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Nodi al pettine

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di Franco De Luca.

La vita di Ponza che vediamo scorrere ogni giorno e che viene evidenziata dalla cronaca  (anche in forma travisata) è la conseguenza della “visione della vita” con cui abbiamo affrontato la realtà degli ultimi 50 anni.

Abbiamo lamentato le storture della società ponzese fin da quando, con l’entusiasmo e la nitidezza dell’adolescenza, vedevamo il paese-Ponza sottostare ai disegni di un’Amministrazione che puntava a realizzarli, insensibile alle sollecitazioni al cambiamento provenienti dai cittadini, e indifferente ad acquisire consenso intorno a quei disegni.

C’era il Potere Politico, in subordine quello Religioso, con accodato quello Intellettuale. Quello Economico, inutile dire che era schierato con chi prometteva affari.

Il fenomeno positivo del turismo venne considerato manna dal cielo. Perché fermava l’emigrazione, perché si differenziava dai  “lavori legati al mare” (pesca e imbarco).

In questa situazione fummo defraudati della Torre dei Borboni, si assisté a eclatanti fenomeni di clientelismo (come la villa a Cala Feola), si lasciò la SAMIP perpetrare gli scavi, con danno dei Fornesi.

L’opposizione a questo potere padronale dell’Amministrazione contrapponeva un lieve mugugno, non un grido. Perché nel gioco della gestione pubblica ci entravano quasi tutti. E la sollevazione che montò affinché si chiudesse la miniera, vide sprofondare nella vergogna l’Amministrazione, perché collusa, ma non vide brillare l’Opposizione, ché si chiuse ad ogni trattativa, ad ogni futura visione (se ne paga ancora la miopia). Gli unici che meritarono per fermezza furono i Fornesi, ché videro concretizzato in atto amministrativo il loro dissenso.

Si governava aiutando la propria parte (o partito) e si concussava la parte avversa. E questa visione  “dualistica” della politica paesana fu perseguita anche da chi venne dopo Sandolo. Non c’è stata una classe dirigente che abbia mostrato di voler governare  TUTTI, e non curare o curarsi della sua parte. Che abbia dimora a Calacaparra, a cala Feola, sugli Scotti, a Santa Maria.

E’ mancato lo “spirito di servizio” e si è fatto prevalere lo spirito di parte.

Con questa visione si sono compilate e si compilano le liste, e con questa visione si è amministrato e si amministra. Con qualche eccezione che non posso tacere e che mi addolora: il primo mandato di Antonio Balzano fu un’autentica rivelazione. Poi si è ripiombati nella contrapposizione cieca e stupida. Cieca perché ha fatto lievitare la disposizione all’illegalità (chi può smentire le abnormi autorizzazioni edilizie negli ultimi mesi di mandato. O la creazione di posti di lavoro  nell’imminenza delle elezioni?). Per cui divenne lecito anche l’indicibile.

Stupida, questa contrapposizione, perché ha distolto dall’osservare il fenomeno turistico. Che  stava diventando di massa. Non più affrontabile con la semplice biancheggiata dei locali da affittare, bensì con strumenti più elaborati. Come le osservazioni di mercato, l’attenzione alle tendenze, la programmazione degli interventi.

Fare il Sindaco a Ponza è stato considerato un passatempo – “difficile mestiere”, se operasse come preconizza Vincenzo Ambrosino – perché i bilanci comunali fasulli ricadono sulla popolazione ignara, che non ha visto miglioramenti nell’efficienza della macchina pubblica e una efficacia nell’affrontare il futuro. D’altronde: se il modello di governo ristagna sulla “sopravvivenza”, non si è consapevoli nemmeno che “stare fermi” significa retrocedere.

Ma anche fare l’opposizione è stato un passatempo, perché il voto contrario non si è mai esplicitato in un’azione efficace. Tanto è vero che si propongono quali Amministratori i soggetti più impensabili, e le liste sono stracolme di partecipanti. Perché? Perché la sedia sul Comune non ti bolla come inefficiente se non operi per il bene comune, e ti permette di decidere qualcosa a tuo favore, se se ne offre l’occasione. In breve: non si ha nulla da perdere, e se accade, ci si può avvantaggiare !

Che sia scorretta questa posizione appare a chi intenda la carica pubblica come  “servizio per il cittadino”, diversamente non la si riconosce come funzione e si pretende, in più, d’essere considerato meritevoli solo per il fatto di sedere in Consiglio.

Questa frattura (morale?) all’interno del corpo sociale produce disaffezione del corpo elettorale verso gli eletti e indifferenza degli eletti nei confronti degli elettori.

Su questo paradigma operano anche le altre strutture pubbliche. La Chiesa, che dovrebbe mirare all’unione comunitaria, non solo è divisa in consorterie, ma ne sviluppa di altre perché arroccata sulla torre della “presunzione” di intoccabilità, invece di costruirsi operativamente una “onorabilità”. Segue la Scuola, indaffarata a salvaguardare posti e istituzioni e non la qualità dell’insegnamento. Il mondo economico nemmeno si pone il problema dell’efficienza e della competitività, perché ha individuato nel “turista che viene e va”, il suo referente privilegiato.

In definitiva, come inserire in questo marasma il convincimento che  “occorre vedere nella nostra identità culturale la fonte dell’economia” – come suggerisce opportunamente Giuseppe Mazzella – piuttosto che lasciare passivamente alle “bellezze naturali” il compito di alimentare il nostro turismo?

E’ una sfida ardua. Io, non per autolesionismo, dico che sarebbe proficuo assumersi la responsabilità di una autocritica. Dalla quale partire per ritessere la rete dei rapporti sociali. Iniziamo a parlare, a distinguere senza distinguerci, ad associarci senza perdere l’identità, a rispettare i pareri senza presunzione di superiorità, ad analizzare mirando all’operatività, ad operare secondo un disegno prefigurato, per un interesse che non guardi solo a utili immediati, ma a un futuro per le giovani generazioni.

Franco De Luca

 

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