Voci di Ieri

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d-05 foto-02 scotti-e-bis 114 la-spiaggia Spugne e astroides si contengono lo spazio

Epitaffi

di Sandro Russo

 .

Gli epitaffi sono quelle parole di commiato scelte dal defunto (o più spesso dai suoi familiari) che assicurano alla tomba o alla lapide un’occhiata in più da parte del viandante distratto. In altre parole, proprio nel luogo del maggior distacco, riaffermano l’amore e il radicamento alla vita del defunto.

Mi piacciono i cimiteri. Non saprei dire esattamente perché.
Da bambino, spesso mia madre mi portava con sé al cimitero. Ricordo che nel vialetto d’ingresso del cimitero di Cassino, sulla destra, c’era la tomba di due gemellini – lei mi disse – morti poco dopo la nascita.
C’era scritto lì il mio primo epitaffio, quello che ancora ricordo:

Dal cielo un dì la terra a visitar venimmo
Era più bello il ciel…
vi ritornammo

– …E di’ una preghiera, per loro – mi diceva sempre mia madre, e io bambino recitavo a fior di labbra: Eterno riposo dona loro Signore e splenda ad essi la luce perpetua, riposino in pace, così sia.

Anche il cimitero di Ponza mi piace molto; non manco mai di passarci le rare volte che vado sull’isola e ci mando sempre i miei amici, segnalandolo tra le cose imperdibili da vedere.

Sarà per questa inconsulta fascinazione per i cimiteri (et relata) che ho messo da parte, quando l’ho letto qualche settimana fa (su Robinson di Repubblica dell’11 luglio 2020), questo breve scritto sugli epitaffi di personaggi illustri.

Robinson – Manuale di sopravvivenza
L’ironico duello di un genio con Madama Morte
di Stefano Massini

C’è qualcosa di una nobiltà antica nel necrologio autografo con cui Ennio Morricone si è congedato dai vivi, ma quel «non vorrei dare disturbo» con cui motiva le esequie private non può non suonare di una magistrale ironia. Niente di cui stupirsi, i geni riescono a duellare con Madama Morte con impareggiabile maestria, forse perché il loro talento gli garantisce già una forma di sopravvivenza, miniatura dell’immortalità. Ecco perché c’è da sorridere a scorrere le epigrafi funerarie di tante celebrità, evidentemente agili a stoccare il colpo di fioretto perfino dal proprio capezzale. Il fumettista francese Jean Marc Reiser ucciso da una malattia a soli 42 anni volle fosse scritto sulla lapide «Non sarò mai un vecchio rimbambito»; il pittore Arman osò di più con «Finalmente solo», mentre George Carlin optò per «Era qui un attimo fa». Dalle nostre latitudini, scendono in gara Vittorio Gassmann («Attore, non fu mai impallato»), Alberto Sordi («Sor Marchese, è l’ora») e Califano («Non escludo il ritorno»). D’altra parte, si sa, il finale è sempre il momento forte della commedia, e niente di meglio che far scorrere il sipario sulla battuta migliore della serata: implica una forma acuta di altruismo, perché di fatto è un ultimo estremo dono a chi ti dedica attenzione. E poi l’unica strategia per sopravvivere ai drammi è destrutturarli, consapevoli che il terrore si nutre di ombre deformate, quanto mai vulnerabili al sorriso. Insomma, finirà che accanto all’Educazione Civica, toccherà inserire a scuola pure quella Ironica. Sarebbe un bel colpo.
P.S. – Siccome ogni torneo vuole un vincitore, a me il più sublime pare Peter Ustinov: «Si prega di non calpestare l’erba».

 

 

La tomba di Primo Levi, al Cimitero Monumentale di Torino dove è riportato il numero che gli era stato inciso sul braccio nel campo di sterminio di Auschwitz

 

Appendice foto (cfr. Commento di Emilio Iodice del 23 agosto 2020)

 

 

 

3 commenti per Epitaffi

  • Silverio Guarino

    Intanto, avrei preferito “Epitafi” con una sola effe, più gentile e delicato e più aderente alla etimologia greca e alla sua locazione cimiteriale, che “Epitaffi”, un po’ “grossier”, anche se più usato nella nostra lingua.
    Ma, a parte questa premessa semantica glosso-classica, sono perfettamente in linea con la fascinazione di Sandro.

    Sarà che la razza umana ha un indice di mortalità del 100%, sarà che andando avanti con gli anni ci si sente più vicini a questa percentuale, ma l’andare per cimiteri rappresenta per me un momento di grande valore etico ed emozionale.

    Nel silenzio e nella meditazione che mi accompagnano durante le visite, riscopro in me quel senso di appartenenza alla umanità che passa. Quello di Ponza e quello di Sermoneta, dove ho vissuto gli anni dell’adolescenza, hanno per me un fascino particolare. Rivedere e ricordare chi non è più con noi, quando li abbiamo salutati solo un attimo fa. C’è chi corre e chi va piano. Tutti verso la stessa meta.

    Cosicché, arrivando a Firenze, non posso fare a meno di andare a trovare Nicolò Machiavelli, a Santa Croce, con quell’epitafio:
    “Tanto nomini nullum par elogium”.

    O, a Parigi, andare al cimitero di Père Lachaise e soffermarmi davanti alla tomba di Jim Morrison:
    “Tutti hanno un paio d’ali ma solo chi sogna impara a volare”.

    “A differenza dell’induismo, dell’islam e del cristianesimo, in cui il destino dopo la morte (reincarnazioni, paradiso, inferno) dipende da come si è vissuto, presso gli aztechi, tranne che per i re che erano dèi, il destino ultraterreno dipendeva dal come e dal quando la persona era morta. Il destino più infelice era quello di chi moriva di vecchiaia o per malattia: la sua anima precipitava nel nono e più basso livello degli inferi, nel buio e polveroso Mictlan, dove sarebbe restata fino alla fine dei tempi.” (da: “Il Colibrì” di Sandro Veronesi, 2020, pag. 158)

    Muore giovane chi è caro agli dèi (Menandro).

    L’importante, a mio avviso, è sporcare poco e lasciare un buon ricordo.

    Mi sto impegnando.

  • Emilio Iodice

    Caro Sandro
    Grazie per il tuo interessante articolo. Da ragazzo ero anch’io un visitatore dei cimiteri. Sono rimasto affascinato dalle persone dietro le lapidi. Volevo conoscere le loro storie, sentimenti, idee, desideri e sogni. Ho scoperto, come te, che le ultime parole sulle loro tombe dicevano molto su di loro.
    Inoltre, ho pensato a quelli che sembravano dimenticati. Ho sempre detto una preghiera per la loro pace eterna. Ho visitato i cimiteri nei molti paesi in cui ho viaggiato. Primo, ero lì per pregare per i morti e secondo per vedere i monumenti e leggere le parole, le biografie e le storie.
    Uno dei posti più interessanti è il Woodlawn Cemetery nel Bronx, vicino casa mia. È uno dei più grandi al mondo. È pieno di persone interessanti e famose, dalle suffragette ai leader militari, dai politici alle persone comuni come noi.
    Una persona di cui volevo visitare il luogo di sepoltura era Fiorello H. La Guardia, il grande sindaco della città di New York dal 1932 al 1947. È stato uno dei miei eroi per il suo coraggio, energia, saggezza, intelligenza e dedizione a lotta per la libertà e la giustizia. Mi aspettavo un gigantesco monumento o mausoleo, adatto a un uomo di tale grandezza. Invece sono rimasto sorpreso di trovare una semplice pietra con la scritta La Guardia, Stateman, Humanitarian.

    Quando sono andato a lavorare a Washington all’inizio degli anni ’70, ho cercato uno splendido monumento a Franklin Roosevelt, presidente degli Stati Uniti dal 1932 al 1945. Invece ho scoperto che quando gli è stato chiesto che tipo di memoriale volesse, FDR ha detto: “Solo un semplice blocco di marmo con il mio nome sopra e nient’altro”. Sono rimasto sorpreso, proprio come nel caso de La Guardia, dell’umiltà di questo grande leader.
    Forse è il vero segno dei grandi: semplicità, umorismo e umiltà.

    Nota della Redazione – Le immagini, che tecnicamente non possono essere messe nei Commenti, sono state allegate in calce all’articolo di base

  • Francesco De Luca

    Colloquio fra Franco e zì ‘Ntunino

    A zì ‘Ntunino non gli è sembrato vero. Mi ha telefonato trafelato. “Ho letto il pezzo di Sandro Russo sugli epitaffi…”
    “Interessante… vero?”
    “No – risponde – che hai capito… mi ha sollecitato un desiderio forte…”
    Intervengo: “Non mi dire… non ci posso credere… anche tu hai scritto un epitaffio… il tuo?”
    “Beh – risponde – perché non sono capace… mi credi incapace di partorire un epitaffio?”
    “Non voglio dire questo… non mi sembra opportuno… Eppoi… il tuo epitaffio per chi varrebbe…?”
    Riprende indispettito: “Cosa vuol dire… per chi varrebbe? Vale per chi viene dopo di me”.
    “Ma – dico spazientito – fammi sentire questo epitaffio. Anche se a me sembra una buffonata…”
    “E invece no – piccato zì ‘Ntunino – il mio epitaffio l’ho pensato a lungo…”
    “Va bene – taglio corto – va beh… fammelo sentire…”
    “Eccolo – dice – Avesse vuluto esse…
    So’ stato…

    Rimango muto.
    “Cosa è… hai perso la lingua. Hai capito bene: Avesse vuluto esse…
    So’ stato …”
    Rispondo: “Certo l’hai pensato a lungo… ma non hai calcolato le risonanze di questo pensiero… perché questo epitaffio…?”
    Zì Ntunino: “Lo sapevo che a te non andava bene ma…”
    Riprendo: “aspetta ‘Ntunì… convieni pure tu che come lo hai scritto tu è interlocutorio, è allusivo… dice ma non dice niente. Cosa avresti voluto essere? Non è dato saperlo. E soprattutto: cosa sei stato, non si coglie. I puntini sospensivi riportano incertezza nell’unica certezza di cui dispone l’uomo, la morte. O meglio, la morte rimane certezza ma la parte prima… la vita… quella è avvolta nell’incertezza più totale… avesse vuluto esse (avrei voluto essere…), avvalorata dall’altra proposizione… so’ stato (sono stato…). Capisci che su queste incognite possono nascere tante supposizioni. Le quali, per loro natura, possono essere malevoli. Ti dico questo perché… un epitaffio vale per sempre… non lo puoi più modificare. ‘Ntunì… pensaci bene… bisogna lavorare di ironia più che di carattere…”
    Interviene: “Embé… il mio è una voragine di ironia… perché ci puoi mettere tutto…”
    Rispondo: “Questo sì… ed è proprio perché i puntini sospensivi possono essere riempiti di tutto… io ci starei attento…”
    ‘Ntunino: “Ed io questo voglio… perché… Frà… qualsiasi cosa si faccia in vita è poca cosa… a meno che non si è stati grandi personaggi… perciò le allusioni stimolano associazioni, portano a conclusioni impensate”.
    “Non hai torto – dico – però ci può stare anche che qualcuno dica: Avesse vuluto esse n’omme – so’ stato n’omme ‘i m…da” (avrei voluto essere un uomo – sono stato un uomo da niente).
    “Embè – ribatte ‘Ntunino – se dice così quel qualcuno attribuisce a sé il significato dell’epitaffio. Io, quello non l’ho scritto”.

    Già era difficile questa estate… adesso pure gli epitaffi…

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