Mediterraneo

Mediterraneo forever, un nuovo libro

segnalato da Sandro Russo

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Presentiamo un libro appena uscito attraverso un articolo di Marino Niola, da Robinson di Repubblica, di ieri, domenica 21 gennaio 2024

Viaggio nel mito
Non c’è mare senza Ulisse
di Marino Niola

– Tutto ciò che si può comprendere della nostra civiltà lo si impara dal Mediterraneo Come suggerisce il saggio di Ruiz-Domènec
– La ventennale peregrinazione dell’eroe, da Itaca a Troia e ritorno, rappresenta un punto zero della narrazione occidentale

Non si può comprendere nulla della nostra vita se non lo si è imparato dal mare, diceva Federico García Lorca. Per la stessa ragione, non si può comprendere nulla della nostra civiltà se non lo si è imparato dal Mediterraneo. Perché è dal fondo abissale di queste acque che è nato il grande eroe culturale dell’Occidente, Ulisse, l’uomo che osa lanciare una sfida agli dèi e fa della sua odissea un coast to coast della condizione umana.

Proprio alla figura del re di Itaca è dedicato un bel libro di José Enrique Ruiz-Domènec, Il sogno di Ulisse, appena uscito da Utet.
L’autore, che è professore di Storia medievale all’Università di Barcellona, individua nell’inventore del cavallo di Troia l’archetipo dell’uomo europeo. Mentre quello femminile è incarnato da sua moglie Penelope che si consuma nell’attesa facendo e disfacendo la tela.

Nelle peripezie di Ulisse, sospinto dalle correnti del destino fino alle Colonne d’Ercole, il racconto di Ruiz-Domènec intravede il diagramma mitologico delle rotte che hanno costruito storia e geografia, economia e antropologia del Mediterraneo. Perché la ventennale peregrinazione dell’eroe, da Itaca a Troia e ritorno, rappresenta un punto zero della narrazione occidentale, il filo di trama di tutti i miti che fondano il nostro mondo.

Da Prometeo che ruba il fuoco agli immortali dando inizio all’era della techne, la capacità umana di trasformare la natura. A Edipo che uccidendo il padre fonda insieme la tragedia e la psicanalisi. Da Icaro che non ha paura di volare, a Teseo che entra nel labirinto per uccidere il minotauro e, grazie ad Arianna, non si perde.

Tutti questi miti ci parlano di noi. Rappresentano i fotogrammi originari delle nostre virtù e dei nostri vizi. Che sono il frutto di uno scambio e di una contaminazione continua tra le genti affacciate sul bacino che si allarga tra Gibilterra e il Bosforo.

In fondo, quello che chiamiamo Mediterraneo e che gli arabi indicavano come Bahr al Rumi, cioè il mare dei Romani, è un intreccio inestricabile di popoli, merci e commerci, di culti, culture e cultivar. Una connection che abbraccia da sempre la tavola e la politica, le identità e le sensibilità, le tradizioni e le aspirazioni. Il mare di mezzo è, di fatto, un ponte liquido che unisce e separa i popoli affacciati sulle sue sponde. Sempre lo stesso e sempre diverso. Perché, tra Creta e Beirut, Genova e Atene, Cartagine e Roma, Venezia e Costantinopoli, Napoli e Barcellona, Aleppo e Marsiglia l’officina della storia ha prodotto una galassia di identità. Filosofie, economie, tecnologie, mitologie, gastronomie. Costruite l’una sull’altra, l’una dopo l’altra, l’una contro l’altra. Eppure, quel nucleo incandescente, che i millenni hanno frammentato, ma non cancellato, riaffiora negli elementi comuni, che hanno fatto del Mediterraneo un bacino di differenze, ma anche di corrispondenze. Uno stesso meridiano dell’essere.

In fondo, suggerisce l’autore, un lungo filo rosso corre da Dedalo a Gaudì, dalla leggendaria architettura del labirinto cretese all’esuberanza modernista del Parc Güell di Barcellona. Ovviamente è impossibile capire il mondo mediterraneo senza tenere conto dell’influenza esercitata dai tre grandi monoteismi, ebraismo, cristianesimo e islam. Che congedano il politeismo ed esiliano gli antichi numi pagani.
Ed è proprio da questo esilio degli dèi che nasce l’Europa moderna, frutto di un incontro scontro tra la fede e la ragione, la scienza e la religione, l’arte e la teologia. Ma le antiche divinità non sono scomparse, semplicemente si occultano nella penombra amniotica delle grandi religioni e sopravvivono sotto mentite spoglie nell’arte, nella letteratura e nelle tradizioni popolari.
Perché il mito torna sempre sui suoi passi, ma non tutti lo riconoscono a prima vista.

In realtà, osserva Ruiz-Domènec, il mare di Ulisse non cancella ma trasforma. E tende a riproporre gli stessi scenari a distanza di tremila anni.
Nel 1177 avanti Cristo, un combinato disposto tra caos economico, migrazioni e guerre destabilizza gli imperi del bacino, i rifugiati si accalcano nell’attuale Giordania, le regioni mediorientali corrispondenti all’Iran e all’Iraq sono costantemente sull’orlo del conflitto armato.
Sembra cronaca in diretta.
Poi nel corso dei secoli successivi si sono avvicendati il miracolo greco, l’Impero Romano, le invasioni barbariche, l’era bizantina e poi quella ottomana, il Rinascimento, le scoperte geografiche che hanno proiettato il mediterraneo oltre oceano, poi le rivoluzioni e le guerre del Novecento. Fino all’attuale conflitto nella Striscia di Gaza che insanguina ancora una volta quelle stesse terre.
È come se oggi venissero riproposti gli scenari di tremila anni orsono, con protagonisti nuovi ma neanche troppo. Sembra proprio che la ruota della storia abbia compiuto un giro completo per tornare al punto di partenza. E stia già per rimettersi in moto una nuova rotazione. Speriamo che non sia un’altra odissea. E che il sogno di Ulisse non si trasformi in un incubo.

José Enrique Ruiz-Domènec
Il sogno di Ulisse
Utet Traduzione Francesca Pe’ pagg. 512 euro 32 Voto 7.5/10

Immagine di copertina. Limiti. Le Colonne d’Ercole, 1990, di Carol Summers – ©Accademia Nazionale del Design, New York Bridgeman Images

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