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L’ombra che mi precede

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di Francesco De Luca

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Ne vedevo la figura di spalle avanti a me, cinquanta metri o poco più. Giubbotto blu e jeans. Sembrava una sagoma conosciuta. Altezza normale, come la mia, i capelli no, erano meno bianchi. Un volto mi è balzato in mente e insieme un nome. Ma no, nel mezzo della settimana qui a Ponza, era improbabile che fosse venuto da Torino. Duccio sta a Torino, lo ricordo bene, ha un laboratorio d’ analisi. Di solito ci vediamo per san Silverio. Ci scrutiamo attentamente. Nel passaggio degli anni sull’aspetto cerchiamo qualcosa di nuovo da dire. Se no, sempre la stessa tiritera di domande con le risposte già conosciute.

Potrei dargli una voce, chiamarlo, ma no, tanto fra poco lo raggiungerò.

Ci sono presenze nella coscienza che vi soggiornano perenni. Una volta entrate non se ne vanno più. Incarnano un disagio intimo. Mai sopito e mai appagato. Duccio … con lui ho condiviso da giovane l’entusiasmo per la vita.

Ci si trovava in Piazza, la banda intratteneva prima che uscisse la processione.
– Cosa stai facendo?
– Presto mi laureerò in biologia. Sono venuto a trovare i miei, la nonna soprattutto.

Quanti progetti. Dimoravamo lontani dall’isola. Un’altra dimensione. L’isola ci ammaliava per la sua diversità casereccia, buontempona, solare. Ci sentivamo diversi, estranei a quell’ambiente. Il futuro non lo avremmo costruito lì.

Poi ci siamo persi di vista. Infatti… non è Duccio… troppo stempiato, grassoccio… Forse è Tonino, ma sì è Tonino.

Affretto il passo, mi preparo ad incontrarlo. Gli ricorderò lo scherzo che ci lega per la vita. Bevevamo il vino dall’ampolla pronta per la messa, e vi mettevamo l’acqua. Don Luigi se ne accorse e si adirò. Ero stato io a suggerire lo scherzo. Tonino mi veniva dietro. Se lo ricorda sempre.

Chi sa come mai sta qui. Aspetta, aspetta, sta salutando Carmine, si è girato, mi ha guardato, ma non mi ha riconosciuto. Allora non è lui, Tonino mi avrebbe salutato.

Perché a lui dovrebbe essere facile riconoscermi? Perché penso di avergli lasciato ricordi indelebili? Eppure lo so che i fatti della vita perdono tracce e volti e sentimenti.

La vita comprime. I fiori, le foglie, l’erba, i rametti, tutto si compatta in un indistinto ammasso. Così.

Rallento il passo. Spero che imbocchi la scala per le Banchine.
– Carmine, chi è che ti ha salutato? – domando.
– E’ il nuovo commesso della Galbani. E’ arrivato ieri, sta facendo il giro dei negozi.
L’uomo infatti imbocca la scalinata e scende.

Rimango senza più confronti. Adesso davanti c’è un cane. Il solito cane senza guinzaglio e senza padrone. Come me.

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