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La politica in sogno (1)

di Francesco De Luca

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Ho sognato: una tartaruga marina a pancia in su era stata tolta da un grande contenitore d’acqua bollente. Una persona, credo il padrone del locale, con un grande coltello, le toglie la pelle. La carne, tagliata a pezzi, è messa in un pentolone a bollire.
“Come la prendo… con le mani?” Carne come ovatta, bianca e soffice. Un pezzo lo porto alla bocca. “Buona?” Proprio buona… no… Calda, callosa sotto i denti, ma senza un gran sapore. L’uomo fa un segno e vengono portati piattini con intingoli vari, di diverso colore. Questa volta con la forchetta metto il boccone nella salsa. E’ gialla… è maionese. Il sapore viene compreso tutto dalla maionese. C’è anche una salsa verde, una verdognola… e d’altro colore.
“Qui, al paese – esclama l’uomo – tutti i ristoranti cucinano la tartaruga…”.

“E’ uno sterminio – dico – perché in estate questi animali nuotano a fior d’acqua e se non si allontanano dalla barche possono essere catturate facilmente. Con un retino”. Dove le mettono?
I pescatori legavano una corda alla zampa posteriore, la barca ormeggiata al molo e loro a poppa che si immergevano subito dopo aver preso fiato. Alla banchina Di Fazio quasi ogni gozzo ne aveva una. I ragazzi passavano e si fermavano a guardarle. Una pena… perché ad un metro sotto l’acqua la cima le tirava e loro ad ostinarsi a scendere verso il fondo. E la corda inesorabilmente rendeva vano il loro sforzo. Ogni volta così. Un guizzo per sfuggire e raggiungere la libertà, uno spasimo e un ritorno forzato a galla.
“Uagliù” – diceva Menecuccio – e si attardava a vedere pure lui la replica di quello spettacolo penoso. L’aveva presa nella rete. Una volta catturata dalle maglie non ne esce più. Lo potrebbe fare con un poco di coordinazione in più fra le zampe, ma non ci riesce. Pure lei, ogni volta che si sente in pericolo, si agita, si dimena e… si ritrova sempre più impigliata e priva di libertà.

Negli anni ’60 – ‘70 le tartarughe si prendevano abbondanti. Non erano un pasto ricercato. Nemmeno dai pescatori che spesso le lasciavano di nuovo al mare, specie quelle grandi. Vennero poi i turisti e qualcuno chiese di quel piatto esotico e fuori dal buon gusto.

I pescatori d’altronde, quelli che avevano solcato le acque del Mediterraneo, avevano appreso come trarre la carne dall’animale e come valorizzarla in cucina. A zuppa, la morte della tartaruga è a zuppa. Viene un sugo saporito, nel senso di salato, e dunque, con un pizzico di peperoncino, sortisce un sughetto, pallido e slavato, al quale s’accompagna gradevolmente il vino.

“L’ho assaggiato?” – No, me lo confessò mio padre, che ne aveva fatto esperienza. E me lo ricordava con apprezzamento mentre Amedeo ‘u barbiere, titolare del ristorante L’Aragosta, ne puliva una proprio là sotto, all’attracco, dirimpetto al noleggio barche Bebè. Con un coltello affilato tagliò tutta la pancia, all’attaccatura col carapace. Ne gettò le interiora a mare, con tutto quanto aveva separato dalla carne.
Quell’operazione era possibile effettuarla nel porto, giù al Mamozio. Sì… c’erano gli scarichi delle fogne ma la cosa era tollerata da una abitudine consolidata. Il mare, nell’inconscio collettivo dell’isolano monda e purifica ogni cosa. Non è così, non lo è mai stato, ma la percezione era quella perché il porto è come la casa. E in casa seppure c’è lo sporco lo si considera non dannoso.
Già allora però, non ricordo male, papà andava a pulire le alici da mettere sotto sale, nelle acque della Caletta. Ritenute più pulite di quelle del Porto. E pochi anni più tardi la stessa operazione la faceva alla Parata.

Il degrado, come lo sporco, come la malattia, come il brutto si diffondono con velocità. La bellezza, l’ordine, il pulito hanno bisogno di impegno, di cura, di passione.

Ma perché ho preso spunto dal sogno? Perché credo che dallo spiraglio del sogno possano venire indicazioni e suggerimenti per il nostro vivere quotidiano.


Senza fare dell’esoterismo, anzi proprio per contrastare ogni visione della vita ispirata a credenze illusorie. Lo sguardo al passato avverte che visioni fantastiche non aiutano a contrastare le storture del nostro vivere da irresponsabili. La nostra piccola isola, con la sua storia del dopoguerra ad oggi, illumina che più si è in condizione privilegiata e più si ha la responsabilità di curare l’esistente e di appassionarsi a farlo.

 

Ndr: le immagini di apertura e di chiusura ritraggono opere di Rob Gonsalves, pittore surrealista canadese (1959-2017)

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