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Io voto “monartico”. (1)

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di Tina Mazzella 

napoli antica

Alla c.a. della redazione di Ponzaracconta

Cari amici, stimolata dall’articolo di Martina Carannante relativo all’analisi condotta sui dialetti e la cultura che li accomuna, ho ripescato un mio racconto scritto tempo fa a ridosso delle elezioni.
In esso ricorrono espressioni, modi di dire e nomi di prodotti  dalla connotazione napoletana, che si ritrovano comunemente ancora oggi anche nel dialetto ponzese, attestando stretta affinità tra le due culture.
Persino il termine “monartico” ho avuto modo di sentirlo ripetere fin da bambina sia da varie persone anziane di Napoli che di Ponza.

Grazie ancora per l’attenzione.

 

Agli inizi del 900 la pasticceria di Rocco Criscuolo di Piazza Dante era famosa in tutta Napoli per i suoi prodotti di prima qualità. Offriva al pubblico paste fresche e secche: dolci di mandorle e canditi, rococò, mustacciuoli, zeppole di San Giuseppe, struffoli, sanguinaccio con cioccolata, casatielli, pastiere, pizze rustiche, sfogliatelle ricce e frolle, babà, cannoli, deliziose, zuppette, bignolate ed altro.

Passando di là, era difficile resistere al richiamo dei profumi provenienti da quel forno in continua attività ed alla vista di tutto quel ben di Dio esposto in bell’ordine.

In verità l’esercizio commerciale era stato baciato dalla fortuna sin dal 1868 da quando dopo le nozze gli allora Principi di Savoia Margherita ed Umberto per disposizione del Re Vittorio Emanuele II si erano trasferiti a Napoli nell’ex reggia borbonica di Capodimonte.

Per augurare loro il benvenuto in quella che sarebbe dovuta divenire la loro città di adozione, la Contessa Diana Di San Guido, cliente abituale della pasticceria ed antica confidente della precedente proprietaria del locale Titinella Criscuolo nata Spagnolo, aveva omaggiato la giovane coppia con l’invio di una superba torta confezionata appunto nei laboratori di Piazza Dante.
I coniugi Savoia, amanti dello sfarzo, delle feste, delle libagioni con vini pregiati e della buona tavola, trovarono il dono di loro gradimento e a partire da quel giorno si servirono di preferenza della suddetta pasticceria ordinandole squisitezze di ogni genere in occasione di cerimonie importanti, banchetti e cene di gala e contribuendo ad accrescerne la fama.
È bene ricordare che nel 1869 furono proprio i dolci dei Criscuolo a rallegrare il rinfresco offerto alla corte ed alla nobiltà partenopea dalle Altezze Reali per solennizzare il Battesimo del loro figlio Vittorio Emanuele Principino di Napoli e più tardi Re d’Italia.

Nel 1896 dopo la morte del marito, Titinella cedette la pasticceria all’unico figlio Rocco che diede nuovo impulso all’attività con l’ammodernamento degli impianti e dei locali e con l’introduzione di tecniche di lavorazione più aggiornate. Costui inoltre coinvolse progressivamente i suoi sette rampolli nella gestione del laboratorio e del negozio, ottenendo ottimi risultati nella qualità dei prodotti e nei profitti. Alla madre ancora efficiente ed in buona salute affidò l’ingrato compito di occuparsi di Gennarino, il suo ultimo nato, un bambino rachitico, problematico, svogliato ed un po’ lento nell’apprendere. La donna lo amò moltissimo e dedicò grandi cure nell’allevare quel nipote più svantaggiato dei fratelli nel tentativo di rafforzarlo nel fisico e di influire positivamente sul suo sviluppo mentale e sul carattere.

Visto che non era stato possibile addestrare il piccolo all’attività paterna come era avvenuto sin dalla più tenera età per tutti gli altri figli, fu deciso che questi frequentasse la scuola elementare sino alla quinta. Del resto, la pasticceria gli era assolutamente preclusa a causa della sua gola smodata che lo spingeva ad abbuffarsi di dolciumi in maniera compulsiva e fino all’inverosimile provocandogli spiacevoli malori.

Gennarino nutriva una profonda avversione per la scuola, avversione che non tentava in alcun modo di nascondere a parenti e conoscenti. Si rassegnava ad andarvi unicamente perché costretto dai genitori e blandito quotidianamente dalla nonna. Riusciva a barcamenarsi a malapena nello studio solo grazie all’intervento salvifico di quest’ultima, sempre pronta ad allungare sotto banco agli insegnanti ed al Direttore didattico bustarelle irresistibili e guantiere su guantiere di dolciumi e ad elargire al nipote incoraggiamenti, collaborazione ed aiuto. L’indefessa protettrice escogitava qualsiasi mezzo pur di stimolare in lui curiosità ed interessi, impresa assai improba a cui peraltro il ragazzo si opponeva inscenando tenaci resistenze. Gli leggeva libri di avventure e biografie di uomini illustri e di Santi, gli raccontava storie fantastiche e fatti realmente accaduti, lo induceva a praticare la ginnastica a corpo libero per fortificare il fisico e la mente e lo conduceva con sé ovunque allo scopo di dargli la possibilità di assistere a rappresentazioni ed a spettacoli nonché di fargli conoscere le bellezze artistiche e naturali di Napoli e dintorni.

Gennarino la seguiva annoiato e ad occhi bassi incapace di apprezzare le meraviglie della sua città e di lasciar trapelare la benché minima emozione. Sentendosi sconfitta dalla disarmante apatia di quel nipote indecifrabile, Titinella a volte si chiedeva quali pensieri potesse formulare il suo testone così refrattario a qualsiasi stimolazione o a qualsiasi novità, un testone imbarazzante e sproporzionato oltre misura rispetto al resto del corpo.

Un giorno dopo la visita al Duomo e ad altre importanti Chiese cittadine, volle parlargli della figura e dell’opera di San Gennaro antico Vescovo e Patrono di Napoli.

san gennaro

Si soffermò lungamente sugli straordinari miracoli da lui operati, non ultimo quello della liquefazione del suo sangue che da secoli si verificava regolarmente due volte all’anno, il 6 maggio ed il 19 settembre tra le suppliche, le invocazioni, le espressioni d’impazienza e lo stupore dei cittadini radunati nella Cattedrale.
Costoro si mostravano intransigenti: non ammettevano ritardi né deroghe da parte del loro Protettore nella manifestazione del divino evento, ritenendo i mancati appuntamenti segni inequivocabili di malaugurio, di sciagure, di disastri imminenti e di catastrofi naturali quali l’eruzione del Vesuvio o il verificarsi di improvvisi terremoti o maremoti.

La nonna spiegò che nel 1868 Margherita di Savoia, arrivando a Napoli con lo sposo Umberto, volle assistere di persona al fenomeno. Si trattava di un miracolo supplementare, visto che quell’anno la liquefazione era già avvenuta secondo le due date canoniche.

Prosternata tra i fedeli, la futura Regina d’Italia implorò il Santo pregandolo insieme alla moltitudine accorsa nel tempio per l’occasione, affinché accordasse la sua benevolenza alla dinastia sabauda ed alla popolazione della penisola e lo dimostrasse palesemente dandone conferma attraverso l’atteso prodigio e, incredibile a dirsi, il prodigio avvenne. Nel tripudio generale il sangue raggrumato custodito nella teca si sciolse per la terza volta; così i convenuti ne trassero gli auspici più lusinghieri.

il miracolo di san gennaro

“’Uagliuncie’, hai capito allora perché noi napoletani siamo così affezionati a San Gennaro miracoloso ed alla casa regnante? Dei Savoia però vogliamo più bene di tutti a Margherita che ci ha portato sempre fortuna”, disse infervorata la nonna, “ma non credere, pure Essa, la Regina ci ricambia con affetto. Figurati che per dimostrarcelo ha chiamato suo figlio l’attuale Re d’Italia Vittorio Emanuele Ferdinando Maria Gennaro. Ci pensi, Vittorio Emanuele III porta il tuo nome Gennari!

 A questa notizia gli occhi del ragazzo si spalancarono come non mai ed anche lo sguardo si accese di una luce sino ad allora sconosciuta. Poi una domanda uscì finalmente dalla sua bocca.

“Ma tu, c’eri pure tu in Chiesa quella volta a pregare insieme con la Regina?”

Titinella Criscuolo nata Spagnolo si affrettò a mentire:

“Certo che sì! C’ero eccome! Mi sono inginocchiata insieme a Lei ed agli altri napoletani davanti a San Gennaro per chiedere in via del tutto eccezionale quella grazia. Non immagini neppure com’era bella la nostra devotissima Sovrana! A quel tempo poi era anche giovane, un incanto! E che vestito stupendo aveva! Indossava un ampio abito blu ricamato con perle e fili d’argento, una collana di lapislazzuli ed orecchini d’oro guarniti con le stesse pietre preziose. Portava anelli, bracciali magnifici ed un diadema fra i capelli. Era così ingioiellata da sembrare la Madonna di Pompei!”

A questo punto Gennarino volle sapere qualcosa anche di Re Umberto. Per caso nonna Titinella aveva incontrato anche Lui?

La donna annuì e riferì di averlo ammirato più volte mentre cavalcava per le vie di Napoli scortato da un lungo corteo di cavalieri e di militari. Disse che, anche se non era bello, aveva un discreto portamento e cavalcava con maestria. D’altronde i cavalli costituivano la sua grande passione al punto che nelle scuderie del Quirinale, la sua abitazione ufficiale di Roma, venivano ospitati ben 66 purosangue. Parlando ancora di Re Umberto, si trovò a bisbigliargli all’orecchio un pettegolezzo che incuriosì moltissimo il nipote.

“Sai”, annunciò in un sussurro, “Re Umberto la buonanima era un po’ birichino, perché tradiva volentieri la Regina con parecchie dame di alto lignaggio e molto più spesso con donne di piacere. Nessuno può figurarsi quanti soldi spendeva per mantenerle tutte! Come altri Re che molto vogliono prendersi e poco vogliono dare, pure lui ha avuto qualche figlio illegittimo”.

Mentre Gennaro la fissava a bocca aperta, la vecchia, ormai intenzionata a passare in rassegna l’intera casata savoiarda, lo intrattenne anche su Re Vittorio Emanuele III e sulla giovane sposa la Regina Elena del Montenegro.

“Il nostro attuale Re, affermò, “sembra molto fragile. È di bassa statura ed ha le gambe corte come la madre; anzi no, le ha molto più corte delle sue. Diversamente da Lei, notoriamente affabile e socievole, ha un carattere schivo che lo porta a prediligere la solitudine. La Contessa Diana mi ha riferito che la sua scarsa prestanza fisica lo ha fatto soffrire specie durante l’infanzia e l’adolescenza.

A ben vedere, per certi versi un po’ ti assomiglia. Eppure con grande sforzo di volontà, Lui ha saputo conquistarsi il rispetto della corte e dei sudditi. Quanto a te, dovresti imitarne l’esempio per ottenere la benevolenza e la fiducia di chi ti sta vicino. Non è difficile, ’uagliuncie’, basta impegnarsi. Pensa che al momento della nascita Re Vittorio era talmente debole e malato da lasciar temere seriamente per la propria sopravvivenza. In questo caso la successione al trono sarebbe stata compromessa per i Savoia, visto che la Regina Margherita non avrebbe più potuto generare altri eredi. Invece Lui ha deciso di vivere, di crescere, di mettersi in gioco ed oggi, dopo aver sposato una Principessa di bella presenza, si trova alla guida di una nazione stupenda”.

Accadde che quei bombardamenti di notizie vere o false che fossero aprirono una breccia nell’immaginazione del ragazzo alimentando di colpo aspettative, finzioni e sogni. Inoltre, a potenziarne le fantasie contribuirono non poco le visite periodiche a Villa di San Guido, un magnifico edificio settecentesco sito al Vomero, corredato da ampie sale impreziosite da stucchi e da decori e circondato da un vasto parco caratterizzato da un’estesa area boschiva riservata a piante ad alto fusto e alla presenza di una vegetazione prettamente lussureggiante.

Nel varcare il cancello di questa dimora signorile Gennaro si figurava di trovarsi nella Reggia dei Savoia a scorrazzare felice per le stanze sontuose, a correre libero per i giardini, a nascondersi fra gli alberi ed a pescare grossi lucci spruzzati d’argento dalle acque trasparenti del torrente che bagnava la proprietà. Nella solitudine della sua povera esistenza quotidiana poi quelle visioni prendevano forma, s’ingrandivano, si coloravano di magia, divenivano sogni ad occhi aperti assumendo i contorni di una realtà palpabile molto più ricca e variegata.

L’invito della Contessa alla festa di compleanno della nipotina esteso anche ai due Criscuolo valse a rinforzare nella testa del ragazzo lo strano processo d’identificazione in atto da tempo.

Per l’occasione riesumando un’antica consuetudine tipica della corte sabauda, Diana fece preparare per i giovani ospiti tante piccole focacce vuote ordinando d’incorporare una fava soltanto in una di esse. Una volta in tavola, annunciò che chi avesse trovato la fava, sarebbe stato proclamato Re per l’intera giornata.

La buona sorte arrise a Gennarino che da tutti i convitati fu acclamato Re della fava sino a sera. Ci pare superfluo sottolineare che l’inaspettata incoronazione riempì d’orgoglio il nostro piccolo eroe facendolo sentire finalmente importante e potente. A lui spettò il privilegio di scegliere i giochi di società e di guidarli; a lui toccò dirimere gli inevitabili contrasti scaturiti tra i piccoli sudditi per il possesso di un giocattolo o per una mancata precedenza; fu lui ad assegnare loro premi, titoli e benemerenze; diede ordini ed ottenne obbedienza e si convinse che era bello comandare perché tutti s’inchinavano al suo volere. Lui, così insignificante e deforme, anche se per poche ore assaporò la gloria di vivere da Sovrano.
Da allora da un angolo remoto della sua mente una voce segretissima iniziò a blandirlo, ad adularlo, a chiamarlo Re Vittorio ed a trasportarlo lontano.

 

[Io voto “monartico”. (1) – Continua]

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