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L’idea dell’Europa unita nasce a Ventotene (seconda parte)

proposto da Vincenzo Ambrosino

 

per la prima parte, leggi qui

Ho letto il libro La macchina del vento un romanzo storico scritto da Wu Ming 1 pseudonimo di Roberto Bui che parla dei confinati antifascisti a Ventotene.
Il protagonista (personaggio di fantasia) è Erminio Squarzanti un giovane socialista, ex studente di Lettere a Bologna…
V. A.

Spinelli, Colorni e Rossi scrivono il loro manifesto e lo fanno girare fra gli antifascisti. Anche Squarzanti lo legge e a lui viene chiesto di fare una relazione ragionata. Pertini sembra aver in qualche modo dato il suo assenso ma senza tanta convinzione, per questo motivo Squarzanti si sente in dovere di approfondire i contenuti del Manifesto e dopo averlo letto mette per iscritto le sue riflessioni.
Erminio scrive una lettera ai tre: Severo è Spinelli, Ritroso è Rossi, Commodo è Colorni.

“Cari Severo, Ritroso e Commodo,
provo a spiegarvi perché non firmerò il vostro documento sulla Federazione europea. Su alcuni singoli punti se scorporati dalla riflessione di fondo, potrei anche trovarmi d’accordo, ma rispetto alla conversazione dell’anno scorso i miei dubbi si sono rafforzati. Ci sono troppe cose che non mi piacciono.

Mi allontana da voi il modo in cui descrivete le masse popolari, che nel vostro testo non sono mai soggetto attivo ma sempre oggetto passivo e privo di coscienza, da indirizzare, comandare e modellare: “Materia fusa, ardente, suscettibile di essere colata in forme nuove” così scrivete.

Tutto il manifesto è intriso di sfiducia nelle classi popolari, che da sole non saprebbero mai quel che vogliono e sarebbero bisognose di capi che glielo spieghino. Non solo: ogni volta che parlate di proletariato voi lo associate a piccolezze e particolarismi  e vedute anguste. Come esempio di tale angustia fate le “rivendicazioni di classe” o addirittura (horribile dictu!) a quella di chi pensa a siffatte minuzie, al fatto che il salario non gli basta a campare!

Mi allontana da voi la vostra idea di azione dall’alto da parte di un nucleo di illuminati che si autoproclama avanguardia dell’unico vero partito rivoluzionario della nuova epoca, che sarebbe quello federalista europeista.

Mi allontana da voi il fatto che costringiate tutto quanto, ogni questione, ogni complessità politica e umana dentro un’antinomia da Zoroastro fra Stato nazione ed Europa Federale per cui ogni persona e partito dovrebbero piazzarsi o di qua o di là: o questo, come esiste, o quello, come voi la immaginate.

Chi non si schiera, manicheamente e senza sfumature, è ignavo, cieco o irretito da sirene di altre lotte meno importanti e certamente non rivoluzionarie.

Mi allontana da voi il tono irridente verso chi crede nell’azione democratica e dal basso. Costui, secondo voi, fa del popolo  o del proletariato il suo Dio – mentre voi siete raffinatamente atei – diritti e puntati ad obbiettivi quali “la restituzione al popolo degli imprescindibili  diritti di autodeterminazione” e “un’assemblea costituente eletta con più esteso suffragio”. Questi obiettivi voi li citate con tono sottilmente dispregiativo e, con scelte lessicale rivelatrice, li definite “sogni”. Perché mai?

Perché – e mi allontana da voi che questo – voi prefigurate una fase di transizione in cui si dovrebbe accantonare l’illusione nel processo democratico. La ricerca del consenso è  troppo lenta e inefficiente, mentre serviranno “massima decisione e audacia” e “capi che guidano sapendo dove arrivare”, cioè alla federazione europea. Federazione che se tanto mi da tanto, dovrebbe formarsi al di fuori dei processi democratici, e al di sopra della vituperata “autodeterminazione” e senza perdere tempo prezioso alla ricerca di un “più esteso suffragio”.
Alla luce di questo, mi sembra un bel lapsus calami che poco dopo, nel descrivere gli stalinisti, voi non ne critichiate tanto i metodi – la cui “efficienza” anzi sembrate lodare – bensì i fini sbagliati.
È più o meno contraria alla mia posizione.

Non si va lungi in nessuna rivoluzione pensando che le masse siano tout court ottuse. Voi le dipingete come un gregge che senza un cane pastore si dirigerebbero quasi naturalmente verso il nazionalismo. Ma il nazionalismo, e si desume anche da ciò che scrivete, è una ideologia recente e – questo lo aggiungo io – è stato imposto dall’alto. Qui da noi è stato imposto con l’invenzione dei miti avvelenati  sulla “stirpe italica” . Invenzione a cui hanno lavorato numerosi propagandisti, da ben prima che ci si mettesse gente come il filologo “Popò” e prima ancora che nascesse Pasta e fagioli. Al nazionalismo le masse popolari hanno resistito con i mezzi e la coscienza che avevano, ora aggrappandosi a culture e tradizioni locali o religiose, ora abbracciando idee di fratellanza tra i popoli. L’extrema ratio fu la diserzione. Poi il nazionalismo passò su tutto e tutti, a mò di schiacciasassi, e ne vediamo le conseguenze.
Ma come allora fu imposto il nazionalismo, ora voi vorreste imporre l’europeismo?

Anch’io sono per l’Europa unita, perché sono internazionalista, e lo sapete bene che non disdegno le riforme, anzi penso che ogni passo avanti politico sia importante, e se devo scegliere, certamente preferisco un patriottismo continentale  nazionale. Ma per quell’Europa unita io auspico un continente che nelle vostre proposte non trovo, e in ogni caso non voglio arrivarci nel modo che voi vorreste imporre. Se c’è una cosa che può indisporre le masse verso l’idea di Europa  – rischiando di incoraggiare rigurgiti nazionalisti – e proprio il farla calare dall’alto.

Verso la fine vi rendete conto che, in pratica, state proponendo una specie di forma leninista, perfino esasperata, messa al servizio di una causa diversa, e allora ci mettete un excusatio non petita: “Non è da temere che un tale regime rivoluzionario debba necessariamente sboccare in un rinnovato dispotismo. Vi sbocca se è venuto modellando una società servile”. 

Per evitare questo esito, dite, basterà che il partito rivoluzionario abbia “polso fermo fin dai primissimi passi”, e allora ci sarà “una progressiva comprensione ed accettazione da parte di tutti del nuovo ordine”. Ovvero voi avete la verità, e qualunque problema futuro sarà causato solo dal ritardo con cui le masse la capiranno. Voi imporrete un nuovo ordine, e l’unico aspetto negativo che paventate è il fatto che non venga capito da chi è troppo ignorante o servile. L’importante, in ogni caso, sarà tenere il polso fermo.

No, mi dispiace, non credo sia questo genere di azione alla quale dobbiamo prepararci in attesa di andarcene da qui.

A non convincermi è anche la definizione che date del Fascismo – “l’era totalitaria” è la formula che usate voi – semplicemente come interruzione dell’illuminismo, il quale dopo la guerra riprenderà il proprio cammino “immediatamente”. Il fascismo sembra un incidente di percorso, o una parentesi, quando in altri passaggi voi stessi dite “che il vecchio mondo era tarato”.

Quando al ruolo mondiale dell’Europa che auspicate, mi duole dire che non avete risposto ai miei dubbi dell’anno scorso. Alla questione delle colonie  e al nodo dell’imperialismo dedicate solo un passaggio frettoloso e ambiguo: “il fatto che l’Inghilterra abbia ormai accettato il principio dell’indipendenza indiana, e la Francia abbia potenzialmente perduto  con il riconoscimento della sconfitta tutto il suo impero, rendono più agevole trovare anche una base di accordo per una sistemazione europea nei possedimenti coloniali”.

Che vuol dire “una sistemazione europea nei possedimenti coloniali?” Che la Federazione Europea dovrà ereditare le colonie che i singoli Stati avranno conservato? O, al contrario, che deve liquidare ogni rapporto coloniale ancora intrattenuto dai paesi membri?

Poche righe sotto, dite che la Federazione europea è l’unica garanzia per mantenere buoni rapporti con i popoli “asiatici e americani”. Quelli Africani non figurano. Sembra di capire  che l’Africa la destiniate a rimanere continente di colonie e ad  avere un ruolo passivo nella vita mondiale.

Nel vostro manifesto, devo dire, io non riconosco Commodo, non ritrovo le conversazioni avute con lui da quando siamo insieme in questa macchina del vento. Qui c’è molto “linguaggio mitico” dal quale Commodo – nemico di ogni antropomorfismo – si è sempre tenuto a distanza. Quanto alle masse, è strano che io rammenti un Commodo molto fiducioso nella loro capacità di organizzarsi e spontaneamente.

Riconosco invece a colpo d’occhio lo “scomunista”,  cioè il comunista scomunicato, ma con marcati residui della vecchia fede.
Severo, lo ritrovo nei molti passaggi che dicono: “io non sono venuto a portare pace  sulla Terra, ma una spada”. Sono venuto a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera, i giellisti dal giellista, il socialista dal socialista. E i peggiori nemici del Federalista saranno nella casa in cui è cresciuto. Chi ama il socialismo più dell’Europa non è degno di me, chi ama il popolo più dell’Europa non è degno di me. Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.

Riconosco poi il liberale Ritroso nella difesa dello spirito imprenditoriale, nella polemica contro il collettivismo e quant’altro.

Voglio sperare che di queste mie critiche terrete conto. Le immagino almeno in parte diverse da quelle che avete ricevuto dal Gotha. Penso che a spingere loro sia la vecchia molla mazziniana: rimangono patrioti risorgimentali. Per loro il fascismo ha usurpato le idee di patria e di patriottismo e gliene vogliono contendere. Voi dite che il discrimine tra progressisti e reazionari non solo passa altrove, ma che passa in modo da collocarli nel campo dei secoli. E’ normale che se ne risentano..
Ma non è evidentemente il mio caso.

Non me ne vogliate. Se davvero codesto è “il nuovo che sopraggiunge” se il vostro è davvero il modo di “tessere la trama del futuro” non sarà la mancata firma di questo Carnevale a fermare l’unificazione europea. Habent sua fata libelli.
Vostro Acribio.”

Dopo aver letto queste riflessioni Pertini prese la decisione di non firmare il Manifesto.

[L’idea dell’Europa unita nasce a Ventotene (seconda parte) – Fine]

2 commenti per L’idea dell’Europa unita nasce a Ventotene (seconda parte)

  • Enzo Di Fazio

    Conoscevamo il libro che Vincenzo ci informa d’aver letto per averne fatto un’interessante presentazione Rosanna Conte sulle pagine di questo sito il 1° giugno 2019, appena alcuni giorni dopo la sua pubblicazione (leggi qui)
    Il libro – è bene ricordarlo – è un romanzo e il confinato Erminio Squarzanti un personaggio di fantasia. Dalla lettura vengono fuori molti spunti interessanti per fare anche critica all’Europa di oggi ma, così come sono presentate le pagine selezionate da Vincenzo sembra che l’unico scopo sia quello di far sapere che anche Pertini (personaggio schietto, focoso, popolare) fosse contrario a quel Manifesto e, di conseguenza, all’idea di Europa che conteneva.
    Vale la pena ricordare che è fantasia anche questa. Soprattutto a beneficio di qualche lettore disattento e per evitare che si crei un equivoco storico. Nella realtà le cose andarono in maniera diversa.
    E’ vero che Pertini ritirò, dopo averla data, la sua adesione al Manifesto di Ventotene ma non per i motivi descritti dalla figura inventata di Squarzanti; lo fece piuttosto per disciplina di partito non volendo complicare i rapporti dei suoi compagni del PSI con quelli di Parigi.
    E questo lo ha affermato lo stesso Pertini quando, Presidente della Repubblica, nel ricevere, il 17 ottobre 1982, i parlamentari italiani europei, rivolgendosi a Spinelli, disse:
    «Farò una confessione in pubblico come certi personaggi di Dostoevskij. Ricorderai che quando hai scritto il Manifesto di Ventotene, io avevo dato la mia adesione, e poi l’avevo ritirata. Ne seguirono polemiche tra noi, nelle quali non ti ho detto la vera ragione dell’essermi tirato indietro. Io ero completamente d’accordo con te, ma quando a Parigi i miei compagni seppero che avevo firmato il Manifesto, mi fecero sapere che non erano d’accordo con questo mio gesto che complicava i rapporti del PSI con gli altri. E io, per restare fedele al partito, ho obbedito. Oggi non lo farei più. Tu mi capisci perché anche tu hai saputo non obbedire. Ma allora non me la sentii, e sbagliai… » (da “Diario Europeo” di Altiero Spinelli, 1976- 1986, Il Mulino, 1992).
    Ho letto che lo stesso autore del libro verso la fine chiede scusa ai “cultori della materia e ai familiari dei personaggi realmente esistiti” per questo suo lavoro e qualche critico ha aggiunto che forse quelle scuse, invece che in fondo, dovevano essere la premessa per una sana, lineare e più attenta lettura (fonte: Contro vento di Mario Leone, 11 luglio 2019)

  • Sono contento caro Enzo che conoscevi il libro e ti ringrazio del tuo commento che mi permette di fare le mie conclusioni.

    Quella parte del libro dice la verità: Pertini non firmò quel documento, non ci spiega la motivazione, per cui Pertini non lo firmò, ma lui era uomo di Partito del Partito Socialista non poteva aderire ad un Manifesto di uomini esterni al Partito. Spinelli “era un cane sciolto”, Pertini era un uomo di partito, che diventerà uno dei capi della resistenza, si impegnerà a dare alla nostra Italia una democrazia, parlamentare e repubblicana, quindi, fondamentale era il passaggio Costituente per il popolo italiano. Pertini pensava a questo e non era scontato nel 1942/43 a Ventotene, pensare ad una Italia libera per poi farla diventare democratica.
    C’è stata poi la resistenza, altri anni di lotte e sacrifici.

    Altiero Spinelli a Ventotene redige il Manifesto, non fonda l’Europa che verrà fondata insieme ad altri. Questo insieme ad altri è importante saperlo perché molti di questi, quelli che danno la grana, sono all’opposto dei principi socialisti. Ricordo, infatti che nell’ultima parte di quel Manifesto si parla di un Europa Socialista. Poi possiamo andare ad analizzare quel Manifesto…
    Si parla in quel Manifesto di un avanguardia di uomini, giovani, in stile leninista che con fermezza e decisione dovevano guidare le masse – plasmabili come creta – dopo la guerra a costituire la federazione europea.
    Purtroppo non abbiamo fondato una Europa Socialista anche perché non è stato un partito di stampo leninista a formare questa Europa.

    Spinelli scrive nei suoi diari che Pertini dice di essersi pentito di non aver firmato quel Manifesto? Lo dice Spinelli e noi ci crediamo. Forse Pertini non aveva letto quel diario, altrimenti… – aggiungo io – perché da quel Diario emergono fatti che fanno capire la differenza tra un uomo di Partito e un uomo senza Partito.

    Mi fermo qui e aspetto con ansia una replica.

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