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Chiesa della SS. Trinità (1)

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Il pronao della chiesa antica

di Gino Usai

Il 7 agosto del 1775 vennero gettate le fondazioni della Chiesa Regia della SS. Trinità di Ponza, che venne consacrata nel 1775. La chiesa rispondeva alle esigenze di un esiguo numero di coloni che a quel tempo, con grande fatica, abitavano l’isola.

Ma ben presto, con l’accrescere del  numero dei coloni e con l’arrivo di centinaia e centinaia di relegati e di militari, ingrandire la chiesa divenne una necessità impellente.

Il 24 Luglio 1850 don Antonio Vitiello, Curato dell’Isola, rivolse al re Ferdinando Secondo un’accorata lettera in cui si legge:

(…) Ora che la popolazione supera più centinaia al di là di duemila, e vi sono mille, e trecento rilegati, oltre delle famiglie di alcuni di essi, e forestieri, militari, e famiglie di essi, e tutto giorno vanno a pervenirvi degli altri relegati; essa Parrocchiale Chiesa è divenuta del tutto insufficiente a potervi esercitare il divin culto, maggiormente nelle principali funzioni religiose ed una buona parte della popolazione perciò ne dev’esser priva (Arch. Parrocchiale).

Il 21 giugno del 1940, il parroco Dies, a guerra appena iniziata, riuscì finalmente a dare corpo al suo sogno: avviare i lavori per ingrandire la Chiesa madre della SS. Trinità. Un sogno che molti prima di lui avevano accarezzato senza riuscirlo a realizzare. Per l’occasione il parroco pubblicò e diffuse tra la popolazione il seguente documento:

“In Nome di Dio – Amen –

Ponzesi,

(…) Fra qualche giorno sgombreremo la nostra chiesa, porteremo altrove il nostro S. Silverio e incominceremo i lavori d’ampliamento della Parrocchiale. Io sono certo che l’aiuto di Dio non ci mancherà.

Sono convinto che S. Silverio benedirà ai nostri progetti, dettati dal nostro amore verso di Lui. Fui sempre convinto e lo sono tuttavia che voi mi aiuterete negli sforzi che farò per il vostro bene, per il bene dei vostri figli, della nostra amata isola e comincerò, come vedete, con un profondo atto di fede.”

Così, in quel fatidico 1940 iniziarono i lavori.

Scrive Dies:

“Mi si presentò allora da risolvere un difficile problema: quello di sviluppare un cerchio. Pensai di far diventare la rotonda il centro di una croce latina coll’innestarvi il braccio più lungo antistante, come navata principale. (…) Incontrai provvidenzialmente, tra i primi amatori di Ponza, l’architetto prof. Carlo Pieri di Roma, che stese il progetto; il soprintendente ai Monumenti del Lazio, prof. Terenzio, l’approvò e il mio caro maestro, Mons. Don Salvatore Leccese di Gaeta, Presidente della Commissione Diocesana per l’Arte Sacra, incoraggiò la mia iniziativa. Così in quello stesso anno (1940), con speciale benedizione del Sommo Pontefice Pio XII e del mio amato Arcivescovo Mons. Dionigio Casaroli, senza fondi e col solo sostegno della fede di tutti i buoni  Ponzesi, ci accingemmo all’audace impresa. Sterrate le fondazioni, scendemmo a sette metri prima di trovare la breccia trachitica in discesa, su cui poggiare le fondamenta. Cinquantamila blocchi di tufo furono impiegati per il nuovo vano di metri 11 x 7, che richiama, in tutti i particolari, la linea curva predominante nell’antico edificio. Fu tagliato un arco, in breccia, e costruito nel taglio l’arco con 12.000 mattoni.

(…) si sacrificò anche il pronao, senza però alterare le linee della facciata. Spostammo innanzi la scala, che non potemmo riprodurre per intero, a causa dei vuoti delle grotte sottostanti alla chiesa. Il ripiego di includere cinque dei tredici scalini nell’interno del tempio non dispiacque al Prof. Fedele e la cantoria ampia, anche essa rotondeggiante, costruita sulla porta d’ingresso, ha utilizzato così anche quello spazio risultato disponibile dalla soppressione della scala.”

I blocchi di tufo vennero ricavati nella Cava del Bagno Vecchio di Sam Scotti.

Con una teleferica a cavo d’acciaio i blocchi di tufo venivano caricati sui bastimenti e scaricati al porto, in prossimità della caserma dei carabinieri.

Racconta Dies:“Il popolo, al suono della campanella, sull’imbrunire, seguiva in massa il parroco che lo precedeva con l’esempio nel trasporto a spalla del materiale accumulato sulle banchine”. Anche le donne e i bambini vi partecipavano, trasportando i blocchi sul sagrato della chiesa, cantando in coro: “Chi nun vo’ vede’ miseria/ porta ‘i prete a S. Silverio”. Venivano pagati dalla ditta Perrotta, appaltatrice della costruzione, con un soldo a blocco.

Gino Usai

(Chiesa della SS. Trinità. (1) – Continua)

 

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