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Informazioni di base sulle droghe d’abuso (16). Cannabinoidi (2)

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di Sandro Russo

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Il principio attivo della Cannabis, il Δ9-tetraidrocannabinolo (THC) è una molecola altamente lipofila, assorbita rapidamente dal tessuto adiposo e immagazzinata per lungo tempo; una singola dose può durare fino a 3-4 settimane, prima di poter essere eliminata del tutto.

I cannabinoidi esplicano effetti psicotropi; inoltre effetti antiemetici, analgesici e anticonvulsivanti, interagendo con due differenti recettori: CB1 centrali e CB2 periferici.

La scoperta di questi recettori come siti di legame delle sostanze cannabinoidi ha portato alla scoperta del cosiddetto “sistema cannabinoide”. Alla scoperta del recettore CB1 nel 1990, ha fatto seguito, nel 1992, l’identificazione del primo metabolita endogeno in grado di legarsi selettivamente a tale proteina: l’anandamide [dal sanscrito: ‘ananda’, beatitudine interiore]

Dal punto di vista della ricerca scientifica è accaduto per questo sistema qualcosa di analogo a quanto già descritto per le endorfine (scoperte intorno al 1975) con i siti del legame degli oppiodi (leggi qui).

La presenza dell’anandamide e altre sostanze analoghe, successivamente identificate, ha permesso di postulare l’esistenza di un ‘sistema cannabinoide endogeno, con funzioni protettive rispetto ai danni causati da varie situazioni patologiche, attraverso un’azione antiossidativa, ipotensiva, immunosoppressiva, antinfiammatoria e in particolare antidolorifica. Esistono quindi dei ‘cannabinoidi endogeni’ che fisiologicamente riconoscono come sito di legame i recettori cannabinoidi, gli stessi con cui interagiscono i ‘fitocannabinoidi’ ((il Δ9– THC della Cannabis).

La loro sintesi avviene solo quando la cellula viene stimolata, ovvero quando subisce danni più o meno gravi. Questo sembra suggerire che gli endocannabinoidi vengano prodotti dall’organismo con una finalità genericamente ‘protettiva’.

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Per tornare all’uso voluttuario di queste sostanze, i cannabinoidi vengono fumati o ingeriti e possono causare soprattutto forme di dipendenza psichica.

Il consumo di cannabis ha effetti psicoattivi; determina euforia, empatia, potenziamento della sensibilità visiva, tattile ed acustica; obbiettivamente è possibile rilevare iniezione congiuntivale, modesta tachicardia, incoordinazione motoria, eloquio impastato, abbassamento della pressione al passaggio dalla posizione distesa a quella eretta (ipotensione ortostatica) e disturbi della coordinazione motoria durante il cammino (atassia).

Raramente e per assunzione di quantità elevate, si manifestano alterazioni della memoria a breve termine, depersonalizzazione, allucinazioni visive ed una psicosi paranoide acuta. Le psicosi acute sono possibili in soggetti con disturbi della personalità preesistenti all’uso della droga, su cui quest’ultima determina la manifestazione clinica di una patologia fino a quel momento latente.

Il sospetto diagnostico di assunzione di cannabis può basarsi sul rilievo di uno stato mentale alterato, inusuale per il soggetto e sull’osservazione di una congestione-iperemia congiuntivale ricorrente (evidenziata nelle figure sopra-riportate). La determinazione dei livelli urinari di cannabinoidi (∆-9 tetra-idrocannabinolo) fornisce risultati positivi fino a 3 settimane circa dall’ultima assunzione; rilievo particolarmente importante ai fini dell’accertamento per l’idoneità alla guida.

L’abuso della sola cannabis, in genere non necessita di alcuna terapia specifica; in altri casi si può optare per la terapia sintomatica: semplice rassicurazione e/o sedativi per gli attacchi di panico e per l’agitazione. La tachicardia generalmente non è di entità tale da richiedere l’impiego di farmaci. L’ipotensione ortostatica, quando di entità severa, risponde alla infusione di liquidi. È necessario il supporto delle funzioni vitali in presenza di sintomatologia più grave, dovuta in genere ad assunzione combinata con altre sostanze.

 

Sandro Russo

[Informazioni di base sulle droghe d’abuso (16) – Continua; Cannabinoidi (2) – Fine]

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