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0054-054 q-33 m2-21 ponza-frontone-matilde-conte-e-marito-antonio-mazzella-e-figlio-umberto-mazzella tiro-della-barca-in-secco Myriapora truncata

Il colosso di Rodi, ovvero le immagini del nulla (1)

di Pasquale Scarpati

 .

1) I doveri e i diritti

A me piace esternare il mio pensiero soprattutto attraverso simboli, metafore e allegorie: come dire sono un semplice “esternatore” che, guardandosi intorno, constata ciò che lo circonda. Ognuno di noi, guardandosi dentro e soprattutto con un po’ di pazienza, potrebbe autodefinirsi: narratore, scrittore, poeta, filosofo, storico oppure presuntuoso, civile, arrogante, timido ed altro e, all’occorrenza anche imbecille e cretino specialmente quando o non riesce a raggiungere un obiettivo, sebbene semplice, oppure commette errori banali, oppure si accorge di aver litigato per stupidaggini.
Potrebbe, forse, capire che non esistono solo diritti ma anche doveri. Che questi ultimi sono prioritari rispetto ai precedenti anzi i primi non possono esistere senza i secondi.
È dovere dell’uomo quello di guardarsi intorno e di cercare, insieme agli altri, ciò che bisogna o non bisogna fare. È dovere di chi regge la cosa pubblica… È dovere dei subordinati… (non sto qui ad elencare i doveri degli uni e degli altri).

Solo dopo aver espletato i propri doveri, si possono accampare i diritti.
Tanto per fare degli esempi… Prima bisogna agevolare, nei tempi e nei modi, il conferimento dei rifiuti differenziati, poi si possono propinare sanzioni per chi non fa, a dovere, la raccolta differenziata e non rispetta le regole.
Prima si ha il dovere di non imbrattare muri, strade, spazi pubblici, poi si ha il diritto di esigere che siano ben curati; si ha il dovere di rispettare il codice della strada ma si ha anche il dovere di rendere fruibili a pieno le strade per la circolazione veicolare e pedonale poi si ha il diritto di comminare sanzioni; prima si ha il dovere di rispettare la Natura, poi si ha il diritto di esigere gli eventuali risarcimenti; si ha diritto all’istruzione ma si ha anche il dovere di istruire sostenuti dagli strumenti più opportuni.
Quindi prima di tutto bisogna che ognuno faccia il proprio dovere… in tutte le manifestazioni.

Pare, invece, che il dovere non appartenga mai a noi ma sempre agli altri o a qualcosa che sta al di fuori di noi; che a noi spetti soltanto il diritto.
“Gli altri siamo noi”, dice una canzone; noi siamo gli altri. È dovere del medico prescrivere le cure più adatte per l’ammalato, ma è anche suo diritto avere strumenti adeguati. Il paziente ha il dovere di osservare scrupolosamente la cura prescritta ma ha anche il diritto di essere curato. Come può esprimersi, infatti, sulla sua efficacia se da una parte il medico non ha gli strumenti adatti e dall’altra lui non segue scrupolosamente la cura che gli è stata data? Succede, pertanto, che l’ammalato pensa che il medico abbia sbagliato mentre il medico pensa che il paziente non abbia seguito le sue prescrizioni.
Ambedue, pertanto, hanno i doveri, ambedue hanno i diritti.

Tra le tante cose, invece, che gironzolano intorno come zanzare punzecchianti, la prima cosa che colpisce colui che scrive è che, nonostante si viva nel XXI secolo, si cerchi ancora qualcuno che, dall’alto, abbia il dovere di porgerci qualcosa e soprattutto ciò che vogliamo. È un retaggio antico. Credo, invece, come fanno alcuni piccoli di uccelli, che ognuno di noi abbia il dovere di beccare, dal basso, sotto il collo del genitore per far rigurgitare il cibo: ne va della vita! Così come è antico retaggio pensare che la colpa dei padri debba ricadere sui figli: il padre o il congiunto ha una sua identità, il figlio ne ha un’altra. A meno che la colpa non sia collegata ad ambedue. Perché se così fosse, in caso contrario, dovrebbero essere esaltati gli uni e gli altri.

Di norma non serve lavarsi le mani dopo che si è entrati e si è usciti da una cabina elettorale. Gli eletti e soprattutto gli elettori dovrebbero agire come se ci fosse una campagna elettorale permanente. Ognuno, pertanto, dovrebbe essere costantemente in ascolto delle esigenze degli altri ed anche dei luoghi, perché anch’essi parlano o per meglio dire sussurrano. Ognuno dovrebbe, quindi, da una parte camminare tra la gente oltrepassando lo steccato del proprio orticello, dall’altra dovrebbe passeggiare ma lentamente, in mezzo ai luoghi. Meglio da solo perché i luoghi non sanno gridare, non sanno essere appariscenti, non hanno la capacità di fermare o di ostacolare del tutto le grinfie dell’uomo.
Qualche volta, poverini, ci hanno tentato e ci tentano, ma l’aggressione è talmente violenta da spazzare via ogni loro resistenza. Salvo poi punire i mal-fattori. Perché essi (i luoghi) sono pazienti ed aspettano il momento propizio per la giusta vendetta.
Allora ognuno pensa di aver il proprio diritto: all’incolumità, alla casa e ad altro; senza, però, aver fatto il proprio dovere; come ad esempio salvaguardarli adoperando ma in modo appropriato anche la moderna tecnologia. Scorreranno, pertanto, lacrime e sangue; inutilmente si vorrà trovare il capro espiatorio: oramai la vita spezzata non tornerà più.

Come l’onda marina, insinuandosi tra gli scogli, gorgoglia e borbotta negli incavi così i luoghi sanno soltanto parlottare; sanno sussurrare come le fronde degli alberi; sanno mormorare come l’acqua che fuoriesce dalla roccia e scivola nei ruscelli.
Ma noi, affetti da moderna frenesia e tesi a soddisfare ogni nostro desiderio, scambiamo il loro murmuliamiént’ (mugugno) per soave mormorio. Perdiamo, così, il senso del dover proteggere ciò che ci fa vivere mentre accampiamo diritti se, di conseguenza, accade ciò che non vogliamo.

Ascoltare gli uomini ed i luoghi fa bene allo spirito. Di conseguenza, così come accade sovente durante la campagna elettorale, bisognerebbe spesso esternare – anche e perché no davanti ad una pizza -, il proprio pensiero e ascoltare quello degli altri perché ciò corrobora la mente, fortifica lo spirito e soprattutto lo rinfranca perché ci si accorge che non si è da soli.


[Il colosso di Rodi, ovvero le immagini del nulla (1) – Continua]

 

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