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vdp-03 ss07 ss10 23a 57 La tana dei re di triglie

Non si (sor)ride più…

di Silverio Guarino

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Non si smette mai di conoscere meglio l’animo umano, cosicché, partecipando ad un seminario sul tema “La pandemia dei disturbi del neurosviluppo”, vengo a sapere che: “Il neonato ride 300 (trecento) volte al giorno, mentre l’adulto solo 30 (trenta)”.

 

L’argomentazione che sgomenta è che, mentre nel neonato il riso è sempre espressione della sua gioia vuoi per una carezza, per un sorriso, per una canzoncina, per un cibo, nell’adulto il riso si concentra in queste sole tre espressioni: si ride per nervosismo, in risposta ad una situazione di ilarità (per una battuta, situazione, barzelletta) o per deridere qualcuno o qualcosa.
Mai più per esprimere gioia, sentimento sempre più raro e in via di estinzione.

Mi sono chiesto perché non ridiamo più.
Forse perché siamo ancora vittime di quel: “Risus abundat in ore stultorum” (*), che i nostri avi ci avevano tramandato.
Forse perché ci siamo sempre chiesti perché la iena era “ridens”, e chissà cosa avesse da ridere se “… si nutriva di carcasse di animali morti, usciva con il buio o si accoppiava solo una volta all’anno”.
Oppure perché siamo abituati a dire: “Cos’hai da ridere?”, quasi che ridere sia espressione di superficialità o di maleducazione.
Eppure, quando è necessario lasciare una foto in eredità ai posteri (dal più banale selfie alla più impegnativa foto di gruppo), ecco che ci troviamo tutti con quel cheese in bocca, formaggio inglese che ha spesso il sapore della falsità e della ipocrisia.

Ecco, mancava il quarto motivo del riso nell’adulto: l’ipocrisia e la falsità.
E allora, quel “mai ’na gioia” che compare spesso in giro sui “social”, potremmo tradurlo in “mai un sorriso”.

A Massimo Troisi viene attribuita questa frase: “Chi sa ridere è padrone del mondo”.
Ma non lo sa.

Nota
(*)
– “Il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi

2 commenti per Non si (sor)ride più…

  • silverio lamonica1

    Leggendo la giusta riflessione di Silverio, mi sono ricordato di un’antica canzone napoletana, incisa nel 1895 da Cantalamessa, dal titolo ” A Risa” ( la risata) apprezzata anche dal noto scrittore tedesco, Thomas Mann, tant’è vero che la inserì in uno dei suoi capolavori: “Morte a Venezia”, novella pubblicata nel 1912.
    Mentre nella città imperversava il colera, il proprietario dell’albergo dove alloggiava il protagonista del breve romanzo, ingaggiò un cantante napoletano il quale eseguì appunto ” A Risa” per distrarre un po’ i clienti in quella tragica circostanza.
    Mann ne fa una descrizione molto bella da cui traspare a chiare note, il ritmo coinvolgente di quel simpatico brano musicale.
    Forse sarà colpa del maledetto “logorio della vita moderna” (sbandierato in un messaggio pubblicitario di alcuni decenni fa) ma sta di fatto che l’amico Silverio ha ragione. Per cui propongo di ridere con “‘A Risa”

    https://www.youtube.com/watch?v=qkoVY33igUk

  • Luisa Guarino

    Facendo un compendio dell’articolo di mio fratello e del commento di Silverio Lamonica, e per rimanere in tema, vorrei segnalare a chi ama le canzoni umoristiche napoletane e vive a Latina (o vi si trova di passaggio) che venerdì 17 gennaio il Circolo cittadino ospiterà alle 21 uno spettacolo dal titolo “N accordo in fa” realizzato dall’Ensemble Partenope In-Canto. Sul palco Mimmo Di Francesco voce e chitarra, Raffaele Esposito fisarmonica, Flavio Bertipaglia contrabbasso, Marco Malagola percussioni. Tra i vari brani che saranno eseguiti c’è appunto anche la celeberrima “A risa” citata da Silverio. Ingresso 10 euro. Info: 340/2738984 – 338/4343408

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