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Quando l’amore ha tre facce: San Felice Circeo, Sermoneta, Ponza (2)

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di Luisa Guarino
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Per la puntata precedente, leggi qui

Poi. Poi c’è Ponza. Anzi Ponza è prima e dopo tutto.

E’ l’isola dove sono nata. Quando ero bambina non mi rendevo conto di quanto questa cosa fosse singolare. Un giorno in estate, avrò avuto quindici anni, parlavo con dei ragazzi napoletani con cui avevo fatto amicizia. Quando mi hanno chiesto di dove fossi, ho risposto con tono quasi dimesso che ero nata proprio lì, a Ponza. Con tanta gente che proveniva dalle più grandi città italiane, Milano, Roma e Napoli appunto, quasi mi vergognavo. Ma uno del gruppo partenopeo con due frasi ha ribaltato le mie sensazioni: “Sono capaci tutti a nascere nelle città grandi. Tanta popolazione, gente anonima, sai che gusto c’è! Tu sì che hai avuto fortuna, a nascere in un posto piccolo e meraviglioso come Ponza”.

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Da allora ne sono sempre stata fiera. Anche perché ad essere originari di Ponza siamo pochi e saremo sempre meno. Nessun neonato nasce più nell’isola, a meno che non succeda per caso. Ne sa qualcosa il piccolo Silverio che aveva tanta di quella fretta che ce l’ha fatta, a nascere a Ponza. E’ successo nell’agosto del 2002. Per quell’evento straordinario lui, la mamma Pina, il papà Franco e la sorellina più grande Cristiana sono finiti su tutti i giornali. E poi Ponza, l’ho scoperto negli anni e viaggiando all’estero, è una sorta di “lasciapassare”, una specie di parola magica, quasi una forma di esperanto che ti permette di dialogare e di trovare un interesse comune con le persone più diverse, a qualsiasi latitudine. Basta amare il mare. E questo per fortuna succede a moltissime persone.

A Ponza sono nata dunque. Ma non ci ho vissuto se non durante le vacanze estive. Per motivi di lavoro dei miei genitori: poi è arrivato lo studio e tutto il resto. E l’isola è sempre stata, per tutti noi, il punto fermo dell’esistenza, scandita da un anno all’altro dalla festa del Patrono San Silverio, il 20 giugno, e poi dall’estate. Prima tutta intera, assoluta, due-tre mesi tra sole e mare, che non bastavano mai. Poi più ridotta, ma quasi concentrata. Per non perdere nulla della carica che Ponza sa dare, della sua magia, del ritrovarsi con i parenti lontani e gli amici sparsi in tutta Italia. Lì c’era e c’è i punto di congiunzione, lì il momento per guardarsi di nuovo negli occhi e trovarsi sempre uguali, nonostante il tempo che passa. Con il mare negli occhi e il vento nei capelli, mentre il sole ti scalda e ti abbronza proprio nello stesso modo di allora. Se peschi sul molo o getti la lenza dalla barca, se ti tuffi da uno scoglio o ti stendi dopo uno spuntino.

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Erano lunghi i pomeriggi assolati in piazza, quando il turismo era all’inizio e non di massa. Quando nessuno la chiamava “piazzetta”, in una sorta di imitazione dal tono snob di quella di Capri. Ora, specialmente tra luglio e agosto, a Ponza non si vive più. Traffico automobilistico esasperato, rifiuti, presenze eccessive e qualità del turismo in picchiata, fanno di quest’isola una vera Babele.

Alle volte mi chiedo: la distanza dell’isola dalla terraferma è sempre rimasta la stessa? E’ vero che negli anni i collegamenti sia con gli aliscafi che con i traghetti (che ahimè trasportano le auto) si sono moltiplicati a dismisura. Ma è possibile che tutti, ma proprio tutti, e mi riferisco in particolare a quanti abitano nella nostra provincia o nei dintorni, debbano proprio andare a Ponza? Questo tra l’altro ha fatto sì che la stragrande maggioranza dei ponzesi siano diventati dall’oggi al domani commercianti e operatori turistici. Che pur lavorando in maniera improvvisata si sono resi conto di poter fare guadagni assolutamente inimmaginati e inimmaginabili. Alle spalle dei turisti. Che si lamentano ma pagano, perché è meglio esserci che non esserci. Si sa che Ponza è cara: se ci vai è perché puoi permettertelo.

Così il circolo si chiude. E i ponzesi, salvo rare eccezioni, sono diventati avidi, sempre più avidi. Litigiosi lo sono sempre stati, invidiosi l’uno dell’altro anche. Almeno fossero gentili con chi gli dà da vivere! Macché. Le belle maniere e i sorrisi sono un’eccezione. Diversi anni fa l’emittente radiofonica locale Radio Top Spin di Rino Cordella ha indetto un concorso per il commerciante più gentile. L’ha vinto Lina, che vende frutta e alimentari in piazza. La classica eccezione che conferma la regola.

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Parlare di cambiamenti, di peggioramento, qui come altrove, può sembrare scontato, qualunquista. Sai che scoperta, mi sembra di sentire. Sì, ma qui fa più male che altrove. Non solo perché ci sono nata. Ma perché tutt’intorno, salvo rare eccezioni, la natura non è cambiata molto. Le rocce raccontano storie millenarie, i colori del mare e del cielo sono sempre quelli, i profumi non sono mutati. Inoltre la desolazione invernale stride maledettamente con il caos estivo. Succede così che per quest’isola puoi provare insieme amore e odio. Amore che non ha bisogno di spiegazioni e odio perché la vorresti diversa. C’è un modo per difendersi da tutto questo? Per amare soltanto senza lasciarsi vincere da sentimenti negativi?

Cercare di stare lontani. Non lontanissimi ma lontani. Io ad esempio so che bastano pochi chilometri di auto e poche miglia di mare per ritrovarla, con i suoi pregi e i suoi difetti. Ma con la distanza posso pensare solo alle cose belle, e quelle brutte fare finta che non esistano. La lontananza sai è come il vento – dice una canzone di Modugno -: spegne i fuochi piccoli ma accende quelli grandi. E nel mio cuore per Ponza c’è sempre un grande “incendio”. Che per spegnerlo non basterebbe tutto il mare.

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[Quando l’amore ha tre facce (2) – Fine]

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