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k1-13a v2-21 v6-f ss11-1 2397452039_b8d69ab53d Una colonia di Cladocora caespitosa

Fra narrativa e cronaca. Dove il blu diventa intenso

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di Francesco De Luca
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Di Ponza gli piaceva soltanto la natura esaltante. Anzi solamente il mare. Non la caccia, non la pesca tradizionale. Soltanto la costa, prona a farsi esplorare per mare. A nuoto.

Gavino percorreva i sentieri che portavano alle calette, si immergeva con maschera, pinne e fucile sub. Dalla spiaggia di Chiaiadiluna seguendo i contorni della roccia. Lì una grotta, un po’ discostato uno scoglio piatto, un campo di posidonia, un altro scoglio con sotto un incavo. La cernia compare e si fa inghiottire dal buco. Anfratti con segni inequivocabili della presenza del polpo. Una parete a strapiombo, i dentici guizzano e poi si calano in fondo per seminarlo. Ma lui li insegue, e li cattura.

La sua passione era la pesca subacquea. La coltivava e in essa eccelleva.

Alto, biondo, fisico atletico, nessun tratto lo equiparava ai coetanei isolani. I suoi venivano dalla Sardegna. Probabilmente lo portarono a Ponza già grandicello perché non aveva amici affiatati. L’ho visto in compagnia di Luciano Gazzotti, qualche volta. Refrattario ai richiami del parroco, anzi ostile a quell’atteggiamento devoto che la gioventù del Porto manifestava nelle cerimonie religiose. Distante dai bar e dai giochi a carte.

Io ne parlo perché la sua figura mi colpì proprio per la sua fiera autonomia ma non potrei dire dove si radicasse quella sua isolata personalità, né saprei indicare le matrici familiari e nemmeno lo sviluppo della sua formazione. Nei pareri espressi dai miei coetanei godeva di ammirazione giacché non rientrava nei canoni dei comportamenti ponzesi.

Le sue qualità vennero fuori negli anni ’60. Ponza godeva di un suo posto d’onore nei circoli subacquei nazionali. Aveva fatto emergere esponenti di primo piano nella pesca in apnea che avevano trovato visibilità anche nei primi film ambientati nel mare. Dietro di loro avevano seguito le orme giovani di spirito e talento. Gavino era uno di questi.

La pesca in apnea la sua passione, il suo pane quotidiano.

Sul Corso Pisacane i coetanei dicevano delle sue ricche pescate in solitaria ma appena si avvicinava terminavano il discorso perché Gavino era parco di parole e sfuggente agli elogi.

Vestiva in modo semplicemente elegante, in forza della sua figura slanciata e per i tratti del viso, naturalmente fieri e gentili.

Venne la settimana di Passione. Ponza profumava d’erba novella, e le acque delle coste risaltavano il profumo delle alghette sugli scogli. Le ginestre e le eriche risuonavano di spari contro quaglie e tortore, e Gavino batteva i sentieri per raggiungere il mare dove le grancevole compivano il rito della fecondazione.

Quel Venerdì Santo Gavino scese sotto il faro della Guardia. Indifferente ai divieti liturgici che richiedevano comportamenti dimessi per quel giorno votato a scontare la colpa della morte di Cristo, Gavino tentava di pescare qualcosa e così addolcire i giudizi dei genitori, scontenti per la sua indifferenza a sottoporsi al lavoro dipendente.

Non lavorava ma almeno avrebbe permesso che quel giorno si mangiasse pesce. Come esigeva la pratica cristiana.

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Nello scendere la Scarrupata non incontrò che Amedeo, anche lui poco incline agli inviti della chiesa. L’agricoltore imbracciava il fucile e i cani setacciavano le macchie in cerca di uccelli. “Gavi’ … si cade ‘na quaglia a mare m’a vaie a piglià tu” – disse al giovane che annuì.

Avrebbe seguito i contorni del faraglione. Ricco di anfratti e perciò di pesci da tana, ma anche infido. Perché la roccia sprofonda a picco lì dove la luce non arriva e il blu diventa intenso. Impenetrabile e pauroso. Non per Gavino. Nessun’ ombra lo avrebbe distolto dal suo esplorare le tane, nessuna sagoma lo avrebbe preoccupato. Girò il promontorio, superò quella grotticina che, passando con la barca, si fa notare per le sue acque smeraldine. Andò dalla parte che guarda il Fieno. Aveva incontrato qualche dentice, anche una cernia che però s’era infiltrata nella tana e non ne era uscita. Il fiato a Gavino non mancava e l’esercizio aveva affinato la bravura a controllare le pulsioni istintive in immersione ma le limitazioni umane sono invalicabili. Qui subentra la pazienza mista alla convinzione che qualcosa potrà accadere. Ci si immerge incessantemente perché si è certi che ci si imbatterà in qualcosa di inaspettato. Giù giù, fra la posidonia e la roccia una coda si muove e sparisce, nu cazzirré gira d’intorno, un’occhiata si accoda al branco lì vicino, una macchia rossa si intravvede in una fessura. Tornò su, si ossigenò e ritornò sul posto per accertarsi. Era una aragosta. Semicoperta dall’incavo. Che però non la salvò dal tridente del fucile. La ripose nel sacchetto e ritornò sotto, in preda alla smania della cattura.

Poi rifletté. Nel sacchetto c’erano anche un dentice, un polpo e occhiate. Conveniva fermarsi lì. Una volta in superficie cercò di stabilire bene i punti di riferimento. Per il domani. L’oggi era assicurato.

Ritornò alla riva dove aveva lasciato i vestiti. Prese la via di casa. Amedeo non c’era più. Anche lui ritirato per il pranzo.

I genitori ebbero modo di apprezzare la sua passione. L’aragosta avrebbe impreziosito il pranzo di Pasqua.

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Al calar della sera l’aria triste della morte di Cristo divenne palpabile su tutto il paese. Dalla chiesa una piccola processione di donne vestite a lutto uscì di soppiatto. Senza canti e senza preghiere portava la statua della Madonna Addolorata per vicoli secondari. Poco dopo il Cristo morto, giacente sul catafalco, circondato da fiammelle di cera, con i fedeli dolenti, fu fatto transitare per le strade.

All’incrocio sulla Punta Bianca il corteo della Madonna Addolorata da via Scalpellini si incontrò con il corteo del Cristo morto, veniente da Santantuono. La madre, già trafitta da spade di dolore, assisté allo strazio del figlio morto in croce.

Da questo dolente evento trasse spunto il parroco per inveire contro l’insensibilità degli uomini. Non paghi di aver ucciso il Figlio di dio, ne disprezzavano la memoria lasciando inascoltati i suoi precetti.

Il parroco tuonava dal balcone della casa dei Pacifico e la massa dei fedeli, ciascuno per sé, si addossava la colpa e antivedeva l’espiazione.

Gavino ebbe chiara la differenza fra quanto avveniva nella natura con ciò che si consumava nel consesso degli uomini. Nell’una, gli eventi si producevano senza tragicità, con innocenza, nell’altro la colpa era incombente, l’espiazione il correttivo. Avvertì il contrasto esistente fra la sua esistenza, imperniata sulla estrema aderenza ai canoni naturali e la vita isolana stretta fra le cesoie del perbenismo e dell’ossequio. Intollerabile gli apparve quella coesistenza e mortifera per lui.

Passò il periodo pasquale e venne l’estate. Tutti pescano in estate. Chi ci prova e chi ci prende. Il mare appare generoso con tutti. Quell’anno non lo fu con Gavino. Quel mare divenne ricordo. Lui e i genitori tornarono in Sardegna. A Ponza non vi ha più messo piede né mai più lo metterà.

 

Sull’argomento, leggi anche sul Sito:

Sub di Ponza di Jean-Claude Di Bernardo – 2 luglio 2013;

Silverio Zecca – Itinerari subacquei a Ponza, Palmarola, Zannone – la Redazione, 15 ottobre 2011

La storia della pesca subacquea a Ponza (1 ) di Antonino Baglio – 4 aprile 2011.

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