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Il cappello del nonno

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di Irma Zecca

 

Frank dopo tanti anni è turnat’ d’a’merica, come dicono i ponzesi. Fuori dell’uscio di casa sua leviga cu’ ’na chianozza (pialla) una vecchia porta ed è soddisfatto. Quante volte ha sognato quel momento…

Era partito quarant’anni prima in cerca di un lavoro più redditizio; voleva offrire alla moglie e al figlio un futuro migliore.  Tramite un amico, anche lui emigrante, aveva trovato lavoro in una ‘fattoria’…

Da piccola, non capivo come mai in tanti partivano da Ponza e andavano in America – a Neviork – a lavorare nelle ‘fattorie’! …Immaginavo che accudissero le pecore e gli altri animali… Bah! Chissà che ci facevano tutte quelle ‘fattorie’ dentro una città moderna come New York? Solo dopo ho capito che i ponzesi avevano inventato una nuova lingua chiamata u’ brucculìn’ (da Brooklyn), dove ‘a fattoria è la fabbrica (factory), la neve, senova (snow);  il furgone, troc (truck); fa’ complend, è lamentarsi di una situazione (da complaint);  ‘chiamami al telefono’ è famm’ ’na ringhiata (da ring), e così via…

Ritornando a Frank, aveva trovato lavoro in una fabbrica di mobili, però era solo l’addetto alla pulizia e alla lubrificazione delle grandi seghe a nastro… Certo, non era proprio il lavoro che gli piaceva fare… – Che cambiamento… – pensava a volte guardando tutto quel legno – da falegname con una sua bottega, a garzone! …Chissà quando potrò lavorare nuovamente il legno e creare quei bei mobili e quelle belle madonne che facevo ‘a traforo’!

Ma c’era poco da filosofare… Quando la settimana finiva e lo stipendio arrivava, il primo obbiettivo era stato raggiunto. Un giorno, mentre il suo capo parlava con il proprietario della fabbrica, Frank intuì che stavano facendo un calcolo su quanto legno dovevano acquistare per la realizzazione di cinquanta armadi di una certa dimensione. Senza parlare, si avvicinò alle pila di palanche dove erano appoggiati i due, tirò fuori dalla tasca la sua matita da falegname e scrisse là per là, proprio sul legno che aveva davanti, il calcolo matematico con il risultato dei metri quadri necessari. I due si guardarono in faccia, poi il capo prese il manico della scopa che Frank aveva appoggiato da una parte e la lanciò lontano. Da quel giorno tutto cambiò! Frank era tornato a lavorare nuovamente il legno e ripensava al tempo sprecato col lavoro precedente: – Eeh, mannaggia …quand’ ’a lengua nun t’aiuta!

Però ora aveva anche i soldi – cioè i dollars – per la scuola serale. Imparò tutto e subito perchè non voleva mai più rimanere senza parole. Passa il tempo… Il figlio frequenta regolarmente la scuola, entra nel mondo del lavoro, si sposa e nasce una bimba…

Ora questo nonno ha tutto, ma c’è sempre un sogno nella sua mente, nei suoi occhi, ad ogni respiro: Ponza!

Adesso Frank è felice. È tornato al suo scoglio e tutti si fermano a parlare; ritrova i vecchi amici (quelli che sono rimasti), per tutti ha un sorriso…

Poi una notte, con un respiro più profondo degli altri se ne va; senza una parola, senza dar fastidio a nessuno, in punta dei piedi, così come era vissuto.

***

Tic…Tac…Tic…Tac… Non si direbbe, ma un minuto dopo l’altro il tempo passa inesorabile e la nipote di Frank, che all’epoca della morte del nonno era una bambina, oggi ha più di vent’anni e da New York torna a Ponza, per la prima volta, da sola… Una cascata di capelli biondi, bella, simpatica ed una spumeggiante voglia di vivere.

La invito a pranzo sotto la mia quercia, è maggio, c’è un sole bellissimo… Chiacchieriamo, ricordiamo e mangiamo la parmigiana di melanzane che avevo preparato di buon mattino friggendo con la vecchia cucina in giardino… Che bello spiego a Milly… cucinare in giardino è divertentissimo: mentre friggo c’è Pulosone, il gattino nero, che mi si struscia alle caviglie e oltre la padella spumeggiante non c’è un muro di piastrelle ma Buk, il cane da caccia di famiglia, che con occhi imploranti, ma educatamente, aspetta un boccone.

…Uauuuh! – grida Milly – ..ma chist’ è n’atu munn’!

Mentre prendiamo il caffè, Milly estrae dalla sua tracolla un computer ultra-piatto e fa vedere a me e Alfredo tutta una raccolta di fotografie di famiglia con vari appunti e date – è sempre così: passata la fanciullezza, ogni persona cerca di ricostruire la propria storia – e rivolta ad Alfredo: – Alfré’, comm’ faccie a truva’ dov’ sta ’nterrat’ u’ nonn’ mio? – È così carina quando parla questo ponzese acquisito dai nonni.

Alfredo le spiega che deve andare a parlare con il custode del cimitero e con la data di morte del nonno, potrà risalire a quale cappella è sepolto.

Per il  giorno dopo, confermiamo il solito appuntamento sotto la quercia.

Alfredo: – Allora, hai fatto delle foto al cimitero? Hai preso altri appunti?

Milly: – Mmm… Nun me parla’ ’i chillu scustumàt’ d’u’ cimitèr’ – e ancora, con una smorfia sulle labbra: – Nun m’ha rispuòst’ proprio!

Alfredo meravigliato: Scusa, ma tu come gli hai detto?

E lei: – Scusate, stong’ cercann’ u’ cappiéll’ d’u’ nonn’ mie!

Il custode: – Signuri’, ma quand’ l’avìte pers’? [Milly intendeva il nonno, mentre il custode si riferiva al cappello].

Milly: – Mmm… Vint’anne fà.

Il custode: – Signuri’ e dopp vint’anne, mò ve ven’ a ‘mment?

Milly, con stizza: – Ma io teng’ a truva’ u’ cappiéll d’u’ nonn’ … So’ venut’ apposta!

Il custode: – Signuri’, lassàtem’ a pperd, ca teng’ tanti ccose ’a fa’ …Nun me facite perde tiempe!

Avevo appena fatto un sorso di Coca-cola che è uscito dalla mia bocca in forma spray… Alfredo e io siamo scoppiati in una fragorosa risata.

Milly si è portata le mani alla bocca, e ha detto candidamente: – Oh oh! …Fors’ aggie ditte caccosa ca nu’ vva?

 

Milly, non dimenticherò mai questa storia, bellissima e simpatica come te.

Quando ti abbiamo spiegato l’equivoco, ti sei illuminata e anche hai detto, proprio come tuo nonno: – Eeh mannaggia! …Quand’ ’a lengua nun t’aiuta..!

 

Irma Zecca

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3 commenti per Il cappello del nonno

  • Mario Balzano

    La storiella di Irma va subito completata con un’altra storiella capitata alla famiglia Balzano in Stanford Connecticut – USA.
    Storia vera non barzelletta – potete credermi!
    La mia famiglia aveva una coppia di amici ebrei americani.
    In verità lui era un ispettore dell’ufficio d’igiene per esercizi commerciali (anche ristoranti), poi divenuto amico dei miei con i quali si intratteneva in lunghe conversazioni fatte di quel linguaggio amicale di lessici stravolti, gesti e onomatopee che si viene a stabilire tra persone di lingua diversa che simpatizzano.
    In quelle occasioni il nostro amico mostrava con orgoglio di conoscere alcune parole italiane (?); una di queste, imparata in frequentazioni precedenti, era u’ beccaus (back house), termine di rispetto in uso tra gli italo-americani di prima generazione per indicare il gabinetto, che in molte abitazioni popolari era separato dalla casa e molto spesso situato dietro di essa.
    Il nostro amico racconta allora ai miei che una volta in vacanza a Roma con la moglie, sfoggia nel primo ristorante dove ha necessità corporali, il suo compìto italiano: – Pe’ piaciieere dice a me dove stare u’ back-house? – e la sua sorpresa/costernazione per il fatto che il cameriere non lo capiva..!

  • silverio gabresu

    Rido, e ancora rido, e chissà x quanto tempo riderò ancora, al ricordo di questa storia. Nemmeno Totò e Peppino avrebbero fatto di meglio! Complimenti a Irma e alla inconsapevole protagonista che probabilmente non si rende conto dell’ilarità che suscita la sua storia, e non ci crederai, ancora rido mentre scrivo, eh eh eh eh eh eh eh…!!!!

  • Sandro Vitiello

    I ponzesi e il loro americano “broccolino” hanno fatto letteratura.
    Fruttero e Lucentini nel loro fortunato romanzo “La donna della domenica” facevano ripetere ad una delle protagoniste, quasi fosse una litania, le parole “Boston o Bostòn?”.
    Dopo un po’ qualcuno le chiede cosa significano queste parole e lei risponde: “I ponzesi d’America non si sono ancora messi d’accordo se chiamare la città americana Boston o Bostòn”.
    Mario Balzano ricorderà le tante chiacchiere fatte con sua madre quando ci raccontava le sue avventure in America e gli equivoci di “certe parole”…

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