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ep-03 ep-05 k1-20a p-03 lamonica-03 Piccola cernia, Epinephelus marginatus

Gianni Amelio (1). Un posto al cinema

di Patrizia Montani

 .

Non è un personaggio sconosciuto, Gianni Amelio, ai lettori del sito (v. sotto).
Patrizia, da sempre attenta a tutto quel che riguarda i bambini – tema della maggior parte dei suoi articoli su
Ponzaracconta – ci parla del regista, uomo del sud povero, emancipato dall’intelligenza e dalla cultura e di un suo film in particolare: Il ladro di bambini.
S. R.

 Copertina del libro di Amelio del 2011, curato da Domenica Scalzo (ed. Lindau)

“Chi non è vissuto prima della televisione non sa cosa sia la dolcezza del cinema”.
Con questa frase prestata da Bertolucci (1), Gianni Amelio, racconta i suoi anni giovanili, trascorsi in Calabria, in un piccolo paese dove non c’era neanche una sala cinematografica, in una famiglia nella quale spendere soldi per comprare libri o andare al cinema era un vero “peccato”.

Nell’infanzia del regista, segnata dall’assenza del padre, emigrato in Argentina e tornato solo dopo 15 lunghi anni, dalla difficoltà di raggiungere a piedi la scuola, lontana chilometri, da una famiglia composta solo di donne, oberate da duro lavoro , la “dolcezza” del cinema è l’unico sprazzo di luce nel buio.
Amelio, in una intervista, ricorda ancora l’emozione di quel grande telo bianco, steso in piazza, in una sera d’estate, la prima volta che vide le figure in bianco e nero muoversi.

Nato a San Pietro Magisano, in provincia di Catanzaro nel 1945, dopo gli studi di filosofia a Messina, Gianni si trasferisce a Roma nel 1965 e qui inizia la sua attività cinematografica.

Aiuto regista, sceneggiatore, critico cinematografico, regista di spaghetti-western sotto falso nome e di caroselli televisivi (così si chiamava la pubblicità in tv), sono queste le principali attività di Gianni Amelio in quegli anni.
L’attività di critico cinematografico lo mette a contatto con Bresson, Rossellini, Antonioni e con tutti i maggiori giovani registi italiani del momento.
In particolare la collaborazione con Gianni Puccini e Vittorio De Seta lascia un segno nella futura attività di Amelio.

De Seta ricorderà dopo anni, avendo visto Ladro di bambini, di aver finalmente compreso quanto intenso fosse stato il rapporto professionale tra il regista e il suo quasi sconosciuto collaboratore, malgrado si fossero scambiate solo poche parole.

Riporto questa nota/sinossi su Il ladro di bambini che condivido pienamente.
“Un giovane carabiniere viene incaricato di accompagnare due fratelli, una ragazzina e un bambino, da Milano fino in meridione presso un istituto per bambini. Causa di tale trasferimento, la madre che fa prostituire la ragazzina.
Il ladro di bambini è un road movie emozionante – che lancerà definitivamente Gianni Amelio, anche a livello internazionale grazie al Grand Prix Speciale della Giuria al 45º Festival di Cannes – sul metodo educativo, e sullo sguardo, privo di pregiudizi, dei bambini.
Il film inizia infatti con la denuncia da parte del fratello più piccolo. Da qui l’incontro tra il carabiniere e i due bambini. Per il giovane in divisa il caso è una seccatura, pur non dovendo far altro che accompagnarli e tornare immediatamente indietro.
Il viaggio, però da puro incarico, porrà degli imprevisti: le esistenze dei due bambini diventeranno una sorta di fastidio poi di imbarazzo e infine una vera domanda alla quale il protagonista dovrà, senza nessuna esperienza in campo educativo, rispondere. Da questo momento in poi i tre personaggi si incontrano davvero.

Il viaggio, per una serie di iniziative personali del gendarme (fuori dall’incarico vero affidatogli) si prolungherà facendo addirittura una tappa nel suo paese natale dove rincontra la nonna. Nel dialogo fra nonna e nipote si intuisce qual è il bagaglio educativo del carabiniere e qual è la tradizione sana e positiva nella quale egli è cresciuto. Per i due bambini il loro accompagnatore diventerà il vero compagno, l’adulto di cui fidarsi e con il quale confidarsi.

Il finale è amaro poiché tanta bellezza di rapporti viene improvvisamente interrotta: un capitano dei carabinieri ammonirà l’iniziativa del giovane ufficiale in quanto “non è un assistente sociale” e ritardando la “consegna” dei bambini potrebbe essere anche punito per sequestro di minori, da qui il titolo del film. Il racconto evidenzia una cosa fondamentale circa l’educazione e cioè che non è una questione di esperti (gli assistenti sociali, gli psicologi ecc.) ma di una presenza costante e comprensiva capace di intuire cosa c’è dietro lo sguardo muto di un bambino. Difatti lo sguardo del carabiniere, lo sguardo dei bambini sono i veri protagonisti del film. Sguardi di umanità, che vanno a infrangersi in un mondo di regole, ruoli e divieti che sconfinano nella disumanità.
[Da https://www.sentieridelcinema.it/il-ladro-di-bambini/ – Redazione]

Qualcuno ha paragonato questo film ad altri film sui bambini.
L’impianto etico, la naturalezza nell’uso della macchina da presa e soprattutto la pudicizia con la quale i bambini vengono descritti, pongono questo film a livello di film di De Sica e di Zavattini.
La scena dell’abuso in particolare inquadra una manina e poi una mano adulta. Basta.
Con pochissimi tratti capiamo Rosetta: ha le unghie laccate e rosicchiate e quando ha paura prega l’angelo custode; Luciano invece presenta due sintomi tipici dei bambini abbandonati, non ascoltati, non amati: asma e mutismo.
Altrettanto leggera la mano di Amelio nel descrivere il legame di amicizia e di fiducia fra i tre personaggi: una passeggiata al mare, un panino, poco altro; un’incredibile sobrietà stilistica.
Finale senza retorica e senza enfasi: Rosetta e Luciano soli, all’orfanotrofio, lei mette la giacca sulle spalle di suo fratello.

Il ladro di bambini
regia di Gianni Amelio, 1992; con Enrico Lo Verso, Valentina Scalici, Giuseppe Ieracitano
Sceneggiatura di Stefano Rulli e Sandro Petraglia

Note

(1) “Chi non ha vissuto gli anni prima della rivoluzione non può capire cosa sia la dolcezza del vivere”. Questa frase, attribuita a Talleyrand è l’epigrafe del film di Bernardo Bertolucci “Prima della rivoluzione”, del 1964.
Amelio la usa, parafrasandola, per spiegare sia la magica attrazione del cinema da lui vissuta nella giovinezza insieme con tutte le difficoltà logistiche e spesso economiche per andare al cinema, sia la mutazione del costume che, con l’avvento della televisione, mettendoci tutto il cinema a disposizione (si parlava, al tempo dell’intervista, di video cassette) ci ha spianato le difficoltà togliendoci anche la febbre da cinema.

(2) – Sul sito, di Gianni Amelio abbiamo scritto di recente, a proposito del suo ultimo film Hammamet; inoltre è stato citato da Enzo Di Giovanni in una sua Epicrisi (leggi qui).

 

 

 

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