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I proverbi di Ponza (2)

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I proverbi di Ponza

dal libro di Ernesto Prudente

“A Pànje”

 

 

A COPPE U CUÒJE ESCE A CURRÉJE

(dal cuoio si ricava la cinghia)

Veniva usata per significare che quando si offre qualcosa non c’è mai rimessa. Ci sarà sempre un modo per il recupero.

 

ACQUA FINE SPÈRCE A CAMMISE, ACQUA ROSSE SPÈRCE LL’OSSE

(acqua leggera penetra nella camicia, acqua pesante penetra nelle ossa)

Comunque vadano le cose non bisogna farsi piovere addosso. Subire, in qualunque modo, lascia sempre il segno.

 

ACQUA FINE SPÈRCE I RINE

(acqua leggera penetra nelle spalle)

Spesso non teniamo conto della pioggerellina che, penetrando sornio­na, ci arreca danno. Bisogna essere attenti anche alle piccole cose che possono determinare situazioni irreparabili.

 

A CRIÀNZE È I CHI FA É NO I CHI A RECÉVE

(la creanza è di chi la fa e non di chi la riceve)

Bisogna essere educati, cortesi e gentili non tanto per gli altri quanto per se stessi.

 

ACQUASANTE É NCIÉNZE

(acquasanta e incenso)

Era l’espressione dei vecchi quando succedeva qualcosa di anormale. L’acquasanta e lo incenso servivano ad allontanare il malocchio.

 

A CROCE: QUAGLE A VOCE

(la croce: quaglie a voce)

E’ per i cacciatori. Il 3 maggio, giorno della Croce, è il periodo mi­gliore per il passaggio delle quaglie.

 

A CUNFEDÉNZE È A PATRONE D’A MALE CRIANZE

(la confidenza è la padrona della maleducazione)

Non bisogna mai concedere troppa confidenza a chi non conosce i limiti e le regole del vivere civile. La molta confidenza è spesso permissione alle scortesie.

 

À CURRUTE TIÉMPE

(ha corso tempo)

Espressione usata sia quando uno è stato malato e la guarigione è lunga e sia quando le avversità li ogni genere mettono qualcuno in uno sta- to di confusione tumultuosa.

 

ADDÒ ARRIVE MITTE U SPRUÒCCHELE

(dove arrivi metti il piolo)

Rivolto a chi, per vari motivi, presentava difficoltà nel lavoro

 

ADDÒ È FATTE STATE FAJE PURE VIÉRNE

(dove hai passato l’estate passa pure l’inverno)

Dove e come hai trascorso il periodo buono passa anche quello triste. Hai scialato da solo quand’eri nell’abbondanza e ora che se in ristrettezze non invocare l’aiuto degli altri.

 

ADDÒ NUN CE STA UADÀGNE CE STA SICURE REFÒSE

(dove non c’è guadagno c’è sicuramente rimessa)

Quando il lavoro è gratis c’è indubbiamente da rimettere.

 

ADDÒ NUN CE STANNE CAMPANE NUN CE STANNE PUT­TANE

(dove non ci sono campane non ci sono puttane)

La chiesa viene costruita in un luogo abitato soprattutto da donne e dove sono le donne non possono mancare le puttane. Il “puttanizio” è un’attività femminile.

 

ADDÒ SE FATICHE FUJE É ADDÒ SE MANGE ASSÉTTETE

(dove si lavora fuggi e dove si mangia siediti)

Era il consiglio che veniva dato ai fannulloni e agli oziosi

 

ADDÒ TÈNE LL’UÒCCHJE TÈNE I MMÀNE

(dove ha gli occhi ha le mani)

Ciò che vede prende. Per i bambini che toccano tutto. Per i grandi che sono affetti da cleptomania.

 

ADDÒ TRASE U SOLE NU TRASE U MIÉDECHE

(dove entra il sole non entra il medico)

Il sole è il migliore medicinale. L’esposizione a mezzogiorno è la qua­lità principale per una sana abitazione.

 

ADDÒ VEDE È ADDÒ CECHE

(dove vede e dove non vede)

E’ molto usato quando ci si trova di fronte a partigianerie e settarismi.

 

A DISGRAZJE D’U MBRÈLLE È QUANNE CHIÒVE FINE-FINE

(la disgrazia dell’ombrello è quando la pioggia è sottile) L’espressione è usata in senso figurato per indicare una serie di picco­li contrattempi o guai che recano danni e svantaggi anche rilevanti senza farsene accorgere.

 

A DITTE MAMME C’U PRUÒVE

(ha detto mamma di provare)

Si usa dirlo a chi per la prima volta si trova, contro la sua volontà, di fronte a un impegno serio.

 

A FACCE D’A PIZZE

(alla faccia della pizza)

E’ una espressione che si usa per le cose che destano meraviglia

 

A FAMME È NA BRUTTA BÈSTJE

(la fame è una brutta bestia)

La persona affamata è un essere irragionevole, può commettere qual­siasi azione.

 

A FAMME FA SCI U LUPE D’U VÒSCHE

(la fame fa uscire il lupo dal bosco)

La persona affamata può perdere il proprio controllo ed essere capa­ce di commettere qualsiasi azione. Spesso viene giustificata.

 

A FATICHE D’U JUÒRNE I FESTE S’À PIGLE A TEMPESTE

(il lavoro del giorno festivo se lo porta la tempesta)

E Iddio ordinò il riposo. Non sarà il lavoro fatto nel giorno festivo a farci diventare ricchi. Se poi è fatto contro le regole della natura su di esso cadrà la maledizione di Dio

 

A FATICHE D’U FRACETE COSTE CARE: STATE ‘E VIÈRNE

(il lavoro del fannullone costa caro sia d’estate che d’inverno)

Il fannullone è un ozioso per cui il suo rendimento nel lavoro è sem­pre scarso. Il risultato del suo lavoro non potrà mai essere paragona­to alla spesa sostenuta

 

A FATICHE D’U SFATICATE COSTE A CARE PRÈZZE

(il lavoro dello sfaticato costa a caro prezzo)

E’ sempre così. Il lavoro dello scansafatica viene sempre a costare mol­to di più di quello di un lavoratore onesto

 

À FATTE A FINE D’I GUARDJE RÈGJE

(ha fatto la fine delle guuardie regie)

Dalle stelle alle stelle. Il corpo delle guardie regie, costituito dopo la prima guerra mondiale, venne immediatamente sciolto dal fascismo. I suoi componenti ebbero, così, pochi giorni di gloria

 

À FATTE A FINE D’U CAVALLE I CARRÒZZE: A BBÒNE GIUVENTU É A MALE VICCHIAJE

(ha fatto la fine del cavallo di carrozza: la buona gioventù e la cattiva vecchiaia)

La persona che da giovane ha scialacquato tutto il suo patrimonio e da vecchio conduce una vita stentata viene paragonato a un cavallo da posteggio che, quando era utile al padrone, aveva buoni pasti ma una volta invecchiato, quindi inutile, veniva abbandonato a una mi sera vita

 

À FATTE A PALLE CORTE

(ha fatto la palla corta)

Si usa dirlo per chi non è arrivato alla meta pur agendo con tanta fre­nesia è intento così come il giocatore di bocce che non riesce a rag­giungere il pallino pur avendone avuto il proposito

 

À FATTE CARNE I PUÒRCHE

(ha fatto carne di maiale)

Ha dissipato in un baleno tutte le sue ricchezze come chi ammazza un maiale e lo distrugge in pochissimi giorni

 

À FATTE CÒMM’A CHILLE CHE PE FA DISPIÉTTE A MU­GLIÈRE SE TAGLIAJE U CAZZE

(ha fatto come quello che per fare un dispetto alla moglie si tagliò il pene)

Espressione usata verso colui che per fare una contrarietà agli altri reca enormi danni a se stesso

 

À FATTE I CUNTE SÈNZE U TAVERNARE

(ha fatto i conti senza l’oste)

E’ un modo di dire per avvertire qualcuno che su di lui incombe un castigo o una vendetta per il suo arbitrario comportamento

 

À FATTE SIZJA-SIZJE

(ha fatto i capricci)

Usato per indicare i capricci di un bimbo o le lamentele di un vecchio

 

À FATTE U PIRETE CCHIÙ GRUÒSSE D’U CULE

(ha fatto una scoreggia più grande del culo)

Per chi fa qualcosa più grande delle sue possibilità. E’ un modo an­che per ricordare che bisogna fare il passo per come è lunga la gamba

 

A FÉMMENE È COMM’A CAMPANE SI NUN A TUCULIJE NU SÒNE

(la donna è come la campana: se non la tocchi non suona)

Per arrivare all’intento con una donna bisogna essere audace. E’ ne­cessario bussare

 

A FÉMMENE NUN SE COCCHE C’U CIUCCE PECCHE LE STRACCE I LENZÒLE

(la donna non va a letto con l’asino perché la strappa le lenzuola) E’ un modo di dire per mettere in risalto la fame sessuale della donna

 

A FÉMMENE PRENE ‘O C’ALLATTE NUN SE T’OCCHE É NUN SE VATTE

(la donna incinta o che allatta non si tocca e non si bastona) Massimo rispetto per la maternità. Son tutte belle le mamme del mondo

 

A FÉMMENE QUANNE VO TE FA FILA NFACCE U FUSE

(quando la donna vuole tifa filare con la rocca soltanto)

La donna possiede immense capacità e quando vuole rende l’uomo incapace di agire

 

A FÉMMENE SPUSATE È MEZA PRÈNE

(la donna sposata è sempre incinta per metà)

Dorme ogni notte con un uomo e le probabilità sono tante

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