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Tutti al “Cinema Padula”

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di Silverio Lamonica

 

In un commento ad un articolo di Pasquale Scarpati, riportai un episodio della mia fanciullezza relativa  all’uccisione di un maiale che avevamo allevato proprio nel cortile di casa, in Via Padula.

Qualche settimana fa, l’amico Aniello de Luca (genero del compianto Temistocle) che ho incontrato per caso, mi ha riportato alla memoria un altro episodio “giovanile” che risale agli inizi degli anni ’50 e che mi vide co-protagonista assieme a mio fratello Francesco e ad altri compagni di giochi.

Il fatto scaturì da un regalo che mio fratello Tommaso volle fare a me e Francesco: un proiettore ad immagini fisse, in alluminio, consistente in un involucro a forma di parallelepipedo, di modeste dimensioni, con all’interno una lampadina collegata ad un filo elettrico, al di sotto di un obiettivo. La lampada illuminava l’immagine capovolta, già predisposta e disegnata su un cartoncino che, inserita nella parete opposta rispetto all’obiettivo, veniva di conseguenza proiettata diritta all’esterno su un panno  bianco. Le immagini venivano immesse ad una ad una nel proiettore, da una fessura predisposta nella parte superiore e, terminata la visione, venivano estratte da un’altra fessura, opposta alla prima, nella parte inferiore dell’involucro.

Delle immagini cercate sul web questa è quella che più si avvicina al nostro proiettore, di cui ovviamente non esiste prova fotografica

Mio padre, nato nell’ultimo decennio dell’Ottocento, lo paragonò alla mitica “lanterna magica” (la prima descrizione è attribuita al gesuita Athanasius Kircher nel suo libro “Ars Magna Lucis et Umbrae” del 1646). Un  paragone quanto mai azzeccato, perché polarizzò l’attenzione di noi ragazzini, che avevamo a disposizione solo “I programmi per i ragazzi” trasmessi dalla radio nazionale di allora (la televisione ancora non esisteva) in cui si cementavano artisti del calibro di Silvio Gigli, Sergio Tofano, Antonella Steni, Elio Pandolfi e altri; oltre, naturalmente, i fumetti per ragazzi e, naturalmente, qualche raro cortometraggio per bambini proiettato, di domenica, al “Cinema Primo” di Michele Regine, in appendice ai film in programma. Vedere il “cinema in casa” sia pure con immagini fisse, era veramente un privilegio.

Volemmo condividere questa bellissima esperienza con i compagni, invitandoli a casa alla spicciolata: prima Aniello Coppa (il futuro fisarmonicista) poi Gino Maceli (in seguito emigrato, credo in America), Michele Rispoli, Tonino Esposito e, a seguire Silverio Piscopo (purtroppo deceduto in un incidente stradale anni dopo, in giovanissima età), Raffaele Abbenante, Silverio e Ciro Parisi, Remo Centineo e tanti altri, tra cui lo stesso Aniello de Luca e alcune bambine: oltre alle nostre nipotine Amalia, Anna e Angelina che attualmente vivono in Corsica, c’erano anche Maria Grazia Conte, Tilla Silvestri ed altre. Tutti furono entusiasti, tanto che la casa di Via Padula fu presto invasa da  frotte di ragazzini.

Però, finito il “repertorio” delle immagini fisse, acquistate assieme al proiettore e  tratte dai “cartoni animati” di Topolino e Paperino, dalle gag di Stanlio e Ollio ed altri personaggi cari ai ragazzini di allora, si pensò di “adattare” le immagini dei fumetti  in voga: Tex Willer, L’Intrepido, Il Monello, oltre a Topolino e Paperino. Ma come far “entrare” nel proiettore quelle pagine su cui erano riprodotte le storie care a noi bambini?

Tra i “giocattoli” che avevamo a disposizione mio fratello ed io, c’era un rotolo di carta per calcolatrici, usato. Avevo prelevato quell’oggetto dal cestino dell’ufficio della Società Elettrica, dove lavorava mio padre come segretario – contabile ed unico impiegato (allora l’ufficio della Società si trovava alla Salita Dragonara ed era gestita ancora da Franco Feola, all’insegna della massima economicità; la guerra era finita da poco). Immediatamente mi balenò l’idea di tagliuzzare le illustrazioni dei fumetti ed incollarle su quel rotolo, in modo da formare una “pellicola”, sia pure rudimentale. Ma quel primo tentativo andò a vuoto, perché le immagini erano incollate in modo tale che nella macchina venivano inserite dritte e risultavano, di conseguenza, capovolte sullo schermo (a meno che non si voleva vedere “il film” dall’ultima sequenza alla prima, con le immagini proiettate nel verso giusto, inserendo il rotolo dal basso). Occorre però precisare che era molto più agevole srotolare il “film” nel proiettore dall’alto verso il basso e non viceversa. Bisognava rifare tutto da capo. Inoltre ci accorgemmo che per avere la storia per intero, occorrevano ben due copie dello stesso giornalino, poiché era indispensabile incollare sul nastro di carta – in progressione – le illustrazioni di entrambe le facciate del medesimo foglio. Fortunatamente, almeno per noi “cineoperatori”, mio padre stava ultimando il conteggio delle bollette destinate poi alla riscossione e così ottenemmo il secondo rotolo su cui, questa volta, non sbagliammo ad incollare le illustrazioni da proiettare.

Fu un vero successo, anche perché all’imboccatura di Via Amalfitano affiggevamo le locandine dei “film” in programma al “Cinema Padula”, su cui era specificato pure il prezzo del “biglietto”: Lire 10 (corrispondenti all’incirca a € 0,50 di oggi, in base al potere d’acquisto) e, se non ricordo male, lire 5 per le bambine; così venivano coperte le spese per comprare la colla presso la cartoleria di Totonno Farese e i giornalini che acquistavamo presso l’edicola di Enza Rispoli (zia del Geom. Michele).

I “film” piacevano un sacco, anche se le sequenze apparivano sullo schermo a tratti colorate e a tratti in bianco e nero, così come venivano stampate sulle varie pagine dei giornaletti.  Inoltre mio fratello Francesco ed io ci alternavamo nella lettura a voce alta delle didascalie fumettistiche, per facilitarne la comprensione; in sostanza curavamo “la colonna sonora”.

Inoltre, finita la proiezione, Giuseppe Valiante spesso si esibiva, improvvisando degli sketch molto divertenti.

Però, a lungo andare, la cosa non piacque ai miei genitori e così l’iniziativa ebbe termine, con nostro grande rammarico.

Ma il Maestro Gennaro Valiante, un vero genio, basandosi sulle descrizioni del figlio Giuseppe, che lo aveva osservato con attenzione, costruì per lui un proiettore del tutto simile a quello che avevamo mio fratello ed io, usando la latta ricavata da un grosso barattolo di alluminio (a me sembrò ancora più perfetto dell’originale!). Così anche Giuseppe ebbe la fortuna di avere il “cinema a casa”.

 

Silverio Lamonica

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