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Graffiti nella ponzite. 2. La libreria di Luigi

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 di Francesco  De Luca (Franco)

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La sera scendendo dava spessore al mare. Piatto e uniforme, dall’alto della loggia era sembrato fino ad allora una piastra priva anche della sua fluidità. Ora andava increspandosi, e nell’ombra che avvolgeva l’isola, le onde bianche apparivano merletti in un panno fluttuante.

Spirava il levante e a Luca questo si evidenziò per lo sbatacchio che emettevano i vetri della porta.

Erano rumori di una memoria infantile, provenienti da quella porta, da sempre in lotta con gli agenti atmosferici.

Mamma Emilia se la prendeva con papà Cesare perché non rimediava all’usura che il tempo vittorioso aveva inferto alla solidità della porta. Essa strideva alle bordate del vento e i vetri tinnivano. Di notte Emilia chiudeva gli scuretti e attutiva il rumore, ma la porta non aderiva bene e lo sbattimento lo attestava.

Papà Cesare era ricorso all’opera di Luigi, il falegname, che si ingegnava a riparare. I mugugni della madre però li ricordava ancora Luca. La porta infatti continuava a non reggere le spinte del vento e traballava.

Nella stanza interna ritrovò la sua libreria. Anche quella era opera di Luigi. Il falegname per eccellenza.

Aveva una decina d’anni in più e per lui fu sempre un modello perché così glielo presentavano i genitori. “Che bravo ragazzo, Luigi, va già a lavorare!“. Era un modo sottile per fargli notare che lui andava a scuola mentre alla sua età altri ragazzi già si industriavano in bottega per portare soldi a casa. Luigi frequentava la falegnameria dei Tricoli. Infatti non lo incontrava mai nel vicolo dove si giocava a cow boy con Biagino, Aniello, Antonio. Mentre alle cerimonie religiose Luigi non mancava e, quando nell’attesa si improvvisavano squadrette di calcio sulla piazzetta della chiesa, Luigi si manifestava un centravanti prezioso.

La qualità caratteriale, che ha sempre mostrato evidente, era la costanza. Giorno dopo giorno, prima facendo i lavori più grossi, poi affrontando quelli con il metro e la squadra. Luigi divenne tanto sicuro del suo operare che si mise in proprio. Lasciò i Tricoli e aprì una bottega sua.

La caratterizzò per essere una fucina di idee sulle quali il legno, duttilmente, si plasmava sotto le sue mani.

La sua attività si distingueva in due settori: uno riguardava i lavori dai quali doveva trarre sostentamento e si dispiegava in porte, finestre, tavoli, mobiletti, scale a chiocciola; l’altro si gingillava in motivi di abbellimento per i presepi, per oggetti di cucina, per addobbi in chiesa, per risoluzioni ardite.

Dalla mattina alla sera in quel laboratorio ci si inebriava con l’odore del castagno, del mogano, del pino rosso.

Luca vi si rifugiava negli intervalli fra una lettura e l’altra. La convivialità di Luigi era fraterna e, a causa della futilità degli argomenti, ci si poteva imbattere in un motto scherzoso di Giuseppe, anche lui a ritrovarsi fra le chiacchiere e le battute di Vittorio, salace e pungente.

Si distraeva dagli studi e ritrovava la vita nella sua vivacità.

Stavano ancora lì i libri sull’esistenzialismo. Su un piano. Sull’altro a fianco quelli di epistemologia. Per discipline, divisi come li aveva lasciati, a formare un ordito razionale. Ordinato ma vuoto. Gli studi privi di un’ ossatura umana, sono vaniloqui. Lo studio è come un seme, se non trova umanità, rimane sterile esercizio.

Appariva evidente a Luca che la costanza di Luigi, lo spasso di Giuseppe e Vittorio erano stati compagni di viaggio più gradevoli che non l’epistemologia.

Eccolo là, il libro di Popper ancora si faceva distinguere per l’eleganza del nome. Fu questo il primo motivo che lo spinse, negli anni universitari, a sceglierlo come lettura integrativa, e in seguito, sul pensiero del filosofo austriaco, fondò la sua opposizione ad assoggettare l’animo alla fede.

Anche Popper un amico. Di quelli coi quali ritrovi subito un punto di contatto, anche dopo anni di lontananza e di silenzio. Perché c’è una saldatura emotiva che non si spezza.

Luigi vicino affettivamente, Popper razionalmente. Ora si ritrovavano accanto. Cosa era stato a permettere l’ incontro: il ritorno di Luca a Ponza, o il ripostiglio della memoria dove l’infanzia si affianca all’adolescenza e alla giovinezza? Cosa? L’atmosfera serena della casa? Fu lei ad assemblare il razionalismo critico con la risata debordante di Luigi?

E’ la vita a saldare le varie sfaccettature di cui l’esistenza si compone. Tutte distinte: per forma, colore, attrattiva; e tutte unite in una configurazione che è la tua vita.

“Ah… stai qua finalmente“. Entrò papà Cesare. Luca gli andò incontro e costatò che l’isola era ormai avvolta nella notte.

La porta si chiuse alle spalle del padre e la lasciò fuori. Tre anime ora si sarebbero mescolate. Tre vite che in quella notte volevano ritrovarsi in una.

 

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