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e-01 scotti-a-bis 108 12 silverio-mazzella Una cintura di cistoseria a pelo d'acqua

Ancore e… ancore di salvezza

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di Gabriella Nardacci

Ancore a terra. A Bonagia TP.

 .

In qualche passo dei poemi omerici le ancore sono descritte come una grossa pietra, forse inizialmente intera e che in seguito era provvista un foro centrale così che la corda vegetale potesse essere legata in maniera più sicura.

In qualche museo di storia antica se ne possono vedere alcune rinvenute che risalgono all’Età del bronzo. Greci e Fenici, ne conoscevano l’uso e i Romani ne hanno migliorati i tratti.
Il peso di un’ancora era dai venti chili ai cinquanta circa.
La loro evoluzione è passata poi dal ferro alla ghisa fino all’acciaio.

Ogni nave ne deve avere due il cui peso oscilla da duemila a novemila chili ciascuna e per i viaggi transoceanici è  prevista, e obbligatoria, anche una terza ancora, detta “speranza” che funge come da “ruota di scorta”.
Dopo la costruzione, le ancore sono collaudate insieme alle catene cui sono legate. Queste ultime non hanno subito modificazioni, tranne, ovviamente, nel materiale.

Parti di un'ancora. Da Wikipedia copia

Parti dell’ancora (da Wikipedia): a. Fusto; b. Diamante; c. Marra; d. Patta; e. Unghia; f. + g. Occhio e cicala; h. Ceppo; i. Cima d’ormeggio

 

Le ancore possono essere di molti tipi; queste le più note:
– a  grappino, adatte a fondali sabbiosi e fangosi;
– a marre articolate, più leggere di quelle a grappino e adatte solo a fondali sabbiosi;
– a ceppo, ritenute le più efficaci;
– a vomere, molto usate da chi possiede barche e adatte a ogni fondale senza l’affidabilità totale;
– a cucchiaio, le ultime in costruzione e non ancora abbastanza note. E’ una specie di cucchiaio capovolto disegnata nel 1970 dall’ingegnere navale Peter Bruce per l’ancoraggio delle piattaforme petrolifere.

Butta l’ancora! – in ponzese: vott’ ’u fierr’!
Da “ancora” deriva “ancoraggio” con cui si dà “fondo all’ancora” quando questa s’incastra al fondale; si “salpa l’ancora” quando la si tira su dal fondo.
L’ancoraggio si differenzia dall’ormeggio perché con quest’ultimo s’intende una sosta in porto o vicino la costa e non è necessaria l’ancora.

Ancora in pietra

Se penso alla parola “ancora”, non mi viene in mente di pensare solo all’ancoretta che misura la temperatura del tempo e che ho appeso in una parete della mia casa al mare, bensì a intrigati percorsi che fa la nostra mente.

Per qualcuno “ancora” è condizionamento e anche stimolo.
Un’emozione può permetterti un accesso alle tue risorse “ancorate” e “ancorare”, quindi, significa associare un’emozione/stato che è risorsa utile, a uno stimolo che può essere visivo, uditivo e kinestetico.
E’ una pratica conosciuta da secoli con l’allevamento di animali e anche nell’ipnosi classica. La Programmazione Neuro-Linguistica l’ha resa fruibile a tutti.
Naturalmente non mi avvio dentro discorsi più complessi riguardanti la neuropsichiatria, perché non ne sarei capace di capire a fondo né la terminologia né le applicazioni; lascio a medici e ricercatori questo campo, peraltro affascinante e misterioso.

Può sembrare strano come questa “serendipità” sulla parola “ancora” abbia smosso in me un’associazione con fatti attuali, tragici e tristi.

Barconi pesanti di persone, alcune delle quali nascoste nella pancia di madri a metà. Persone in erba e persone disperate che fuggono su mezzi precari e con una sola ancora, la “speranza”.

Uomini delusi e affamati che disertano la guerra e la povertà. Giovani senza sorriso con gli occhi sgranati per aver visto solo distruzione senza possibilità di ri-costruzione di sogni e di ripari e che nella via di fuga sono stati spettatori di sogni affogati.

Tutti verso un’isola che appare come approdo felice. L’isola dorata dove poter ricominciare e alla quale è stato dato un nome pieno di poesia: “la porta d’Europa”. Basta solo una fune per attraccare in quel porto che per i poveri e ospitali isolani, sta diventando solo un posto di accoglienza permanente altro che di passaggio per terre senza confini!

Non si può rimanere indifferenti a tanta tragedia.
“Il mare non ha confini” come ha ben detto Enzo Di Fazio nell’articolo postato su questo sito, ed è questa una grande verità …e neanche la Terra ne ha.

Solo lavorando tutti insieme possiamo definire “nostro” il mondo intero e tutta l’Europa deve collaborare perché ogni persona fa parte del resto del mondo.
Solo così si può ri-dare fiducia in se stessi altrimenti non ci sono presupposti per creare “ancoraggi” efficaci.

 

Nota –
Foto di copertina: ancore a terra, a Bonagia (prov. di Trapani)

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