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Amedeo Guarino racconta…

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riportato da Franco De Luca

Era il tempo (non molto lontano) in cui il popolo maldicente non lesinava battute salaci sui costumi, non del tutto morigerati, dei frati. I quali erano molto più a contatto con la vita dei cristiani perché spesso lasciavano i monasteri per mescolarsi fra la gente, chiedendo l’elemosina, aiutando nei lavori, consigliando, frapponendo mediazioni e così via.

Un paesano soleva motteggiare il monaco cercatore perché portava lo zucchetto su un lato, e gli diceva, incontrandolo: Zi’  mo’, adderizzate ‘stu’ cappiello!

Il frate bonario non si indispettiva e rispondeva: Lascia sta’, accussì hadda ì .

La cosa si ripeteva spesso e, più l’indifferenza e la pazienza del frate erano forti, più si aizzava e si intestardiva l’insolenza dell’altro.

Finché un giorno l’uomo rinnovò il ritornello: Zi’ mo’, adderizzate stu cappiello!

E l’altro, ormai stufo della cantilena: Quanno soreta nun m’u’ struzzella cchiù, m’u’ adderizzo!

Fu così che l’uomo mise termine alla presa in giro e, in più, si offese, perché quella risposta aveva offuscato l’onestà della sorella.

Non si seppe mai se fondatamente.

 

Franco De Luca

 

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