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L’ho visto con accanto un gatto nero. Lui, traballante, col bastone come terzo punto d’appoggio per un corpo dai chiari segni dell’invecchiamento. Gli anni non sono molti, ma prevalenti sono gli acciacchi. Perché gli anni sono numeri, sono astrazioni, mentre i malanni danno dolori evidenti nella camminata, nella postura, nel viso.
Il gatto gli trotterellava a fianco e lui gli si rivolgeva come ad un compagno, invogliandolo, stuzzicandolo, chiedendogli pareri, rivelandogli le sue preferenze.
E’ facile da questo semplice quadro visivo trarre giudizi. Sulla persona, sul trascorso vissuto, sulle relazioni sociali e sull’umore. Facile perché quel che si vede è la conseguenza di una vita. Sulla quale si può costruire un romanzo, o un documentario; una commedia o una tragedia. L’immaginazione può spaziare a volontà. Ma la realtà è secca, precisa, certa. E’ la vecchiaia. O meglio: è un uomo vecchio.
E come tale esprime il suo stato nell’immagine che ho riportato.
Il suo stato..? Forse esagero. Non conosco i suoi trascorsi professionali e nemmeno la sua condizione economica e nemmeno quella familiare… eppure ha come compagno un gatto. Di cui è nota la facile accondiscendenza all’uomo che lo sazia. Ma l’uomo, lui dico, deve godere di scarsa socialità se dialoga con un gatto. O forse, se non scarsa, difficile socialità. Eppure quel parlare a chi non ascolta rivela un bisogno impossibile da tenere inespresso: il bisogno umano di partecipare interattivamente con quanto si muove nell’universo intorno e in quello intimo.
Sto debordando dall’argomento, mi sto facendo prendere la mano dalla compartecipazione… Perché?
Perché la realtà dei vecchi è molto evidente intorno a me, anzi, è evidente sull’isola. Molto più apparente, più assillante. Sottolineo questo aspetto e, se potessi, consiglierei a chi governa la nostra realtà civica di considerare di più questo fenomeno della comunità isolana.








