Attualità

Commenti e politica

di Tano Pirrone

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Commento a Giuseppe Mazzella di Ischia
di Tano Pirrone, 20 novembre 2021

Speravo di dedicarmi alla lettura del bel libro di Marina Valensise Il sole sorge a Sud, poi a Lazio – Juventus (lotta intestina) e, dopo cena a rivedere lontani film ottimamente realizzati e di firme illustri, quando, in piena zona Cesarini, avendo ormai ultimato l’Epìcrisi di cui ho avuto per questa settimana la responsabilità, è stato pubblicato il lungo articolo dell’amico Mazzella.
L’ho letto bene, attentamente, per considerare se avessi dovuto smontare il già fatto per includerlo nell’Epìcrisi, che di suo ha un titolo inequivocabile: ”Politique d’abord” (1), suggeritomi dalla visione ottimista di Sandro Russo, al posto del mio rassegnato “Perché non resti la delusione”, che in fondo è il sentimento di chi affronta la politica con obiettivi irrealisticamente alti e di per sé difficilmente superabili (le rivoluzioni sono tali: ne riesce una ogni cento e durano poco, se non avvengono i mutamenti reali: nel sistema delle regole condivise, nelle relazioni, nelle valutazioni che si danno a beni e sentimenti.

Dopo un buon film (Basilicata coast to coast di Rocco Papaleo, 2010), ho letto ancora una volta l’articolo ed ho deciso che non rientrava nel focus della mia recensione settimanale dei temi trattati. L’autore scrive con lunga esperienza e comprovata facilità; l’argomento è politico, ma è soprattutto, a mio modestissimo avviso, retorico, nel senso più nobile del termine. È in sostanza scritto per obbligo, se non per provocazione: non c’è nessuna novità politica, nulla che si potesse legare con il focus dell’Epìcrisi, che include e si confronta con l’attualità spietata che il giorno per giorno determina.

Parola più parola meno, personaggio più personaggio meno, condivido quanto Mazzella scrive, fornendo all’interno dello scritto stesso le motivazioni sul perché certe scelte politiche sono state fatte sia relativamente ai contenuti che ai nomi. Nomen omen: il destino dei viventi (e non solo) risiede (anche) nei loro nomi: è comprensibile che se ti chiami Ulisse e sei un cane, appena tolto il guinzaglio allunghi la corsa e ti perdi per qualche ora. La mia amica proprietaria di Ulisse stava le ore ogni volte ad aspettare che tornasse. «Che speranza hai» le dicevo «l’hai chiamato Ulisse… e mo’ quando lo ripigli?».

Un partito che si dice comunista si chiama Comunista, ma se casca il comunismo, anzi se il comunismo è sbracato (collassato è più nobile, ma rende meno) su sé stesso per evidente incapacità di contenuti e di democrazia, dovrà chiamarsi in un altro modo: in Italia era impossibile chiamarlo socialista, come benissimo è stato detto e ancor meno socialdemocratico; l’hanno chiamato, allora, Democratico, che sempre meglio di Articolo 1 è… e c’è pure peggio. Però ’sto partito, nella sua forma ultima, post-veltroniana, appartiene, in campo europeo all’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici. Come si può notare in quest’alleanza “progressista” (termine già abbastanza vago) ci sono Socialisti e Democratici. In Italia costoro (fra cui io) dovrebbero discutere seriamente – a partire dalle periferie (le famose sezioni e poi circoli e mo’ di nuovo sezioni) – della forma partito, a partire dalla forma stato: che stato vorrei, con che regole.
Tutto ciò però cozza con le impellenze.
L’Europa è una trincea: o vinciamo a brevissimo la guerra per consolidarla e farne un’identità politica, economica e militare precisa inequivocabile o siamo morti. Non feriti o presi prigionieri, amici miei, ma morti. Per consolidare l’Europa non bisogna guardare in faccia nessuno e niente, solo un occhio alla storia passata e due occhi a guardarci dalle insidie che minacciano la nostra comunità continentale.
Le vecchie patrie non hanno più senso né forza né futuro, solo sirene che portano gli ulissi come noi fuori rotta. Non ci sono più ciclopi e maghe Circe da affrontare ma Cina, Islam, le furiose erinni puritane anglosassoni della cancel culture, rifiuti, virus… e una santa prossima indegna fine da imbecilli!

P.S. – Sono iscritto al PD e me ne vanto: è la Cosa più cosa che conosca. Ho frequentato per qualche mese una chat di Articolo 1 e me ne sono scappato per pazzo, di notte senza bagagli e senza pensarci due volte: orrenda la storia che si fa ripetizione automatica, dimenticando gli errori le inadeguatezze il ridicolo…
Sono stato anche Segretario del Circolo PD di Piazza Verbano, e sono sopravvissuto, con danni limitati ma irreversibili… Ho dato quel che ho potuto.

Un’assemblea di Sezione ne “La Cosa” di Moretti. 1990

Note

Immagine di copertina. Locandina francese de La cosa, un film documentario del 1990, diretto, montato e prodotto da Nanni Moretti.
Il documentario mostra, senza alcun commento, una serie di interventi di militanti comunisti durante i dibattiti all’interno di alcune sezioni del Partito Comunista Italiano svoltisi nei giorni successivi alla proposta di Achille Occhetto di trasformare il Partito Comunista Italiano in un nuovo soggetto politico, la cosiddetta “svolta della Bolognina”, testimoniando «un momento unico di autocoscienza collettiva nella storia della sinistra italiana (fonte: Wikipedia)

(1) – «Politique d’abord» (“la politica prima di tutto”) – L’inventore di questo modo di dire fu Charles Maurras (1868 –1952), che non fu un uomo di sinistra, bensì il capo della destra reazionaria francese negli anni precedenti la II guerra mondiale). Pietro Nenni (1891-1980) lo fece suo scrivendo (nel 1930) queste parole: “Politique d’abord consiste nel non avere pregiudiziali tattiche e nel riconoscere che la tattica è questione di momento e di circostanze. Un partito (un leader) che sa quel che vuole, e che quel che vuole lo vuole sul serio, non sarà mai imbarazzato sui mezzi da impiegare”.

2 Comments

2 Comments

  1. Giuseppe Mazzella di Rurillo

    21 Novembre 2021 at 10:30

    Grazie a Tano per la partecipazione al dibattito politico. Non è una questione “retorica” o “semantica” il nome della “sinistra”. La forma racchiude una sostanza. Chi scelse semplicemente il termine “democratico” nel 2007 per un nuovo partito che esprimesse in una unica organizzazione il “cartello elettorale dell’ulivo” non ebbe molta fantasia. I fondatori del Pd erano talmente divisi, talmente lontani fra loro che se ne uscirono con un “compromesso” che come tutti i compromessi non accontenta nessuno ed anzi apre le porte e le finestre alle più grandi contraddizioni. I “campi larghi” – oggi ne invoca uno Bersani che francamente mi sta annoiando perché troppo ripetitivo e senza fare proseliti – finiscono o in deserti o in piazze affollate litigiose e infine pericolose. La sinistra è a una svolta come mai nella sua storia: deve dare a sé stessa un nome ed un programma e una classe dirigente. Il nome non è quindi una questione di lana caprina o secondaria o peggio ancora di vecchiarelli da rottamare sulla strada della demenza senile. Il termine “socialista” deve riavere sostanza. Forse bisogna fare come la spd nel 1956:un congresso tematico per una chiara identità neo-socialista. Nel 1968 si tenne a Roma il primo ed ultimo congresso del psi-psdi unificati. Il psu fu per due anni il partito dei “coco” con due co-segretari nazionali e locali. Fu un Congresso con almeno 7 mozioni e 7 correnti. Più che una casa era un condominio. Più che una federazione era una confederazione. Trovare un nome era difficile. Trovare un simbolo grafico era difficile. Il simbolo ampliava il sole nascente socialdemocratico ma poneva nel sole la falce il martello ed il libro dei socialisti. Fu Pietro Nenni a proporre il nuovo nome: “Partito Socialista Italiano-sezione italiana dell’internazionale socialista”. Buon compromesso. Durò un anno. I partiti ridivennero due nel 1969.
    g.m.

  2. Tano Pirrone

    22 Novembre 2021 at 09:26

    Carissimo Giuseppe, ti sei risposto da solo: i nomi si danno cercando cercando di farli corrispondere ai contenuti. Guai se una sigla è scelta perché “bella”. Il problema consiste nel fatto che è mutato lo scenario politico, si sono trasformati i cicli di maturazione e di elaborazione politica, sono e stanno avvenendo cambiamenti sostanziali di tipo socio politico a livello globale, oserei dire che sono in atto modificazioni di tipo antropologico, sicuramente di portata storica, per cui non riusciamo ad intuire quale potrà essere lo scenario socio politico mondiale alla fine di questo ciclo storico. Poco si può fare, ma la storia del passato può aiutarci (come ho scritto io: un occhio rivolto al passato e gli altri due a vigilare per respingere gli attacchi e trovare sentieri che ci portano più avanti). Non poteva esserci nome più bello di quello scelto da Nenni: ma fallì! Non bastano i nomi. Un caro saluto.

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