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Il colosso di Rodi, ovvero le immagini del nulla (2)

di Pasquale Scarpati

 

Per la puntata precedente “I doveri”, leggi qui

La burocrazia

Una storia di altri tempi: l’assedio
Chi governa la pubblica amministrazione somiglia spesso ad un cavaliere medioevale che i palafrenieri ed altri hanno issato sul destriero. Lui, in arcione, vuole e si accinge ad assaltare le mura della città turrita, fortificata da leggi, leggine, cavilli ed ogni altra forma burocratica. Sennonché succede che il cavallo o è scheletrico come Ronzinante oppure dopo aver fatto un breve tratto al galoppo si impunta come faceva Bucefalo impaurito dalla sua ombra: si rifiuta di procedere. Se il cavaliere lo sprona, può succedere che quello si impenna e lo disarciona. Molti cavalieri, quindi rimangono a piedi e da soli. Altri cavalli controvoglia si accingono all’ardua impresa. Vanno al passo o lentamente.
Agiscono alla stessa maniera della folla che correva dalla casa di don Abbondio verso quella di Lucia e Agnese, dove si temeva che fosse accaduto qualcosa di grave: i primi rallentavano il passo e si facevano superare da quelli che sopraggiungevano. Altri si ritiravano col pretesto di essere stati chiamati dalle mogli che stavano alla finestra. Così si rimane in pochi e tutto si rallenta.

Quando, finalmente, i pochi raggiungono la città turrita si accorgono che non solo le mura sono difficili da scalare ma che le loro armi sono inadeguate: la lancia è spuntata, la corazza è logora, le giunture dell’armatura sono arrugginite, l’elmo è di latta, il bello scudo che sembra sicuro è, in realtà, fragile come plastica sottile.
Alcuni, imperterriti o per meglio dire molto coraggiosi, tentano la scalata. Ma, non appena giungono alla base e appoggiano le scale, gli assediati fanno piovere dall’alto oggetti di tutte le forme e di tutti i materiali. Soprattutto macigni che spesso colpiscono gli intrepidi e li lasciano stecchiti.
Solo qualche brandello di muro cede. Cadendo solleva una piccola polvere. Ma colui che è riuscito a farlo cadere se ne vanta come se avesse aperto una breccia, simile a quella di Porta Pia.
Vista ’a mala parata alcuni battono in ritirata e tornano dal loro destriero, il quale, intanto, infischiandosene della battaglia, bruca nel suo orticello. Molti cavalieri, usciti malconci ed anche per paura, si rassegnano e non fanno più nulla.

Intanto i difensori, come si conviene a tutti gli assediati, facendo alcune sortite catturano dei prigionieri. Questi vengono condotti nelle stanze lucenti.
Qui oltre ad essere circondati da valenti cuochi che propinano lauti pasti e succulente pietanze, sono costretti ad accettare la presenza di nugoli di persone delle più svariate categorie che quotidianamente cercano di indottrinarli. Se non ci riescono, li cacciano via in malo modo, abbandonandoli in aperta campagna senza dar loro alcun orientamento; alcuni li fanno, addirittura, sparire.

Quando quelli reputano che i loro riluttanti discepoli siano abbastanza edotti, decidono o di trattenerli per il naturale cambio generazionale oppure di rispedirli fuori per cercare di addomesticare i destrieri ed i cavalieri rimasti riluttanti e riottosi. Molti di loro si convincono della bontà delle idee della città turrita, altri fanno finta di crederci, altri, forse per paura, continuano a non fare nulla e come Ponzio Pilato un po’ se ne lavano le mani, un po’ mandano il Cristo da Erode: si rimbalzano la palla.
Dopo un po’ di tempo può succedere che il destriero non trovi più nulla da brucare perché la città turrita che ha sì una vista acuta ma, poiché, per sua natura, è statica e immobile, non ha mente duttile da capire le esigenze dei singoli e delle collettività, specie se piccole e pertanto non riesce a percepire le devastazioni che produce.

Il cavallo, quindi, se già scheletrico, muore subito, se grasso, piano piano dimagrisce, si assottiglia e si asciuga. Cerca un nuovo cavaliere che lo salvi. Così la battaglia può ripetersi oppure no perché il nuovo cavaliere, forte dell’esperienza dei predecessori, non si muove affatto anche se lo ha promesso a gran voce prima di essere messo in arcione. Oppure si muove lungo le linee volute dalla città turrita così da non incorrere nelle sue ire. Così la vecchia storia si ripete.

Una storia in cui da una parte ci sono cavalli infingardi, che pretendono che tutto faccia il cavaliere, dall’altra cavalieri, dalle armi spuntate che o si rassegnano oppure si adeguano alla realtà. Quando, invece, cavalli e cavalieri dovrebbero galoppare all’unisono. Il cavaliere, ben stretto sulla sella, ha il dovere di incitare, spronare. Ha il dovere di guidare il cavallo verso pascoli erbosi. Il cavallo da parte sua ha il dovere di fare da supporto al cavaliere, di fargli capire se deve muoversi al passo, al trotto o al galoppo, in base alla sua forza e alle sua capacità. Ha, in definitiva, il dovere di sorreggerlo. Non può pretendere che combatta a piedi: sarebbe una battaglia persa fin dall’inizio.

 

Il colosso di Rodi, ovvero le immagini del nulla (2)

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