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d-05 foto-02 scotti-e-bis 114 la-spiaggia Spugne e astroides si contengono lo spazio

I ponzesi visti da… (6) Luca Goldoni

di Giuseppe Mazzella

 

Luca Goldoni (Parma 1923) è un giornalista, scrittore e umorista italiano, che ha al suo attivo numerosi libri di successo, nei quali ha sempre un occhio critico nei confronti dei suoi connazionali ed ha la “capacità sublime di prenderne in giro i comportamenti”. “Sempre con uno sguardo bonario ma impietoso sugli atteggiamenti individuali e collettivi e con una scrittura di umorista di razza”.
Lo scrittore arriva a Ponza, che diverrà una delle sue tappe vacanziere abituali, nei primi anni ottanta del secolo scorso. L’isola è in pieno bailamme estivo. Sono gli anni dell’abbondanza, della ricchezza ostentata, l’usa e getta come stile di vita, la caciara eletta a regola. I ponzesi gli appaiono ancora un po’ timidi e ancora non ben organizzati, ma pronti a tuffarsi nell’improvviso e insperato benessere. Nonostante i rumori e il caos, il suo occhio acuto riesce a fare il distinguo tra gli ospiti e gli isolani. Ne esalta l’umanità mite del vecchio capitano di mare “ridotto” a portare a spasso i turisti, ascolta la richiesta accorata del vicesindaco che avverte, nell’indifferenza generale, la necessità di proteggere tutta quella meraviglia, si immerge nei magici paesaggi marini purtroppo contaminati dalla maleducazione dei villeggianti. L’isola si trova sul crinale del “fatale Cambiamento” che da lì muterà dna, incamminandosi rapidamente verso il turismo di “massa concentrata”.
Le vivacissime pagine proposte sono tratte dal capitolo “Tempo d’estate” del suo libro “Lei m’insegna” (Mondadori, 1983).

Tempo d’estate

Ho passato qualche giorno a Ponza, isola deliziosa scampata agli snob, il paese uguale a prima della guerra, le case a cubo, pastello chiaro; Ponza calce e gerani, la gente con la scopa pulisce il suo segmento di strada. i sentieri fra le agavi che precipitano verso baie menta ghiaccio, vestigia greche e romane, grotte con cupe leggende di murene.

Un’isola da viverci in sordina, da costeggiare col barcone che fa tum-tum, da nuotarci in quasi solitudine, da scoprirci antichi piatti di gente povera col palato giusto. Un’isola da tirare il fiato per qualche giorno. E invece sei costretto a folate di rancore verso il prossimo.
Spinneggi adagio dentro un anfratto pieno di echi e di riflessi quando t’accorgi di nuotare nella spazzatura, bucce di frutta, pelli di salame, barattoli, meduse che non sono meduse ma sacchetti di cellofan. Il buzzurrame in ferie raggiunge il suo scoglio con le sportine di plastica del picnic: si accampa, si nutre. Ma esula dai microcefali l’idea che le sportine potrebbero diventare contenitori di rifiuti, da reggere con un mignolo anche nel viaggio di ritorno.

Sono decenni che giornali e televisione spiegano che la plastica in mare galleggia in eterno, che milioni di merende diventano un laido strato geologico: non c’è l’attenuante dell’ignoranza, c’è l’aggravante della premeditazione.

Un’altra baia è minuscola come una piscina, una famigliola l’ha conquistata con lunga marcia, noi sbarchiamo da un gozzo con l’aria di chiedere scusa perché ci erano arrivati prima loro. Mi immergo con movimenti impercettibili per non spaventare una nuvola di alici immobili e trasparenti, quando avverto nelle orecchie il trillio metallico di un’elica. Affioro in tempo per scansare un gommone che viene a virare in velocità in quei cento metri quadrati, i due motonauti, maschio e femmina, ridono al panico che han provocato, se ne vanno nel vento inebriati, felici, imbecilli. Probabili procreatori di nuovi imbecilli.

Cala Fonte è miracolosamente tersa come il suo nome, in acqua non c’è l’ago di un pino. Arriva un motoscafo con veranda e mansarda: si àncora. Stan lì mezz’ora a prendere il sole in «topless», dopo un po’ galleggiano escrementi umani. Son venuti, hanno tirato l’acqua e se ne vanno.

Cala Fonte (foto di Antonio de Luca)

Il buzzurrame in ferie è interclassista, ecumenico.
C’è il buzzurro da ottocentomila al mese venuto in gita con i materassini, pronto alla lite se dici educatamente a suo figlio di non sputare in acqua i noccioli delle pesche. C’è il buzzurro emergente che qui — in quest’isola lunga sei chilometri, larga da 150 metri a 1500, le stradine strette come marciapiedi a misura dei motocarri che portano il pesce, quest’isola fatta per essere camminata o circumnavigata o percorsa su piccoli autobus d’antiquariato con tutte le spie rosse accese sul cruscotto (‘un ve preoccupate, dice l’autista, è ‘nu cuntattu) —, c’è il buzzurro emergente — dicevo che si è fatto il «coupé» ed è arrivato col traghetto, e nessuno gli ha intimato dove va con quella macchina, e l’ha sbarcata, la parcheggia, la mette in moto per spostarsi di trecento metri e suona anche, perché la gente che passeggia si scansi. C’è il buzzurro da un miliardo ancorato sotto il tuo alberghetto con la sua portaerei che dovrebbe starsene buono perché occupa la banchina riservata ai pescherecci e invece vuol farti sapere che ha anche la televisione e a mezzanotte irradia a tutto audio l’incontro di boxe.

L’Italia è divenuta adulta, scriviamo ogni tanto, perché ha detto «sì» al divorzio e «sì» all’aborto. Forse l’Italia è adulta a casa sua. Ma se esce di casa è un’Italia becera e zozza. Con tante eccezioni, s’intende: e le eccezioni si guardano, si riconoscono, fanno amicizia, sognano un partito che attraversi tutti gli schieramenti, anche l’educazione può diventare un’ideologia.

Davanti alla Capitaneria di porto c’è una «goletta» di quelle che non tirano mai su le vele perché la nafta è più comoda e la poppa sembra un «berceau» con le poltroncine di vimini che hanno persino il dondolo: stanno cenando, ogni tanto qualcuno si alza e rovescia i resti del piatto fuori bordo. I marinai della Capitaneria guardano, ridono, non dicono bao. La legge la applicano quando danno la caccia ai pensionati col barchino a remi che pigliano il merluzzetto senza tremila timbri alla licenza di pesca. Alla licenza di villeggiatura nessuno ci ha ancora pensato. Certo, ci vorrebbe una polizia ecologica: l’ex vice sindaco repubblicano Francesco Schiano aveva proposto le guardie giurate del mare, appostate dietro gli scogli a dare multe ai villani in ferie. Ma nessuno gli ha dato retta.

Le leggi scansano i problemi e ne creano nuovi, assurdi: pochi giorni fa il marinaio Giovannino ha dato a sessant’anni l’esame di licenza media. È una vita che va per mare e, nonostante abbia solo la quinta, non è mai naufragato. Voleva gestire un barcone per portare a spasso i turisti. Allora gli han letto che doveva dare l’esame delle medie. Forse avrebbero dovuto interrogarlo sul vento, il mare, le burrasche e lui avrebbe risposto coi proverbi che da secoli regolano la navigazione: calmerie ‘e vierne (la bonaccia d’inverno) è cosa inferne; col bel tempo ‘u levante fa ‘u girasole (cioè gira da levante a ponente) e così via.
Invece l’hanno fatto sedere in un banco accanto a uno bravo di quattordici anni. Fallo copiare, han detto allo scolaro. Copia ma fai anche degli errori — han detto a lui — sennò si capisce che hai copiato.

L’ordine regna a Ponza.

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