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I guardiani del tempo e la cortesia del pane

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di Enzo Di Fazio

 

Caro Sandro e Redazione tutta.
Riprendo, dopo una parentesi di impegni familiari, la mia collaborazione con ponzaracconta.

Devo l’ispirazione di questo pezzo, per la verità, ai tuoi bellissimi racconti sui “Vecchi”. Ricordo bene i tuoi nonni ed in particolare “Zi Ciccille” quando suonava i piatti nella banda isolana. A fianco c’è stato spesso anche mio padre con il suo “bombardino”.

Enzo

 

 

Da ragazzini stavamo spesso con i vecchi.

Le occasioni erano tante per ascoltare le cose che dicevano e soprattutto imparare dalle cose che facevano. C’erano le vendemmie, l’epoca di preparare le bottiglie di pomodoro, i tempi della mietitura con i lavori sulle aie.

Le famiglie di una volta erano numerose; quella di mia madre, per esempio, era costituita, oltre che dai nonni, da due fratelli e sette sorelle con una differenza media di età tra l’una e l’altra di poco più di due anni.

Per tanto tempo, quindi, la casa degli Scotti, dov’erano cresciute, era stato un viavai di ragazzini di tutte le età.

Con il nonno che lavorava al faro oppure nei campi, quando non era impegnato nel servizio di guardia, la nonna non avrebbe certamente potuto  seguire, educare  e vigilare su tanti figli se non avesse avuto l’aiuto di sorelle, cognate e vicine di casa.

Persone adulte diverse dai classici genitori rappresentavano, perciò, un supporto essenziale a mandare avanti la giornata e, tra quelle, i vecchi erano una presenza gradita sia  per il tempo che avevano a disposizione, sia per l’esperienza e la saggezza di cui erano portatori.

Con la generazione dei nostri padri le cose sono cambiate.

E’ subentrata una maggiore responsabilità nel mettere a mondo i figli, l’esigenza di programmare meglio il futuro; infine, anche una maggiore emancipazione della donna, relegata fino a qualche tempo prima essenzialmente al ruolo di madre e moglie.

Sono venute fuori così famiglie più contenute.

Le persone anziane, però, hanno continuato ad essere una presenza costante nella vita di tutti i giorni grazie ai nostri genitori che hanno, con il loro comportamento, creato un  naturale collante con la generazione precedente.

E noi con gli esempi di quei comportamenti ci siamo nutriti imparando a conoscere il senso e l’importanza di alcuni valori  come  la dignità ed il rispetto delle persone.

Mia madre soleva spesso ricordarmi che “Cu’ tiempe, ogni scarpa diventa scarpone” e che “Si fai bbene , sta’ tranquille, bbene ricive”.

 

Abbiamo sempre tenuto casa sugli Scotti e fino all’età di dieci anni vi sono stato durante tutte le stagioni.

Serbo dei bei ricordi legati ai giochi vissuti per le strade, tra i campi e nei giardini con i coetanei ma serbo dei ricordi bellissimi legati anche a dei vecchietti che incontravo tutti i giorni scendendo verso il porto; figure di anziani anonimi e solitari che oggi definisco “guardiani del tempo”.

Ero un bambino ubbidiente, e mia madre mi aveva insegnato ad ascoltare gli anziani, a tener conto delle loro raccomandazioni e ad aiutarli in caso di bisogno.

Avevamo nonna molto malata negli ultimi anni di vita e mia madre ne era diventata la naturale infermiera, sia perchè casa nostra era quella più vicina, rispetto alle altre, a casa di nonna, sia perchè, tra le quattro figlie presenti sull’isola (altre tre erano emigrate in America) lei era quella che aveva imparato prima delle altre a fare le punture ed a medicare, grazie ad una predisposizione innata.

Spesso nei momenti di assistenza le facevo compagnia e l’amore e la dedizione con cui accudiva la nonna sono stati per me eccezionali esempi di vita.

Mi era quindi molto facile avvicinarmi ad un vecchietto che mi chiamava, e dare ascolto alle cose che chiedeva.

***

Agli inizi della zona degli Scotti (i cosiddetti Scotti di basso), subito dopo Via Scarpellini, abitavano due fratelli, zio Gennarino (zi’ Gennarine) e zia Carmelina (zi’ Carm’line), entrambi intorno ai settant’anni.

Zia Carmelina era rimasta vedova abbastanza giovane e, quando zio Gennarino, che non si era mai sposato – lasciati i bastimenti – era andato in  pensione, era stato accolto in casa dalla sorella.

Zio Gennarino aveva un viso molto simpatico, con dei grandi baffi alla Vittorio Emanuele III, un viso rugoso ma ben colorito, tanto da sembrare sempre un po’ brillo…

Era invece colorito per il sole che aveva assorbito in tanti anni di marineria e che continuava a prendere seduto, tempo permettendo, per tantissime ore sugli scalini di casa che davano sulla strada.

Io lo incontravo lì, col suo inseparabile sigaro, a guardare per aria. Accanto, un bastone, tratto da un ramo di olivo, pronto a fargli d’appoggio quando decideva di rientrare.

“Uagliò, viene ‘a ccà, o’ zio, dimmi addo’ te ne vai?”

 

“Vade a ccattà ‘u ppane” gli rispondevo avvicinandomi.

Mi passava una mano sui capelli ricci e, accarezzandomi la testa, mi dava un bacio sulla fronte. Sentivo, in quel momento, un forte odore di tabacco che un po’ mi infastidiva, ma che tolleravo per educazione.

– “Zi’ Gennarì, ma pecché guarde sempe ‘u ciele?” – gli chiedevo.

 

E lui: – “Guarde ‘u tiempe, vede cumme se spostene i’ nnuvole e accussi saccio si dimani chiove o ci sta ‘o sole”.

Ed io, di rimando: – “Accussì sai primme si dimmane te può assittà ‘ncoppe i scalini o si invece te fai ‘u sulitarie ?”

 

Lui, scompigliandomi i capelli, con un sorriso appena percepibile: – “Proprie accussì, ‘o zie”.

 

Mi piaceva zio Gennarino quando mi raccontava dei viaggi verso la Sardegna o l’isola d’Elba; mi piaceva soprattutto quando mi parlava del mare in tempesta e dei cambi di rotta che era costretto a fare; si incupiva in quei momenti mentre il volto si increspava come il mare sotto la spinta del maestrale….

Ogni tanto appariva alle sue spalle, sull’uscio della porta, zia Carmelina in un vestito nero, un colore che non aveva più tolto di dosso da quando aveva perso, tanti anni prima, il marito.

Sopra un inseparabile grembiule da cucina (‘u mantisine), in parte tra le mani per essere asciugate.

– “Cumme sta’ ‘a nonna?” mi chiedeva… e subito dopo, decisa senza aspettare che le rispondessi ..

 

– “Stai ienne a basce ‘o puorte, è vero? Me fai ‘na cortesia ‘a zia, mi piglie ‘na palatelle ‘e pane?

 

Ed io: – “Là vache, ‘a zi’…”

 

Mentre entrava a prendere i soldi, compariva appena più giù, di fronte a dove abitava zio Gennarino, sul piccolo cortile di una casa, mal messa per come la ricordo, Mariannina, una vecchietta che lì viveva con Adelina, la sorella muta.

Le conoscevo bene perchè le incontravo ogni volta che scendevo al porto; stavano spesso lì fuori a litigare. Litigare a modo loro, ovviamente, non avendo Adelina l’uso della parola.

Probabilmente c’era tra le due ‘incompatibilità di carattere’, visto che “discutevano” sempre.

Mariannina si faceva forte dell’uso della lingua e Adelina rispondeva con grugniti agitando le braccia come pale di un mulino a vento. Il più delle volte era Adelina a soccombere: voltava le spalle alla sorella e alzava il braccio destro con un gesto dal chiarissimo significato. A dire di Mariannina, Adelina era impicciona. Le stava sempre dietro trascurando così le faccende di casa cui doveva attendere.

Non erano sposate. Non penso avessero parenti… Il loro passatempo preferito era quello di stare il più possibile sul piccolo cortile di casa: a fare due chiacchiere con i dirimpettai Gennarino e Carmelina ma soprattutto a guardare chi passava, una pratica tipica – anche oggi – dei vecchietti solitari, bastevole a riempire i vuoti  di giornate che scivolano sempre uguali e – sempre di più – povere di affetti e di contatti umani.

Pure Mariannina, in caso di bisogno, mi chiedeva di portarle “’a palatella ‘i pane”.

 

Il mio percorso verso il porto proseguiva attraversando “u’ stritte”, un viottolo tuttora esistente che si snoda tra pareti di case e mura alte cinque-sei metri, alternando un tratto pianeggiante ad una serie di scalini.

Un viottolo molto stretto al punto tale che, solo in alcuni piccoli slarghi ove muta direzione, permette il passaggio nei due sensi.

Alla fine degli scalini, là dove la strada diventava normale, mi aspettava Vincenza, una vecchietta piccolina sempre sorridente.

Compariva, richiamata probabilmente dal mio passare di corsa, da un piccolo vicolo con accesso ad un locale situato praticamente sotto il pezzo di strada “d’u’ stritte”, che avevo appena percorso.

Ho sempre pensato fosse una grotta, perchè tale era l’immagine che mi configuravo, se buttavo lo sguardo oltre la testa canuta, quando mi veniva incontro.

Aveva le mani nodose Vincenza, forse per un’artrosi avanzata. Le aveva sempre raccolte come in un gesto di preghiera.

Timida, a bassa voce, anche lei mi chiedeva la cortesia del pane. Il soldo che mi dava lo cacciava da un fazzoletto in cui assieme a pochi altri era custodito.

Quanta compostezza e quanta dignità in quei gesti…

Preso il soldo, correvo veloce affrontando l’ultimo pezzo di discesa di Via Scarpellini, prima di andare incontro  al buon odore del pane che arrivava dalla bottega i Giuanne D’Atri”, in corso Carlo Pisacane.

A volte non portavo con me borse per contenerlo, anche perchè non sapevo, scendendo, quanti “clienti” avrei dovuto soddisfare.

Sapevo però come rimediare, in tali occasioni.

Imbracciati i filoni, dovevo solo riuscire a raggiungere – senza farli cadere, agli inizi di Via Scarpellini – zia Giovanna cui avrei potuto chiedere aiuto. Lì avrei anche incontrato, nella casa a piano terra con l’ingresso sulla strada, zia Velia, per tutti “zizì”, una vecchietta minuta dai bellissimi occhi celesti.

Zizì, seduta su una seggiola, se ne stava ore intere ad osservare la gente passare.

 

Quando entravo a salutarla sentivo sempre un buon odore che veniva da un ramoscello di cedratella che stringeva tra le mani e che ogni tanto si prendeva il gusto di odorare.

– “Zizì, cumme iamme?” – le domandavo.

 

E lei, alzando un po’ le spalle: “Accussì, accussì” (così, così, per dire “non c’è male”).

Molto riservata e molto timida, ci metteva del tempo prima che arrivasse a scambiare qualche parola.

A volte, mi chiedeva di sedermi un po’ vicino a lei, ma lo faceva tardi, quando ormai già ero sull’uscio di casa pronto ad andar via.

Imbarazzato e dispiaciuto tornavo indietro e le promettevo di dedicarle più tempo l’indomani.

Zia Giovanna, intanto,  per aiutarmi nel trasporto del pane mi aveva procurato una federa di cuscino (“’a cuscinelle”) in cui aveva  già calato “le palatelle”.

 

Il trasporto a spalla mi avrebbe così agevolato il cammino ed alleggerito la fatica. E poi, salendo, quel peso si sarebbe diluito man mano, con la cura delle consegne.

Mi aspettava Vincenza da lì a qualche metro e, poi, appena più su Mariannina e zia Carmelina.

L’ultimo tratto, quello più duro, l’avrei fatto con una sola “palatella”, quella riservata a noi.

***

Sono stato compagno di questi personaggi per diverso tempo, praticamente fino a quando, all’età di dieci anni, la necessità di studiare fuori i confini di Ponza non mi ha allontanato dall’isola.

Anche se non mi chiedevano di comprare il pane, quei vecchietti li ho continuati a vedere pure negli anni a venire e fino a quando non ci hanno lasciato, sempre lì sugli scalini, o sugli usci delle porte, o dietro i vetri delle finestre.

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“A guardare il tempo”, come diceva – da buon marinaio – zio Gennarino.

 

“A guardare la gente che passa” come faceva zia Velia.

 

 

“A guardare il tempo che passa” osservo oggi, perchè nel tempo che scorre, ieri come oggi, ci sono vite e storie di cui i vecchi sono testimoni e custodi, con la discrezione del silenzio e della solitudine che spesso li accompagna.

 

Enzo Di Fazio

 

(*) Tutte le foto, tranne la seconda (La famiglia di Silverio Scotti), sono dell’Autore dell’articolo (N.d.R.)

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