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E andavamo tutti alla Caletta. (6). La signora Filomena

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di Dante Taddia

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La signora Filomena è la zia di Benedetto Sandolo e abitava dove ora abita lui, sotto quel porticato all’inizio delle scale della Dragonara. Il primo anno che Dante e il suo complesso sono arrivati a Ponza, 1963, lui e non so se qualcun altro, alloggiavano proprio da lei.
Successivamente invece, con Roger e la Ninni torinese, si sono trasferiti a casa di Teresa D’Arco, di fronte a Ciccina Ramunno e in pratica a dove abitiamo noi dal 1970. A Dante è rimasto un legame profondo per questa signora, e ogni volta, anche tanti anni dopo, quando scendevamo o salivamo le scale della Dragonara si scambiavano grandi saluti. Lei lo chiamava “signor Dante”.
L. G.

Discesa-dalla-Dragonara

La Signora Filomena

Oltre alle ragazze della Torre che studiavano lingue nel loro eremo dorato, c’erano anche i ponzesi che l’inglese, anzi l’americano, lo avevano imparato sui duri banchi della vita che avevano dovuto affrontare negli States da emigranti.

Qualcuno era ritornato con una buona conoscenza sia della lingua che della vita americana. Si era inserito egregiamente in essa anche se continuamente il cuore era per il suo scoglio in mezzo al Tirreno, per quella terra unica e insostituibile che proprio perché così lontana era ancora più vagheggiata e vicinissima, ed era portato a vedere solo i lati belli e affascinanti della propria isola.

Ebbene quel qualcuno ci parlava con le ragazze della Torre ma, nel contesto della caccia senza quartiere che era data loro, non era giudicato pericoloso per due motivi: si trattava o di donne anziane, rientrate per chiudere l’esistenza nella loro terra che le aveva viste nascere ma partire a malincuore da essa e vivere altrove, o di uomini vecchi, ma vecchi nella vera accezione del termine, per cui loro sì che potevano parlarci alle ragazze della Torre senza timore di reazioni da parte i giovani del posto.
Filomena, anzi la “signora Filomena Sandolo”, come l’ho sempre chiamata e ricordata, una signora quasi settantenne nel cui viso incorniciato da ordinatissimi capelli bianchi con la scriminatura al centro si appuntavano due occhi chiarissimi penetranti e indagatori, ma con uno sguardo dolcissimo, negli States c’era stata, ci aveva vissuto a lungo e l’inglese lo aveva imparato “int’a scola”.

Lo scriveva bene, non solo lo parlava, e allora le ragazze della Torre con un po’ di cioccolatini e qualche moina le chiedevano gentilmente di correggere la traduzione, quella che bisognava presentare proprio per l’indomani in classe. E lei lo faceva volentieri. Le piaceva sentirsi ancora utile e poi con le ragazze parlava di tante altre cose e così trascorreva piacevolmente le ore pomeridiane.
Ma quello che faceva soprattutto era scrivere lettere, leggerle e tradurle per i suoi compaesani, per coloro che stavano lontani. Per qualche emigrante, che lo era da talmente tanto tempo che molte espressioni della sua lingua isolana erano entrate quasi nel dimenticatoio, o peggio erano state imbarbarite da nuove parole.

“A new slang. Ponza now tiene a new dialetto, very bad”, diceva la signora Filomena, e occorreva qualcuno che ricordasse il giusto significato delle parole e dei modi di dire dialettali. Per non perdere quelle parole ma soprattutto per non sentirsi estranei a casa propria. E questi erano i suoi prediletti. Sapeva tutto di tutti e a tutti sapeva offrire una risposta completa ed esauriente, ma soprattutto semplice e accessibile a quel poco di vocabolario di una lingua straniera che chi stava lontano aveva acquisito.

E quando arrivavano i documenti ufficiali, quelli della pensione “della Merica” soprattutto, era lei che con fare solenne leggeva il testo in inglese, guardava gli astanti che pendevano dalle sue labbra e traduceva nella lingua a loro più consona, in dialetto:

“Silve’, Tato’, cà sta scritte ca piglie ‘a penzione ’i seiscento dolars ‘u mese”. Era così musicale sentire quel suo americano ponzesizzato, e glielo dicevo sempre quando la stavo ad ascoltare.

“Guaglio’ that’s n’è o’ vero! Chiste è ponzese, un poco di accento ’merricano yes, ma è ponzese…”
Ho avuto sempre un grande affetto per lei, mantenuto nei tantissimi anni che si sono succeduti dopo quel primo incontro: l’ho considerata sempre una buona maestra di vita.

Dragonara. Salita
Immagini: discesa dalla Dragonara e salita

[E andavamo tutti alla Caletta. (6) – Continua]

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1 commento per E andavamo tutti alla Caletta. (6). La signora Filomena

  • silverio lamonica1

    La Signora Filomena, negli anni ’50 del secolo scorso, faceva la spola tra la sua abitazione e l’attiguo Ufficio della Società Elettrica Ponzese, ubicato allora nel Palazzo Pinto. Ella di solito si alternava nell’ufficio, dove prestava servizio mio padre Fausto, segretario ed unico impiegato, con il marito Frank Silvester Feola, titolare dell’Azienda. Spesso assistevo alle loro discussioni, di solito animate, sulla gestione della ditta, dal momento che mi piaceva frequentare l’ufficio dove lavorava papà, attratto dalle calcolatrici e macchine da scrivere; io mi cimentavo ad usarle. Bei ricordi

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