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Postfazione ad “Adespota”, raccolta di poesie di Antonio De Luca e Andrea Simi (1)

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di Simone Perotti

“Un tempo fonte di disperazione,

ora di rammarico e in più d’affanno,

se puoi evita il mare (…)”

[Quinto Orazio Flacco: “Alla Nave”]

 

Dopo i primi sei libri dell’Eneide, la nostra cultura ha dimenticato il mare. I poeti latini prima, quelli in volgare poi, infine i maestri della lingua italiana, da Dante a Tasso, da Ariosto a D’Annunzio, da Carducci a Manzoni, e poi via via, inerpicandosi nella narrativa, fino a Gadda, Moravia, Calvino, Pasolini, Fenoglio, Bianciardi, hanno quasi sempre scelto di raccontare storie che col mare non avevano granché a che fare. Una letteratura di mare, che fosse poesia, narrativa, teatro… nella nostra tradizione culturale scritta, non c’è mai stata.

Il fatto, se ci pensate, è piuttosto rilevante.

L’Italia è una penisola. Circa 1.800 miglia nautiche di costa. Si affaccia sul suo mare una popolazione pari a un quarto del totale, che nei mesi estivi diventa la metà. L’Italia è stata una delle culle dell’umanità, dunque ha un lunga storia. Le sue popolazioni originarie navigavano, come e più di chiunque a questo mondo, fin dall’epoca preistorica. Ad esempio gli etruschi, che non temevano il confronto marinaro con i greci e i punici. Oltre al relitto etrusco di Cap d’Antibes (VI sec a.C.), reperti delle loro merci sono state trovate dovunque, dal Nord Africa all’Asia Minore. I greci chiamavano il Tirreno “mar dei pirati” proprio per la loro presenza. Non è per vezzo estetico, del resto, che gli etruschi inventarono il rostro, astuto e ruvido espediente per bloccare una nave senza doverla affondare.

La grande civiltà Romana non nacque marinara, ma imparò. Parliamo di circa duemila anni fa. Senza ascoltare troppi maestri, con coraggio e iniziativa, Roma seppe progettare, costruire, modernizzare, governare navi che divennero ben presto il terrore dei mari. Non c’era fenicio, cartaginese, greco, asiatico che non temesse la sua potenza. I suoi marinai avevano imbarcazioni enormi, importavano stagno dalla Gran Bretagna o grano dall’Egitto, staccavano dalle montagne lunigiane interi brani di pietra che trasportavano nel deserto siriano, a Palmyra, su navi dal dislocamento sorprendente per la tecnologia dell’epoca.

Finché la decadenza non ridusse il predominio di Roma e vide l’insorgenza di nuovi dominatori, il Mediterraneo (cioè il mondo) fu soggetto all’influenza italica.

Il predominio arabo durò poco. Le quattro repubbliche marinare di Venezia, Genova, Pisa e Amalfi si misero per mare con tale maestria da diventare delle autentiche potenze, in grado di contrastare il valore dei rapaci saraceni. Sulle rotte commerciali erano prive di rivali (se non l’una per l’altra). Per mare, a Lepanto, fu combattuta e vinta quella che andrebbe definita come la prima vera guerra mondiale della storia. La vinse una flotta italica, capeggiata da un veneziano, resa eccellente dai genovesi e solo compendiata numericamente dagli spagnoli (i quali per altro assoldavano assai spesso capitani italiani). Va notato che l’avversario era formidabile: l’impero Ottomano e le città stato della barberia.

Lo strapotere delle repubbliche durò circa trecento anni. Intanto il Bel Paese, diviso in corti e comuni, logge e dicasteri, dava i natali a signori come Giovanni Caboto (che gli inglesi giurano essere il connazionale John Cabot e che invece era di Gaeta) o il più noto Cristoforo Colombo (che gli spagnoli giurano essere spagnolo ma che invece era di Genova). Giuseppe Garibaldi (che tutti assicurano italiano ma che, pure lui, non è solo un nostro eroe, bensì un eroe dei due mondi), esule, faceva la Corsa, cioè navigava come il più inveterato dei corsari assaltando navi e depredandole per conto di monarchi o signorie europee con possedimenti nei Caraibi. E’ sorprendente come l’Italia abbia sempre manifestato una bizzarra munificenza verso gli altri paesi, regalando a chiunque, senza protestare mai, la patria potestà di uomini eccellenti, simbolo del nostro ingegno e motivo di quell’amor proprio che il nostro Paese non ha mai avuto. In mare, particolarmente, pare che ognuno dei nostri maggiori eroi sia passato di mano col crescere della sua fama. Anche in questo, l’anomalia del nostro rapporto col mare (e con la nostra cultura) si fa mistero.

Ma abbiamo citato solo alcuni dei più noti. Da Enea (troiano, fondatore di Roma, giunto in nave dopo lunga rotta. Se avesse fondato la Spagna oggi sarebbe certamente “spagnolo”), ad Alex Carozzo, da Durand de la Penne a Straulino, da Vespucci a Giovanni Soldini, il nostro Paese ha dato natali a marinai straordinari, scopritori, sportivi, avventurieri, progettisti, maestri d’ascia… e ha segnato con lettere chiare il proprio nome nella storia della marineria di tutti i tempi. Ma non basta.

Mentre la grande storia si compiva, l’uomo qualunque faticava sul nostro mare. Storia minore per altisonanza dei nomi, ma non inferiore per valore e umanità. Un’avventura lunga e quotidiana, che ha per protagonisti pescatori, piccoli commercianti, impresari, avventurieri senza nome. Gente come i Ponzesi, giusto per avvicinarci a uno degli autori di questa raccolta, capaci di navigare dall’arcipelago pontino fino alle isole de La Galite, di fronte al nemico islamico, per colonizzarle e striarle di terrazze coltivabili, oggi ancora visibili sul fianco meridionale dell’isola maggiore). Sto parlando di milioni di uomini, giovani e vecchi, a bordo di tartane, bragozzi, bilancelle, con armi mistici, al terzo, aurici, alla trina, svelte imbarcazioni da pesca ai pelagici o pesanti barche da lavoro. Sulle rotte della vita comune la vicenda dei nostri avi è proseguita fluida, povera, coraggiosa, tinta del rosso delle sue infinite tragedie e da istanti fugaci d’ebbrezza. Fino ad oggi, ai nostri giorni, quando pur se in piena decadenza, l’Italia partecipa con tre sfide diverse (ah, sempre l’Italia dei comuni!) alla penultima America’s Cup di Valencia, annovera alcuni degli armatori più grandi e influenti del mondo (da Onorato ad Aponte) ed è leader mondiale nella cantieristica navale.

Il mare è sempre stato la grande via delle comunicazioni. Anche oggi lo è (il 90% delle merci che consumiamo in tutto il mondo si sposta via mare), ma nell’antichità fu per molto tempo (svariati millenni, fino ai primi del ‘900) l’unica vera via per cui si viaggiava, si commerciava, ci si recava dalla propria famiglia, si andava in battaglia, si tornava a casa. Quante strade ci sono oggi nei romanzi contemporanei? Un numero incommensurabile. Perché? Perché la strada terrestre fa parte del nostro palcoscenico, è il sentiero che imbocchiamo ogni giorno decine di volte. Ci corrono le nostre auto, e al termine di esse c’è il negozio dove compriamo i nostri prodotti, o l’amata da cui ci rechiamo con piacere. Ebbene, un tempo, questa strada era d’acqua, e si chiamava mare.

Il mare, da sempre, fin dove arriva la nostra memoria storica, è stato lo sfondo e il protagonista della nostra vicenda umana, politica, psicologica, economica. In sintesi: della nostra vita.

E’ ora più chiaro, forse, il perché del rilievo della nostra domanda: come è mai possibile che, così stante la nostra storia, non abbiamo scritto di mare? Forse che la neve potrebbe essere assente dalla letteratura russa, di cui è ovvio e naturale sfondo, teatro, palcoscenico? Forse che sarebbe potuta esistere una letteratura argentina senza coltelli, barrios malavitosi e poetici, senza il tango o l’eco degli spazi della pampa? Potremmo immaginare scrittori del New England che non parlino di nasse, pontili, astici, merluzzi e balene? Oppure scrittori siriani, libici, egiziani, marocchini, tunisini che ignorino il deserto? Ebbene, noi siamo così: abbiamo scritto d’ogni cosa tranne che del nostro mare.

 

Simone Perotti

 

[Postfazione ad “Adespota”, raccolta di poesie di Antonio De Luca e Andrea Simi (1) – Continua]

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1 commento per Postfazione ad “Adespota”, raccolta di poesie di Antonio De Luca e Andrea Simi (1)

  • Silverio Lamonica

    In realtà uno scrittore italiano che ha trattato avventure di mare (sia pure di mari esotici) e marinai, dopo il grande Virgilio, lo abbiamo avuto: Emilio Salgari (1862 – 1911). Cito qualche titolo “Le novelle marinaresche di Mastro Catrame” (noto come: “Il Vascello Maledetto”) e poi “Il Corsaro Nero”, “I pirati della Malesia”, “Gli ultimi filibustieri”, “La perla sanguinosa” (relativo alla pesca delle perle nelle acque del Malabar), “Gli scorridori del mare”…
    [Dall’ Enciclopedia multimediale “Wikipedia”]

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