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Un film sull’Aldilà… e quel che ne sappiamo (3)

di Sandro Russo e Gianni Sarro

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Per la prima parte, leggi qui
Per la seconda parte, leggi qui

Siamo partiti dalla disamina di un film – Hereafter, di Clint Eastwood (2010) – e sull’abbrivio della discussione che ne è seguita, abbiamo allargato il campo agli aspetti letterari e medici dell’Aldilà. Tema più coinvolgente di questo non c’è. Infatti a molti di noi sono affiorati ricordi e associazioni.
Ma questo è un rischio. Siccome supposizioni e credenze in questo campo sono infinite, sentiamo anche il bisogno di riportare tutto alla ragione e ai fatti accertati.

Il primo (e molto discusso) lavoro sulla NDE uscito nel 2001 sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet

Se si vuole riportare la problematica della ‘morte apparente’ sul più solido terreno delle conoscenze scientifiche, si devono prendere in considerazione, come fattori diretti o concausali, molteplici possibilità.

Un’esperienza di premorte (o NDE, “Near Death Experience”) può essere definita come il ricordo di una serie di impressioni vissute durante uno speciale stato di coscienza, fra le quali si trovano diversi elementi “ricorrenti”, come un’esperienza “fuori dal corpo” (out of body), sensazioni piacevoli, la visione del tunnel, della luce, dei propri cari defunti, il passare in rivista la propria vita, e il ritorno cosciente nel corpo.
Tra le circostanze di una NDE abbiamo l’arresto cardiaco (morte clinica), uno shock (ad esempio a seguito di emorragia, anafilassi o altro), la conseguenza di un colpo apoplettico, il quasi annegamento (near drowing, specie se in acque fredde: alcuni casi particolarmente studiati nei bambini) o l’asfissia. In altri casi sono in causa sostanze farmacologiche (ivi incluse le droghe d’abuso e l’alcool), alterazioni endocrino-metaboliche (coma ipotiroideo e ipoglicemico), agenti fisici (ipotermia estrema o congelamento) e anche intossicazioni da gas (monossido di carbonio). Ma anche malattie gravi dove la minaccia di morte non è immediata, o addirittura durante episodi di depressione, isolamento o meditazione, e persino senza una ragione evidente. Come a dire che non c’è sempre bisogno, a quanto pare, di avere un cervello fuori uso per vivere (e poi raccontare) una NDE.
La NDE è sempre un’esperienza trasformativa, in quanto causa cambiamenti profondi nel modo di cogliere la vita, elimina la paura della morte e rafforza la sensibilità intuitiva (Pim Van Lommel. Intervista a La Stampa; 2017 (aggiornam. 2019). Citato in Bibliografia (1). Le sue ipotesi non hanno avuto a tutt’oggi una conferma scientifica.

Le NDE’s sono oggi sempre più frequenti: i malati che sopravvivono, infatti, sono più numerosi grazie alle moderne tecniche di rianimazione e al miglioramento delle cure per chi subisce un trauma cerebrale.

In stretta correlazione con le NDEs – sono le OBE (“Out of Body Experiences”, o esperienze extracorporeee), per cui le persone riportano percezioni veridiche che avvengono da un punto al di fuori e al di sopra del loro corpo senza vita.
Chi ha vissuto una NDE ha l’impressione di essersi liberato del corpo come di un vecchio cappotto, ed è sorpreso di avere ancora un’identità con la possibilità di provare percezioni, emozioni, ed una coscienza particolarmente lucida.

A parte i racconti più o meno immaginifici e comunque con troppe interferenze emotive, l’interesse medico per le NDE e OBE si appunta particolarmente ai casi in cui il paziente è ospedalizzato e/o sottoposto ad un trattamento rianimativo. In queste condizioni è possibile monitorare strettamente le funzioni vitali – respiro autonomo, attività e ritmo cardiaco, diametro pupillare, eventualmente attività cerebrale mediante elettroencefalogramma. Quando queste funzioni sono interrotte per un tempo non troppo lungo e per il successo delle manovre rianimative riprendono, è interessante registrare la testimonianza dei pazienti.
Un esempio dallo studio olandese (citato): “Il caso della dentiera”.

«Questo è quello che scrive un’infermiera di un reparto di cardiologia intensiva:
«Durante il turno di notte l’ambulanza porta nel mio reparto un uomo di 44 anni, cianotico e in stato comatoso: lo avevano trovato in coma in un prato una mezz’ora prima. Stiamo per intubarlo quando ci accorgiamo che ha una dentiera superiore. Gliela togliamo e la mettiamo sul carrello di emergenza. Ci vuole un’altra ora e mezza perché il paziente ritrovi un ritmo cardiaco e una pressione sanguigna sufficienti, ma è ancora intubato e ventilato, e sempre in coma. Lo trasferiamo in terapia intensiva per continuare la necessaria respirazione artificiale. Il paziente esce dal coma una settimana dopo e me lo vedo tornare nel reparto cardiologia. Appena mi vede, dice: «Ah, questa è l’infermiera che sa dov’è finita la mia dentiera». Sono davvero molto sorpresa, ma il paziente spiega: «Lei era presente quando mi hanno portato in ospedale, mi ha tolto la dentiera dalla bocca e l’ha messa nel cassetto scorrevole sotto il ripiano del carrello, nello scomparto delle boccettine».

Secondo diversi ricercatori le NDE’s potrebbero essere spiegate da una serie di cambiamenti fisiologici che insorgono in un cervello fortemente danneggiato, come a seguito della mancanza di ossigeno. È risaputo che in condizioni di stress, ad esempio negli stati di paura che accompagnano l’idea di morire, si assista ad un parziale rilascio di endorfine nel cervello, al fine di ridurre il dolore e indurre una sensazione di benessere, pur in contraddizione con lo stato di evidente difficoltà in cui versa l’organismo. Alcuni studiosi ritengono che tale rilascio di endorfine potrebbe essere alla base di quella sensazione di benessere riportata dai pazienti durante le esperienze pre-morte (“Vedevo i medici su di me e capivo che la situazione era drammatica, ma mi sentivo bene ed ero invaso da un senso di pace”). Inoltre l’inibizione corticale associata alla mancanza di ossigeno al cervello potrebbe essere alla base della percezione di fenomeni visivi, come tunnel e luci: “Tutto intorno era buio, ma vedevo una luce in fondo, credo fossi dentro un tunnel”.

Come si è accennato il problema della “morte apparente” assume una particolare rilevanza quando il soggetto in coma è candidato all’espianto di organi. In questo caso la diagnosi di morte deve essere assolutamente certa ed è regolata da una legislazione precisa e accurata, che deve escludere qualunque dubbio sulle condizioni del paziente, sia per i parenti che per l’anestesista-rianimatore.

Per non tediare il lettore i criteri sono riportati in modo schematico in immagine e in file pdf. in fondo all’articolo. [allegato in Note].
In sintesi, oltre alla commissione di tre medici (medico legale, rianimatore e neurologo) e agli accertamenti che devono essere registrati e ripetuti almeno 3 volte nel giro di 6 ore, sono esclusi dall’espianto tipologie di pazienti con possibilità di interferenze diagnostiche con l’accertamento (a titolo di esempio, neonati, il coma barbiturico, il coma ipotiroideo o il coma da ipotermia – Cfr nel .pdf).

Ora, dei tre episodi che compongono il film Hereafter, mi sono dilungato sul primo – Marie che viene travolta dallo tsunami e quasi-muore – perché è il campo che conosco meglio; e volevo anche rassicurare i lettori che nessuno toglierà loro un rene o un occhio nel caso capiti loro di “sognare” la propria morte.
Ma gli altri episodi non sono meno interessanti. Il regista è onesto, mette in scena situazioni chi cui ha letto e sentito, le vicende sono ben costruite [soggetto e sceneggiatura di Peter Morgan (The Queen, Frost/Nixon)]. Quelle storie sono dentro di noi: rappresentano la consolazione che in altri modi chiediamo alle religioni.

Clint Eastwood Boxset (5 Blu-Ray): American Sniper/J.Edgar/Hereafter/Invictus/Gran Torino

E torniamo al film e alla conduzione di Gianni Sarro.
Da tempo i personaggi di Eastwood hanno abbandonato l’isolazionismo tipico dell’eroe americano a favore di una dialettica che mette in campo più interlocutori e pretende il dubbio e il contrasto.

L’ultimo film di Clint Eastwood insegna qualcosa sulla vita confrontandosi con la morte, quella verificata (Marie), quella condivisa (George), quella subita (Marcus).
Un’onda, le mani, il contatto, un cappello che vola. Tutti attimi/frammenti di vita/morte che passano in un attimo, travolgendo – insieme ai personaggi del film (per un transfert che il regista è bravissimo a creare) -, anche noi stessi.
E così Marie è travolta dall’onda, e tutto il suo mondo di giornalista, benestante e ricco di attività, perde di senso, e il suo ritorno a casa non trova più vie di fuga. Ha bisogno di ritrovare il contatto con quella visione che, per un attimo, è stata la sua morte/vita. Quel contatto e quelle visioni cui invece ormai George, il sensitivo, sfugge. Perché non si può stare troppo a lungo, così a lungo, a contatto con i morti. Ma il piccolo Marcus, invece, lo rivuole quel contatto, con quel fratello gemello per lui così necessario.
Eccole le tre storie, i tre percorsi lontani. La francese, l’americano, l’inglese. Ognuno con il suo demone da affrontare. Che fare quando la morte ti si avvicina così tanto da rendere la vita impossibile da vivere senza riuscire a capire cosa c’è, dopo? [Hereafter, di Clint Eastwood. Recensione di Federico Chiacchiari in Sentieri Selvaggi. 2011].

Ed eccoli i tre corpi cercare di sopravvivere al disastro. E, istintivamente, vanno verso una direzione simile, verso un unico luogo.
Il confine che separa la vita dalla morte, la presenza dall’assenza, fanno da perno al montaggio alternato delle vite di una donna, di un uomo e di un bambino
L’incontro sarà inevitabile. Non si può vedere “al di là” delle cose senza finire prigionieri del dolore. Marie, George e Marcus troveranno soccorso e risposte al di qua della vita. [L’esplorazione della morte con la grazia del poeta. Recensione di Marzia in Mymovies.it. 2010].

Allontaniamo l’idea che Eastwood parli di “paranormale”. Eastwood mette in scena, invece, una sensibilità che l’uomo possiede e che, in una vita schiacciata sulla ragione, reprime. Eastwood parla di intuizioni e folgorazioni intensissime che richiedono analisi e diventano discorso. L’arte e la scrittura sono gli antidoti più forti per guardare la morte con serenità [“Hereafter”: il sogno di Eastwood. Recensione di Elisa Battistini da Il fatto quotidiano. 2011]

Chiudiamo con le parole dello stesso Clint Eastwood:
Non sappiamo cosa c’è dall’altra parte. Ognuno ha le proprie credenze su quello che c’è o non c’è, ma siamo sempre nel campo delle ipotesi“(…)
La maggior parte delle religioni restituiscono un’idea dell’aldilà. Ma questo progetto era interessante per me, proprio perché non adotta un punto di vista religioso. C’è una forma di spiritualità, ma non appartiene a un pensiero religioso organizzato. L’unica cosa certa è che chi resta deve fare i conti con la vita“.

Note
(1) – Pim Van Lommel (Intervista a La Stampa) ritiene che le NDE non possano essere spiegate con l’immaginazione, le psicosi o la mancanza di ossigeno. Le NDE, definite anche esperienze di pre-morte, sono per van Lommel esperienze profonde che cambiano radicalmente la personalità dei pazienti. Il cardiologo olandese pensa che le teorie sui rapporti tra cervello e coscienza attualmente sostenute dalla maggioranza di medici, filosofi e psicologi, siano troppo limitate per poter spiegare adeguatamente i fenomeni di NDE. Ritiene inoltre che la coscienza non sempre coincida con le funzioni cerebrali, ma possa a volte essere sperimentata come separata dal corpo. L’edizione inglese del suo libro del 2007 “Consciousness Beyond Life, The Science of the Near-Death Experience”, ha ottenuto nel 2010 il “Network Book Prize Award” del “Medical and Scientific Network”

La legislazione dell’accertamento di morte (file .pdf – quattro pagine): Accertamento di morte

***

Appendice del 14 agosto 2021 (cfr. Commento di Tano Pirrone – Sandro Russo)

L’articolo di Galimberti su D: Galimberti. Pre morte. Da D di Repubblica del 22.07.2021

1 Comment

1 Comment

  1. Tano Pirrone – Sandro Russo

    14 Agosto 2021 at 06:30

    Tano aggiunge un ulteriore tassello al dibattito sulle esperienze di premorte (NDE – Near Death Experiences), affrontate nel mio articolo.

    Si tratta di un commento di Umberto Galimberti – filosofo e psicoanalista, nonché giornalista de la Repubblica – alla lettera di un lettore (medico), ripreso dal settimanale D di Repubblica del 24 luglio 2021.
    Pur prendendo atto che il raffronto tra le esperienze in culture diverse costituisce un elemento di novità rispetto a quanto finora scritto in proposito, faccio notare che il focus del mio scritto era su un problema diverso. E cioè: quale che sia la natura di queste esperienze, può un medico essere assolutamente sicuro che il soggetto su cui si appresta ad operare per un espianto di organi, sia irreversibilmente morto?
    Dai criteri presentati la risposta è a prova di ogni dubbio.

    Comunque anche dallo scritto di Galimberti si deduce che le possibilità della mente umana sono più ampie di quanto a oggi non si conosca, e ancora incompletamente studiate

    Il file .pdf da D di Repubblica nell’articolo di base.

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