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“Il confino fascista – L’arma silenziosa del regime”. Un saggio

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di Silverio Lamonica

 

Camilla Poesio, dottore di ricerca in Storia sociale europea dal medioevo all’età contemporanea all’Università di Venezia e alla Freie Universitat di Berlino, ha pubblicato, di recente, il saggio “Il confino fascista – L’arma silenziosa del regime” – Editori Laterza (2011).

La studiosa fa un’analisi accurata del provvedimento restrittivo in vigore nel famigerato ventennio e lo collega, dal punto di vista giuridico, al domicilio coatto risalente all’ottocento. Nel volume di 200 pagine (note e indici inclusi) l’autrice si sofferma sulle condizioni di vita dei politici antifascisti al confino, spesso accomunati ai coatti per reati comuni. Del resto, anche dal libro “Un’Isola” di Giorgio Amendola (citato nella bibliografia), da cui il regista Carlo Lizzani ricavò uno sceneggiato televisivo, emergono, a chiare lettere, le difficoltà e le sofferenze degli antifascisti al confino.

L’uso del confino segnò un passaggio importante nell’instaurazione della dittatura fascista e nella progressiva distruzione dello Stato di diritto: con il suo utilizzo vennero meno i diritti degli oppositori politici e fu degradata la loro dignità personale e quella dei loro familiari.

Ampio spazio la Poesio dedica alla nostra isola, mettendo in evidenza i motivi che indussero Mussolini a designarla quale sede di confino. La ricercatrice, infine, descrive l’impatto che la presenza dei confinati politici ebbe sulle popolazioni locali: diffidenza, solidarietà, vantaggi economici come nel caso di alcuni negozianti, citati nell’opera, che rifornivano le mense dei confinati, amicizie che in alcuni casi sfociarono in saldi legami affettivi come nel caso di Maria Migliaccio che sposò l’operaio Mario Monti, Maria Civita Migliaccio che si unì in matrimonio con Luigi Vittorio (padre di Emanuele e Adele) e altri.

Ho un ricordo fugace di Mario Monti, un uomo dalla corporatura robusta e dal temperamento schietto (a lui e Carlo Fabbri fu intitolata, negli anni ’70, la sezione del P.C.I. di Ponza). Durante un’estate dei primi anni ’50, avevo una decina d’anni, presi un’insolazione fastidiosissima (il fenomeno non era infrequente tra i ragazzini di allora). Mia madre mi portò trafelata da Maria Galano che mi praticò la terapia contro “il sole in capo”. Ero seduto su una seggiola sull’uscio di casa, in Via Galano, e Maria  reggeva sul mio capo un bicchiere d’acqua rovesciato su un fazzoletto. Mentre il liquido gorgogliava nel bicchiere, passò di là quest’uomo tarchiato che abitava nella casa accanto e nel vedere quella scena, esclamò: “Ma che fate a questo povero ragazzino! Non vedete com’è pallido? Dategli piuttosto una bella bistecca!” Nonostante lo scetticismo dell’ex confinato milanese, ricordo che provai un certo sollievo, dal “trattamento del bicchiere”.

Indubbiamente il ricordo del confino, che limitò anche la libertà di movimento dei residenti, come si afferma anche nell’opera citata, è ancora molto vivo tra i ponzesi.

 

Silverio Lamonica

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