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Un film sull’Aldilà… e quel che ne sappiamo (2)

di Sandro Russo e Gianni Sarro

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Per la prima parte, leggi qui

La cosiddetta “morte apparente” è una condizione in cui le funzioni vitali sono rallentate a limiti così estremi da renderne problematica la valutazione; pur tuttavia è uno stato diverso dalla morte, dal momento che il paziente recupera non equivoci segni vitali, a volte fino alla restitutio da integrum della coscienza.

La Near Death Experience (NDE) nella letteratura medica anglosassone – Esperienza di quasi-morte, in italiano – è invece più propriamente il ricordo dell’esperienza soggettiva che affiora, generalmente in modo spontaneo, nella mente delle persone che si sono trovate, anche per pochi istanti, in una condizione caratterizzata da totale perdita di coscienza associata alla sospensione di ogni funzione vitale dell’organismo. La NDE può manifestarsi immediatamente dopo il superamento della crisi, appena il soggetto recupera la coscienza, oppure in tempi successivi.

Le condizioni per definizione ‘simili alla morte’ richiedono un approccio diagnostico e strumentale alquanto diverso rispetto ai parametri generalmente utilizzati nella comune pratica clinica, e rendono arduo il giudizio medico. Tali aspetti sono particolarmente problematici nella diagnosi dell’accertamento di morte per le finalità di espianto di organi.

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“Da secoli, e con vari approcci conoscitivi si cerca di scoprire se esista veramente la possibilità di mettere le funzioni vitali “in pausa”. Prima degli scienziati sono stati forse gli scrittori ad ipotizzare una possibilità del genere; obiettivo di questo lavoro è compiere un breve excursus delle ipotesi di fantasia e riportarle nel più solido alveo delle attuali conoscenze scientifiche.
Molte di queste storie sono affascinanti, ma si basano su premesse biologiche alquanto improbabili. Infatti, nella realtà, gli esseri umani non sono in grado di sospendere la complessa attività delle loro cellule, più di quanto non possano smettere di respirare per più di qualche minuto senza subire gravi danni agli organi vitali.

(…) Pertanto, per quanto sia difficile rimanere in campo scientifico trattando di una condizione di “morte apparente”, nondimeno il presente lavoro si propone di discernere miti e credenze dai fatti accertati, di approfondirne le possibili cause ed i meccanismi in gioco e anche di fornire indicazioni non equivoche riguardanti l’accertamento della morte cerebrale ai fini dell’espianto di organi”.

[Dalla Tesi di Laurea di cui è riportato qui sotto il frontespizio]

Come si può immaginare la letteratura su questi tema è sterminata: la fantasia dell’uomo è attratto dall’idea della morte come le formiche dal miele. Riservandomi ad altra occasione (e/o a richieste specifiche da parte dei lettori) un approfondimento storico-letterario sulla morte apparente, richiamerei qui solo poche voci emblematiche.

– La spongia somnifera (epoca romana). Fa parte della Storia della Medicina e dei primi tentativi di sedazione del dolore l’impiego della spongia somnifera.
Nel V secolo, al totale collasso dell’Impero Romano la maggior parte delle conoscenze dell’antichità sarebbe andate perdute, se non fosse stato per il lavoro dei monaci dei monasteri cristiani. In uno di questi, il Monastero dei Benedettini di Montecassino, è stata rinvenuta la descrizione di un antichissimo metodo per indurre anestesia. Tale tecnica prevedeva l’uso di una spugna che veniva intinta in una mistura di estratti di piante, tra cui Papaver somniferum (oppio), giusquiamo e mandragora e quindi lasciata asciugare. Il procedimento veniva ripetuto per due o tre volte, dopo di che la spugna, chiamata Spongia Somnifera, era pronta per l’uso. Una volta inumidita essa veniva posta sotto il naso dei pazienti che cadevano in un sonno profondo, dal quale potevano essere risvegliati facendo loro annusare uno straccio imbevuto di aceto. La Spongia Somnifera è ancor oggi ricordata per il suo utilizzo durante le crocifissioni; era anche chiamata Morion, o “succo della morte”, proprio in relazione alla sua capacità di indurre morte apparente (secondo fonti apocrife potrebbe essere stata usata anche durante la crocefissione di Gesù Cristo). L’efficacia di questo prodotto era tale che i centurioni avevano l’ordine di trafiggere con una lancia il corpo delle vittima prima di restituirlo ai parenti, per eliminare la possibilità che il condannato non fosse morto davvero.

– La morte apparente di Giulietta in Romeo and Juliet di W. Shakespeare (1564 –1616); dramma ambientato a Venezia agli inizi del 1300. Da notare che il Bardo non è uno scrittore di fantascienza, ma riporta nozioni che al suo tempo erano conosciute, anche se in una cerchia ristretta (i frati erano dispensatori di conoscenze mediche e di farmaci).
Molto suggestivo è il brano della tragedia (atto IV, scena I) in cui il frate Lorenzo (friar Lawrence), nel dare il veleno a Giulietta, ne descrive accuratamente gli effetti (1): una perfetta (e poetica) descrizione della morte apparente. D’altra parte l’efficacia del preparato usato era indubbia e tale da indurre tutti, compreso Romeo, a considerare la fanciulla ormai morta; proprio da tale convincimento è derivato il tragico finale della storia che tutti conoscono.

Altro scrittore particolarmente attratto dalle situazioni di passaggio fra la vita e la morte è stato Edgar Allan Poe (1809 – 1849).
Poe, nei suoi “Racconti del terrore” e, in particolare, in “Un seppellimento prematuro”, descrive situazioni in cui persone ancora in vita, ma prive di coscienza, venivano tumulate, sottoposte ad autopsia o altro, esprimendo l’angoscia generata dal pensiero di una possibilità del genere. Estrapolo solo poche righe dall’incipit (2).

– Con un accostamento, audace ma assolutamente intrigante, cito come ultima voce, un racconto di Stephen King (1947; autore di culto e sceneggiatore che vive e corre insieme a noi). Anche lui ha esplorato i confini tra la vita e la morte, a volte con franche cadute nell’irrazionale. Ma un suo racconto – Autopsia 4 – è una perla assoluta, per inventiva, capacità di prolungare la suspence a limiti inarrivabili e anche per il finale. Giusto per indurre curiosità riporto le poche righe poste dall’Autore a introduzione del suo racconto di una quindicina di pagine (3).

Ma torniamo al punto da cui eravamo partiti, cioè la lezione di cinema sul film Hereafter di Clint Eastwood (leggi qui). Si era detto che aveva suscitato vari commenti. Una dei partecipanti ha accennato ad una sua esperienza “diretta”. Di tre occasioni in cui, per circostanze sempre legate ad una crisi anafilattica da farmaci era rimasta priva di coscienza per un tempo di diversi minuti. Caratteristiche comuni a questi episodi era la sensazione di stare “dentro un tunnel buio”, con una luce fioca in fondo, di non sentire paura né dolore. Alla ripresa della coscienza in un episodio ricordava per prima cosa di aver visto la figura del marito stagliata contro la finestra, che piangeva.

Un altro episodio posso riportarlo io, esattamente come mi è stato raccontato dal mio amico che l’ha vissuto. È accaduto dopo una immersione subacquea (con le bombole) piuttosto impegnativa, effettuata in Sri-Lanka con pescatori locali (con poche nozioni teoriche ma pratici e di molta esperienza). Il mio amico si era immerso quella volta con il figlio e durante l’immersione aveva avuto la sensazione di aver consumato tanta aria, un po’ per la preoccupazione, ma anche per il lavoro che stava facendo sott’acqua. Alla riemersione, aveva (forse) anche rispettato i tempi di decompressione, ma qualcosa era andato storto.
Era riemerso in uno stato confusionale, annaspando… Superato il primo momento di sconcerto, i suoi compagni singalesi si erano resi conto della situazione ed erano intervenuti in modo rapido ed efficace. Gli avevano cambiato la bombola, cacciato in bocca un nuovo erogatore e uno di loro l’aveva riportato sott’acqua, quasi inerte; entrambi (il mio amico e il subacqueo locale) attaccati alla corda guida, per completare (o potenziare) gli effetti della decompressione. In tutto questo lui era incosciente, una fortuna che riuscisse a respirare dall’erogatore; a parte l’embolia in quelle condizioni il rischio maggiore era che affogasse banalmente. Ma quasi per miracolo finì tutto bene. Se la cavò con una piccola sequela che ci tenne in ansia per varie settimane al ritorno in Italia. Una piccola zona di polmone era stata durante quell’episodio coinvolta in un infartino triangolare di piccole dimensioni, scambiato a diversi esami radiologici per un tumore polmonare.
Di quell’episodio e dei momenti cruciali del “salvataggio” sempre lui ha poi raccontato di aver avuto una sensazione di benessere, una gran pace, e non si rendeva conto del perché intorno a lui si affaccendassero tanto. Lui voleva essere lasciato in pace e abbandonarsi al caldo abbraccio dell’acqua.

Dei tre episodi che compongono il film con questi due racconti “di vita vissuta” rimaniamo all’esperienza di “quasi morte” delineato nel primo, anche se entrambi sono del tutto soggettivi, non supportati da esami strumentali di arresto delle attività vitali, come approfondiremo nella prossima puntata…


NOTE

(1) Romeo and Juliet (atto IV, scena I)
“…Dimani sera poscia tenete modo per restar sola nella vostra stanza; e coricata che vi siate, bevete il liquore contenuto in questa ampolla. Sentirete tosto scorrervi per le vene un torpor grave e freddo, che v’agghiaccerà gli spiriti della vita, e vi interromperà il battito dei polsi. Niun calore allora, niun alito attesterà più che viviate. Le rose delle vostre labbra e delle vostre gote appassiranno, e livide diverranno come la cenere; le pupille si veleranno come nell’istante in cui scende sull’uomo l’eterno sonno; ogni parte del vostro corpo, privata del principio che l’anima, apparirà rude, inflessibile, fredda come in creatura che morì. In questo stato rimarrete quarantadue ore; trascorse le quali, vi risveglierete come da un amabile sonno”.

(2) – “Vi sono temi di fortissimo interesse ma troppo terri­bili per essere oggetto di narrazioni. Il romantico puro deve evitarli se non vuole offendere e disgustare i propri lettori.
(…) Essere sepolto vivo è senza dubbio l’estremità più paurosa in cui possa incorrere il mortale. Che sia ac­caduto sovente, spessissimo, nessuno che rifletta potrà negarlo. I limiti che dividono la vita dalla morte sono vaghi e confusi. Non si può dire dove finisca l’una e cominci l’altra. Sappiamo come vi siano malattie che possano portare a un arresto totale di tutte le appa­renti funzioni della vita, arresto che però è momen­taneo; è solo, come propriamente si dice, una sospen­sione, una pausa dell’incomprensibile meccanismo. Tra­scorso un certo tempo ecco un misterioso e invisibile principio rimettere in moto i magici ingranaggi e le ruote. La corda d’argento non s’era sciolta per sem­pre, il vaso d’oro non era irreparabilmente rotto. Ma intanto, dove era andata l’anima?(…)
(…) Durante parecchi anni sono stato soggetto agli acces­si di quella speciale malattia dai medici chiamata, in mancanza di un nome più adatto, catalessi. (…)
[Edgar Allan Poe: I racconti del terrore – Chicago 1894; Mondadori ed. 1985]

(3) – Stephen King
“Quando avevo circa sette anni, il programma più pauroso in circolazione era Alfred Hitchcock presenta, e l’episodio più spaventoso di tutta la serie – io e i miei amici eravamo d’accordo all’unanimità – era quello in cui Joseph Cotten interpreta un uomo rimasto ferito in un incidente d’auto, fe­rito così gravemente che i medici lo credono morto. Non sentono nemmeno il battito del cuore. Stanno per praticare l’autopsia – in altre parole, lo stanno per aprire mentre è ancora vivo e den­tro di sé urla dal terrore – quando lui riesce a distillare un’unica la­crima per far capire che è vivo. È un momento commovente, ma la commozione di solito non fa parte del mio repertorio. Quando ho iniziato a riflettere sull’argomento, mi è venuto in mente un modo più… vogliamo dire, moderno? di comunicare la propria vitalità, e il risultato è stato questo racconto.
[By Stephen King – ‘Tutto è fatidico’ -14 storie nere (Antologia di racconti). Presentazione di Autopsia 4 – 2002; Sperling & Kupfer Eds.]

 

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