardua impresa, spesso in abbinamento alla frase “e che c’è vulut” per significare come è stato difficile, “Dio o sap e a maronn o ver” per significare la comprensione (solo) ultraterrena dello sforzo.

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