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Chandra Livia e le poesie dei bambini

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proposto da Sandro Russo
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Per uno dei quei casi strani che si verificano più spesso di quanto si possa credere (e raccontare), qualche tempo fa avevo letto e messo da parte uno scritto di Chandra Livia Candiani (di cui ho poi comprato dei libri, “La bambina pugile” tra gli altri), insegnante e scrittrice milanese, di recente presentata sul sito (leggi qui); era proprio il brano citato dal giornalista de “La Stampa” a proposito “dei suoi viaggi sui tram con le panche di legno” nell’ultima segnalazione di Luisa sull’argomento (leggi qui)…

Se siete arrivati fin qua, leggetelo tutto: è bellissimo!

Tram a Milano

 

Per arrivare a scuola

di Chandra Livia Candiani

«Per arrivare a scuola, dove tengo seminari di poesia ai bambini delle elementari, ci metto 50 minuti di tram, vecchi tram gelidi d’inverno, con le panche di legno e le lampade di vetro sempre accese.
Durante il viaggio, non cambi solo spazi, ma epoche. Sali in mezzo a signore milanesi del 2013 abbronzate tutto l’anno, con vestiti semplici e di ottima fattura, studenti con modelli supersonici di cellulari, zaini e scarpe, pochissimi uomini. Man mano, scendono tutti e salgono donne velate, grandi grandi, cinesi sgargiantissime e cinesi piccolissimi serissimi, filippine sorridenti e stanche, rumene e russe severe e monumentali e africane con bambini educatissimi e silenziosi che mangiano un’infinità di merende a tutte le ore.
Certe volte, vado a scuola prima e giro per il quartiere per vedere cosa vedono i miei bambini.
Nei dintorni di una delle mie scuole, ci sono fianco a fianco macelleria islamica, negozio di prodotti rumeni, bar gestito da cinesi, negozio arabo di cose meccaniche, tipo telefonini, spine, spinotti, radio, orologi, e uno di massaggi tailandesi. La strada è a doppia carreggiata tipo autostrada, in mezzo i tram lumaconi che vanno verso Quarto Oggiaro, le auto sfrecciano, ti tirano sotto come niente fosse. L’unico giardino è un terreno spelacchiato davanti a scuola, eppure gli alberi fioriscono lo stesso e anche la neve, ma nessuno li guarda.
Intorno a un’altra scuola, il quartiere è più vecchio ma non c’è un negozio, solo un mercatino dell’usato di cose impensabili, mobili sgangherati, una statua di Santorre di Santarosa, orologi a cucù, innaffiatoi di latta, armadi con lo specchio fumé, forse qui non mangiano e non bevono ma alla fontanella verde, quelle con la faccetta di drago che butta acqua dalla testa, ho visto una bambina rom che è stata mia allieva spruzzare la sua nonna con la gonna lunga  a fiori e la nonna beata si prendeva gli spruzzi in faccia e sul petto e poi glieli restituiva, forse qui si chiama lavarsi.

Durante questi viaggi, ho imparato ad aprirmi più o meno a tutto. Una volta a una fermata a porte aperte, nel gelo di gennaio, è salita una palla di neve, ha preso in pieno le gambe di una signora filippina, che sorridendo si è scossa via la neve dal cappotto come si trattasse di un passeggero un po’ distratto che l’avesse sfiorata.

Così, giorno per giorno, anno per anno, ho imparato a dimorare nell’inaspettato, non è che mi aspetto di tutto, è che sto in una zona precaria e marginale dove so di non poter controllare quasi niente. E comincio a starci bene. Proprio viva viva. Fa tremare essere vivi, vivi vivi fa tremarissimare.

A scuola un bambino russo, grande e grosso, che non partecipava mai a nessun lavoro, mi ha avvicinato ciondolando e mi ha chiesto: “Perché l’amore si rompe?”
Anche Willi era molto grosso per i suoi dieci anni, riccio e scuro di pelle, non sapeva di dove venisse suo padre, e chi l’ha mai visto diceva. Per lui scrivere poesie erano “stronzate”. Di colpo, un pomeriggio ha preso una penna e scritto così:

Io sono stonato
e la mia anima si si si sissi sissi sissi vuole carezza
la mia morbida anima.

Giorgia è magrissima, una faccetta pallida scanzonata e selvatica, gli occhi marroni troppo grandi le mangiano la faccia, capelli finissimi marroncini, non la si nota all’inizio, chiacchiera un pochino con le amiche, svagatamente, ma è sola, è molto scienziata e vive nel Bronx, ai confini con Roserio, come una libellula.
Questo scrive delle parole:

Le parole sono la natura del parlare,
sono come il vento che deriva dall’aria
e il mare proveniente dall’acqua.

Sono tante biglie,
tanti granellini di sabbia
in un universo di granellini di sabbia.

Originano dal suono moderato della lingua.
Sono gli spiriti che escono
dalla bocca
attraverso la corazza dei fantasmi.

Sono un terremoto, un mare infuriato,
una tempesta,
talvolta feriscono
con le loro frecce avvelenate.

Esprimendo un modo di essere
sono i messaggi delle emozioni
e sono fondamentali
per la vita.

Quello che amiamo dei bambini e degli animali è che non fanno niente apposta, gli viene così. Noi costruiamo percorsi, mappe, progetti, luoghi, discorsi e loro spostano tutto, scavalcano, cavalcano, bucano, scassano, impilano, ci disfano e ci rinascono.

Sto incontrando bambini di tutte le razze, bambini tristi e provati dalla vita a sei anni, bambini che scrivono “io amo la malavita”, bambini con le cicatrici in faccia, bambine con il velo, bambini che ridono da far saltare in aria le pareti, bambini vecchini che trascinano i piedi in corridoi desolati, bambini stanchissimi, bambini maestri di essenziale.
Quello che si ripete in ogni incontro è il loro bisogno di parola viva, di sentire che anche a scuola ci possono essere delle sorprese. Si sente parlare spesso di non avere aspettative, ma quel che io sto imparando è di averle tutte.
Non si tratta di aspettarsi di tutto, ma di abitare zone scomode, zone dove l’inaspettato non è solo il verso di una poesia, ma anche frasi più oscene di una coltellata in piccole bocche imbronciate, storie appese al filo di un verso di cieli notturni visti dal campo rom.
Ho imparato a riconoscere i bambini rom perché quasi tutte le loro poesie parlano della notte. Loro la notte la conoscono sulla pelle, nelle ossa, come la pioggia. Denisa, 9 anni:

Un giorno c’era la pioggia e io
camminavo piano su una strada molto lunga
e camminavo piano l’erba era molto verde
e io sono andata vicino a otto alberi
ma io avevo molto freddo, il vento
batteva, ma la pioggia
non mi bagnava più.

Il dono dell’inaspettato di un bambino rom è trovare i versi per dire uno sgombero:

Il mio cuore batte
e batte forte e schizza
E vengono
dei signori violenti che
sembrano degli squali
e mangiano
tutti i mobili.

Quando torno a casa e vado a dormire, sono piena zeppa di facce, di musi, di storie, di parole a metà, di versi spacca-petto, di sorrisi di trionfo, di lacrime che avevano bisogno di capirsi, di mani sudate e me li tengo tutti e me li porto nei sogni, li salvo, fino al giorno dopo».

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