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Il Memoriale di Montaruli. Considerazioni finali (4)

proposto da Francesco De Luca

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Per la puntata precedente (3), leggi qui

Considerazione finali di Luigi Bianchi
Che dire! La precisione con cui descrive l’organizzazione della società isolana, l’analisi delle abitudini, lo stato delle istituzioni, gli accenni sui possibili fattori di sviluppo dell’isola ne fanno una relazione illuminante. L’onestà nel ribadire come il potere di Ferdinando IV sia stato paterno e niente affatto bieco è la qualità maggiore. Altre sottolineature vorrei apportare a queste righe. Alcune mi preme presentarle per dovere di testimone.
Il carlino è tuttora moneta corrente nonostante sia stato coniato nel 1278 al tempo di Carlo d’Angiò, il moggio è una misura agraria equivalente a circa 7 ettari; il pollice è una misura di lunghezza usata per piccole dimensioni.

Sarei però ipocrita se non rimarcassi che ove il Montaruli parla dell’istruzione sull’isola e dice che oltre i preti e allo speziale sa leggere e scrivere soltanto un giovane “figlio del governatore, che non ha seguito il padre in Sicilia e che è un giovane pieno di talento” alluda a me. In seguito altre cariche ho ricoperto e in altre responsabilità pubbliche ho espresso la mia competenza. Sempre nel governo di questa isola, lembo di terra in un mare di travaglio, dove la storia cozza con i destini della misera gente, dove è duro campare perché le risorse sono scarse e i contrasti fra le persone amareggiano l’esistenza. Sui colli aridi, sugli ispidi ’uastaccette, sul selciato lercio e sdrucciolevole delle banchine si consumano vite e su quell’humus la storia dei popoli scrive date e vicende. Ma, se è catturata dalle cale odorose di mortella, essa, la storia, si stupirà di veder nascere, fra la ghiaia riarsa, la pianta di “elicriso”. Giallo come l’abbondanza, la generosità, la poesia”.

Considerazione finali del Curatore
Questo, pari pari, è il memoriale lasciato da Luigi Bianchi. E’ inutile che vi dica chi sia stato questo signore perché si è presentato bene da solo. Fra le “carte”   dell’archivio comunale, buttato da una parte, c’era questa cartella legata con la fettuccia, che una volta doveva essere stata bianca. L’ho raccattata e aperta senza particolare entusiasmo perché anch’io, come Ponzese, non sono stato educato a credere che le vicende passate possano offrire chiavi interpretative della realtà attuali. Ci abbuffiamo di attualità convinti che delle vicende non si possa parlare se non per quel tanto che ci tocca, adesso, nel nostro vivere giornaliero. E invece l’attualità si sedimenta, acquista contorni logici, è attraversata da costanti che evidenziano gli interessi contingenti, gli sviluppi di ciò che si chiama Storia.

Perché dico questo? Perché al di là delle vicende personali del Bianchi, il documento Montaruli si presta a considerazioni interessanti sulla vita dei coloni e sulla costruzione civile cui hanno dato vita, e che palpita sotto i nostri occhi, sol che si sbarchi il molo Musco in qualsivoglia giorno dell’anno.

Io non sono il più indicato a trarre argomenti perché mi manca la conoscenza storica necessaria ma ci sono affermazioni illuminanti sul carattere degli isolani, sulle condizioni di base della loro convivenza, che è facile cogliere.

Come, ad esempio, non rilevare che nella descrizione della vita degli isolani non compaiano giudizi piacevoli, ridenti. Doveva apparire davvero faticosa l’esistenza dei Ponzesi, nel senso che bisognava faticare per trarre da essa sostentamento.

Questa primaria, pesante, necessità appiattiva le volontà fino a escludere da esse ogni interesse sociale o comunitario.

A me sembra che tutta l’organizzazione statale operante sull’isola fosse a sé stante e dunque calata sulle esistenze degli isolani. Attenti, essi, al lavoro ma più attenti al guadagno. Il che di per sé non è una colpa se scaturisse da una intelligente gestione delle forze e delle risorse, e non da un vizio ottuso.

Ma il Montaruli non è antropologo e, anzi, chiaramente afferma che negli isolani i vizi e le virtù sono conseguenze del bisogno e dell’ignoranza. Certo, quella dell’ignoranza doveva essere una piaga alquanto evidente, tant’è che il Sovraintendente la sottolinea più volte. Essa comunque era endemica in quella comunità che non esprimeva la classe dirigente, e dunque bisognava attendere il consolidamento della vita sociale per riscontrarla nei nativi.

L’impressione netta che se ne trae è che la comunità isolana era tenuta assieme dalla rete di “istituzioni” che il Borbone vi aveva tessuto manovrando il potere civile, il potere militare, quello religioso Parroci, Governatore e Comandante, con relativa trama burocratica, saldavano la gente al lavoro, al dovere verso lo stato, alla devozione a Dio.

Sarò inesperto in sociologia ma la natura ‘istituzionale’ della comunità isolana a me appare marcata. Cosa possa aver significato ciò per il suo sviluppo fino all’attuale società mi appare confuso. Sarei tentato di dare pareri ma non voglio troppo evidenziare la mia ignoranza. Lascio a voi dare risposte sul perché l’isola di Ponza non riesca ad organizzarsi in modo conseguente alle sue potenzialità economiche, a voi lascio il disagio di trovare ragioni al disimpegno civico, all’esasperato individualismo.

Per parte mia, dietro l’entusiasmo di questo ritrovamento sono andato ad accertarmi di cosa sia questo ‘elicriso’, così poeticamente citato dal Bianchi.

E’ una pianticina che attecchisce su tutto il terreno isolano, specie se riarso. A ciuffetti, basso, ha colore bianco-argenteo e, al tatto, sembra appiccicoso. Il gambo del fiore è alto una trentina di centimetri e si apre a grappoli. Giallo intenso, come l’oro, dicevano i Greci. Non so se auspice di abbondanza, generosità e poesia.


E tuttavia quest’isola, così naturalmente ostile, si sta dimostrando oggi prodiga di benessere per i suoi abitanti.Pur così limitata nel perimetro ha palesato bellezze incommensurabili, degne di rilevo internazionale. Manca, per dirla col Montaruli, quello ‘spirito pubblico’ che, nonostante le istituzioni sociali duecentenarie, ancora non riesce ad essere individuato come quel bene che, arricchendo il singolo, rinvigorisce la comunità.

[Il Memoriale di Montaruli. Considerazioni finali (4) – Fine]

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