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Pisaca’ 1938 (1)

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di Marcella Sansoni

 

Pubblichiamo con piacere un racconto (in due puntate) di Marcella Sansoni, habituée di Ponza, che torna a mandarci suoi scritti dopo una lunga pausa; si possono cercare sul sito attraverso l’indice per Autori – Sansoni Marcella.
Una sua mini-presentazione è in calce al suo primo racconto, del marzo 2014 (leggi qui).
La redazione

Una giornata tiepida, insolita per un aprile di Chisinau, capitale della piccola repubblica di Moldavia. Un sole arrogante, da far abbassare gli occhi, invitava Kavita Ulianova a togliersi il giaccone e il fazzoletto di lana che portava sempre intorno al collo per proteggere le corde vocali.
Kavita detta Katya o Kevì, seppure attenta alle corde vocali, non era una cantante. Era una donna affascinante, se non proprio giovanissima, con i suoi freschi sessantacinque anni.
Aveva avuto un marito, come molte, ma se lo era perso – come altre donne – in una delle tante guerre, giocate dall’impero sovietico, per non far dimenticare la sua supremazia a est. Ora le era rimasto il ricordo dell’ultimo amante, dopo una grigia vedovanza e nessun figlio. Questo non era male, le dava una specie di ebbrezza, la libertà solitaria.
Aveva poi il suo violino che costituiva un buono spunto per la curiosità dei passanti e per qualche chiacchierata senza impegno.

Anche quel pomeriggio il violino era con Kevì, adagiato con attenzione, sul largo tavolo del bar autoproclamatosi, pomposamente bistrot qualche anno addietro, per festeggiare l’indipendenza.
Non era il suo primo strumento, quello era il pianoforte, ma dopo il conservatorio e il fallimento del progetto di entrare nell’Orchestra della città, il violino le dava da vivere discretamente come insegnante di musica .
Insieme a Kevì anche la birra pareva godersela, piena di oro, al sole del tramonto. D’altronde che fretta c’era, doveva soltanto tornare a casa e non c’era nessuno ad aspettarla.

La madre di Kevì era morta un anno prima, portandosi all’altro mondo quello che tutti, compresa la figlia, avevano imparato a rispettare come “il segreto”. C’era voluto molto tempo perché il segreto si trasformasse in ricordo e poi in favola fra le tante che i giorni impastano, ma la trasformazione era comunque definitivamente avvenuta e il segreto, da che era amaro, aveva assunto un gusto più dolce.

Per Kavita che portava il patronimico del marito della madre, quel segreto non era mai stato un gran problema. C’era tanta confusione dopo la guerra, la fame aveva spazzato via le chiacchiere e la curiosità era ben appuntata sul modo di sopravvivere fino al prossimo pasto.

Con gli anni della scuola – la ragazza all’epoca aveva frequentato le scuole russe – era arrivato, grazie anche alla posizione del patrigno, goccia a goccia, un po’ di benessere. Sua madre si era infatti sposata con un funzionario locale del partito, tal Ulianov e per quanto Kavita ne sapesse, erano stati una famiglia felice.

Il segreto si era inabissato, dopo aver lasciato una traccia nella sua carnagione un po’ troppo scura, in un mondo di carni pallide. Inabissandosi, era finito nel cuore della ragazzina diventando – a sua insaputa – prima una goccia d’acqua, poi una pozzangheretta e poi un lago e infine un corso d’acqua sotterraneo, capace di arrivare al mare ma di quest’ultima possibilità la maestra non era ancora a conoscenza.

Fu una compagna di scuola, Arina a svelarle, insieme ai pericolosi segreti nascosti nelle braghe dei maschi, che nessuno sapeva chi fosse il suo vero padre. Si diceva potesse trattarsi di un italiano, di quelli che si nascondevano per le campagne nel tentativo di tornare a casa dopo la disfatta nazifascista, ma nessuno aveva idea se ci fosse riuscito né dove fosse quella famosa casa, proprio così avevano sempre sentito chiamarla, casa, in italiano.
Di certo, fra freddo e fame, la paura e la nostalgia, nel petto dell’italiano, nonostante la divisa lurida, si era nascosto qualcosa di caldo. Così rimase per un po’ da quelle parti a riposare nell’abbraccio di un amore dalla lingua sconosciuta.

Quello fu l’inizio di Kavita poi insegnante di musica, bella come sua madre, colei che accolse e restituì l’abbraccio. Quell’uomo sapeva cantare e, si fantasticava, anche suonare, benché all’epoca, strumenti per metterlo alla prova non ne esistessero poiché erano tutti finiti nelle stufe a produrre calore invece che musica. Poi era scomparso.

Un brivido comunicò a Kavita che quel raro sole al sapore d’estate era andato giù. Poteva tornarsene a casa. Chiuse il quaderno, su cui aveva appuntato le prossime lezioni, a cominciare da quella di domani con un piccolo allievo che maltrattava le corde del violino, ritenendole le prime responsabili dei suoi errori.
Kavì rise fra sé, quel bambino pieno di passione era il suo prediletto.
Quale maestro, si chiese, non sogna di scoprire un genio?
Prese su il violino con simpatia. Non era una meraviglia di strumento ma aveva un segreto, come lei. Non si sapeva dove e tantomeno chi l’avesse creato. Le avevano detto che veniva dalla vicina Romania là dove, in una famiglia di falegnami, c’era un liutaio!

Quando un piccolo lago resta in fondo al cuore e lento si inabissa, ancora più a fondo, può trovare una uscita in modo imprevisto e improvviso.
Fu così anche per il “segreto” di Kavita che per oltre mezzo secolo, se ne era rimasto tranquillo, custodito probabilmente in una goccia d’acqua.

Era di buon umore la donna mentre assaporava la splendida minestra di carne con i tagliolini preparata il giorno prima. La casa era tiepida e lei l’aveva resa più accogliente grazie al tocco di colore di certe stoffe, acquistate al grande mercato cinese della domenica. Ridacchiò pensando alla via della seta del terzo millennio su cui viaggiavano su grandi camion, fra mille oggetti di uso quotidiano, balle di nylon, rayon, poliestere o non si sa cosa.
La Tv era spenta e Kavita si ritrovò a battere il tempo, di una melodia che non conosceva, usando i piedi.

Fu così che con il tovagliolo e il cucchiaio ancora in una mano entrò nella stanza di sua madre. Non l’apriva da tempo ma era profumata. Decise di esplorarla. Non l’aveva mai fatto, neppure da bambina e una bambina si sentiva mentre posava c cucchiaio e tovagliolo sul cassettone scuro. Il piano del mobile era coperto, oltre che da un sottilissimo strato di polvere, da moltissime fotografie incorniciate alla bell’e meglio.

Molte fotografie che non avevano trovato né spazio, né cornici disponibili, erano state infilate nel profilo dello specchio, incongruamente moderno, che lei stessa aveva acquistato per la madre in un altro mercato, prima che arrivassero i venditori cinesi.
C’erano tutti. Sua madre è ovvio, con la madre, con il padre, con la madre e il padre ma in divisa, con il padre senza divisa e il fratellino in braccio. I nonni, a mezzo busto, incastonati in un ovale avorio. La vecchia casa dei nonni, in campagna, vicino al lago. Poi sua madre, con il marito Ulianov.
Non era proprio suo padre ma un po’ lo divenne. Il giorno del matrimonio dei suoi genitori, Kavita aveva tre anni.
Nella foto apparivano fieri e apparentemente non emozionati, lei stava in piedi fra loro che la tenevano ciascuno per una mano. Ne risultava il buffo effetto di una bimbetta, a braccia alzate, che pareva prigioniera.

Poi loro, ancora nella casa di città. Poi i gruppi politici giovanili e ancora e ancora. Mezza Unione Sovietica e poi l’intera piccola Repubblica di Moldavia avevano trovato posto fra specchio e cassettone. La maestra si sedette sul letto di sua madre per godersi la vista d’insieme e poi scrutando fra il bianco, il grigio e il nero delle vecchie foto, si cimentò nella ricerca delle somiglianze.
Non le sembrò di trovare espressioni tristi, neppure nella inquietante foto del patrigno defunto, semisdraiato, infiorato e vestito di tutto punto come se niente fosse. Le parve, quest’ultimo, un valido motivo per stappare una bottiglia di buon vino moldavo e concedersi una degustazione.
Il letto della madre era perfettamente in ordine sebbene dalle coperte provenisse un leggero odore di muffa o forse era il bouquet del vino?

Aprì il primo pesante cassetto del comò e subito saltò fuori una piccola foto per niente sbiadita. C’era su un bel ragazzo scuro di pelle, come lei, con la camicia bianca. Non si capiva dove fosse ma certo, dietro di lui, c’era solo mare anzi sembrava che il mare fosse ovunque, che lui stesso fosse uscito dal mare.
Dietro alla fotografia che aveva il bordino bianco e tutto dentellato una grafia obliqua precisava: Pisacà 1938. Eccolo, doveva essere il “segreto” in persona. La lente di ingrandimento, poggiata su una pila di spartiti, non l’aiutò a scoprire null’altro e anzi l’ingrandimento liquefaceva il viso di cui era impossibile ricostruire le fattezze. Un volto presumibilmente sorridente.

Il richiamo discreto di Skype la fece sobbalzare come il rullo di un tamburo. Erano le nove di sera, in fin dei conti, si disse a titolo di rassicurazione. Comparve la sua amica Arina, quella che sapeva tutto di sesso e segreti. Non si erano mai perse di vista; insieme a Yelena erano rimaste un terzetto sopravvissuto a guerre, mariti, figli e migrazioni.

Era un po’ che non parlava con Arina, impegnata nel settore import-export dall’Asia, sicché quest’ultima rimase giustamente interdetta quando Kavita le chiese se ritenesse possibile che qualcuno che aveva conosciuto il “segreto” potesse essere ancora vivo.
– Beh, cara, parliamo di qualche ultracentenario… non credo, no…
– Figli, nipoti… che dici?
– Com’era il vino..?

Kavita scoppiò a ridere garantendo all’amica di non essere davvero ubriaca. Le raccontò che così, non sapeva per quale motivo, le era venuta la voglia di svelare solo per se stessa – a chi altri poteva interessare del resto – il “segreto”. Chi era e da dove veniva suo padre? Arina, donna pratica, si fece descrivere la foto e la sintetica indicazione scritta.
– Sono in Ungheria per qualche giorno puoi scannerizzare la foto e mandarmela? Provo a fare un po’ di ricerche, sai che mi diverto con i social…
– Non ho lo scanner ne riparliamo quando torni in città. Baci. Baci.

Il ritratto di Pisacà 1938 migrò dal buio e rassicurante cassettone al poggia spartito per violino, sistemato proprio accanto alla finestra che sorreggeva un libriccino, con esercizi su scale e arpeggi, destinato agli allievi di Kavita. Un posto gradevole per uno che amava la musica pensò. Dal poggia-spartito, dopo essere stato scannerizzato da Arina, tornata dall’Ungheria, Pisacà 1938 trovò alloggio in un libro ma dopo un po’ né Arina né Kevì ricordavano quale.

Il Tempo aveva tentato di riprendersi “il segreto” ma non aveva tenuto nel debito conto i social.

Fu Yelena, la terza del trio, a farsi viva dall’Italia dove era emigrata, attraversando la Romania per approdare a Gaeta. Là viveva, si era sposata e aveva due figli. Segnalava alle amiche a proposito del “segreto” una brutta poesia a cui gli italiani dovevano aver creduto molto. L’aveva scritta un tale Luigi Mercantini, sta su Internet, andatevela a leggere. Ebbene in quella poesia si parla a un certo punto di un’isola, dove Carlo Pisacane si sarebbe fermato qualche giorno svuotando le galere per rafforzare la sua piccola truppa di rivoluzionari.

Arina e Kevì trovarono l’indizio deboluccio, non volevano rinunciare alla propria razionalità matura ma, guardandosi negli occhi si accorsero che il segreto li faceva brillare di meraviglia. Ne parlarono a lungo, quella sera, dopo aver cercato e letto la poesia, guardando e riguardando la fotografia di Pisaca’ 1938.

La ragione diceva che quella storia non aveva senso. Pisacane a Ponza, che poi era una piccola isola nel mare Tirreno, era sbarcato quasi cento anni prima che venisse scattata quella foto, inoltre di mare in Italia ce n’è tanto trattandosi di una penisola e anche di isole ce ne sono tante, anche se solo a Ponza Pisacane Carlo – classe 1818 – era sbarcato convinto di innescare la rivoluzione nel Sud dell’Italia. Toh 1818… 1938… a crederci… scemenze.

Di nuovo Yelena, italiana di Moldavia, da Gaeta via Skype:
– Là tutti tenono ’nu soprannome… chi sa pecché a questo ci hanno dato Pisaca’. Dicono pure come nuie o nomm’ d’o padre per sape’ chi si’, ma non basta pecché i nomi so’ semp’i stessi.
Yelena, che parlava una sorta di italo-napoletano infiorettato – per chiarezza – da parole moldave o russe, pareva convinta che quel Pisaca’ 1938 venisse dall’isola di Ponza e chissà mai se fosse riuscito a tornarci.

Le due amiche decisero di recarsi a Ponza.
Sì, di andare, naturalmente passando per Gaeta a riabbracciare Yelena e a conoscere, da vicino, i suoi figli. Sarebbe stato costoso, certo, ma Arina, che non aveva mai fatto una vacanza in vita sua, aveva messo un po’ di soldi da parte con la sua attività; quanto a Kavita decise di affittare per un po’ la sua casa ad una collega orchestrale e con i risparmi e la vendita di un bracciale, dono del marito defunto, unito alle fedi sua e della madre, essendo la sua ormai stretta e la madre impossibilitata ad indossarla, raggranellò una somma discreta. La fede del papà-patrigno Ulianov fu risparmiata… per delicatezza. La data della partenza venne fissata con attenzione e acquistati i biglietti di molti treni.

Era di maggio quando due donne, due valigioni e la custodia di un violino si ritrovarono a navigare, nella luce del tramonto, verso un’isola sconosciuta.

Immagine di copertina: Marc Chagall. Le coq rouge dans la nuit. 1944. Quella e le altre immagini a corredo dello scritto (tutte da Chagall) sono state scelte dalla redazione

[Pisaca’ 1938 (1) – Continua]

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