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Il Natale a Le Forna al tempo di don Gennaro Sandolo

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di Giuseppe Mazzella
La Chiesa delle Forna

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Poteva essere il 1955. A Le Forna era appena arrivata la luce elettrica. 120 volt, un po’ stiracchiati, che illuminavano ancora pochissime lampadine da 40 watt.
La maggioranza degli abitanti tirava ancora avanti con il lume a petrolio.
Sul piazzale della Chiesa dedicata all’Assunta resistevano due grossi lampioni a gas che fumavano nell’aria tersa e fredda della notte.
Anche la chiesa si apriva alla novità. I due angeli, uno vestito d’azzurro e l’altro di rosa, che erano ai lati dell’altare maggiore, portavano un’asta a tre punte alla cui cima avevano lampadine che apparivano splendenti come stelle nella luce vespertina delle candele.
Nella navata di sinistra, dedicata a San Silverio, quella che ancora oggi tradizionalmente lo ospita, vi era un grande presepe realizzato con sughero e “pastocchie”, il muschio che i ragazzi avevano fatto a gara a portare ai più grandi che lo costruivano.
La grotta, secondo tradizione, conteneva la Madonna, San Giuseppe,  l’asino e il bue e al centro una mangiatoia colma di paglia in cui giaceva un Gesù Bambino sorridente. Ai suoi piedi un vassoio di metallo in cui i fedeli ponevano le offerte.

Quella notte di Natale fu particolarmente bella. La Messa cantata, la presenza quasi al completo dell’intera frazione che traboccava dalla chiesa e riempiva la piazza, la presenza di molti emigrati tornati a Ponza per l’occasione, esaltarono don Gennaro Sandolo che nella predica celebrò la Notte Santa assieme al lavoro dei pescatori e di quanti, emigrati, erano rientrati per partecipare alle solenne funzioni.
Era già l’una abbondante dopo mezzanotte quando Don Gennaro, impartita la benedizione e salutato i fedeli sul sagrato, si apprestava a chiudere e a recuperare le elemosine del vassoio.
Grande fu, però, la meraviglia, lui che si aspettava una buona raccolta con la quale far fronte ai lavori urgenti per la chiesa e al rinnovo dei banchi, quando s’avvide che qualcuno vi aveva messo le mani.
Non si lasciò andare ad alcuna esclamazione irriverente, era pur sempre nella Casa di Dio, ma i pensieri correvano, e un’idea ‘fulminea’ gli balenò alla  mente.

La mattina di Natale si svolse al solito tra la prima Messa alle prime ore dell’alba e quella lunga delle undici, in cui don Gennaro ritrovò un eloquio ancora più accorato nell’esaltare la grande partecipazione dei fedeli, ringraziandoli per le generose offerte per i lavori necessari di restauro.
Dismessi i paramenti solenni don Gennaro, si era allora avvicinato al presepe dove si attardavano alcuni bambini e adolescenti che rimiravano incantati questo o quel pastore, il laghetto con il pescatore, le montagne rivestite di muschio che sembravano vere, le pecore al pascolo e i castelli lontani di cui non avevano mai visto uno, salvo il Forte Papa che era sul  promontorio vicino. Aveva dato una rapida occhiata al vassoio e con soddisfazione aveva constatato che non vi erano stati “prelievi” e che la sua idea aveva ottenuto l’effetto desiderato.
Si era allora avvicinato a quei ragazzi, invitandoli a toccare il vassoio: “Tocca!, tocca!” – li incitava con forza ora l’uno ora l’altro. Ma quelli si guardavano bene dal farlo, esitanti. Don Gennaro gongolava in cuor suo e pensava che certamente avevano provato la “sorpresa”.
Nelle prime ore del mattino, infatti, prima dell’inizio delle funzioni, aveva collegato al vassoio un filo di rame alla presa di corrente.

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