I commenti allo scritto del 2 novembre

a cura di Tano Pirrone

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I buoni scritti sui morti attirano più dei brutti scritti sui vivi. Affermazione non apodittica, ma verificata dall’accoglienza che ha incontrato il mio racconto (mix equilibrato di ricordi e fantasia): I morti pazienti e cortesi si facevano di lato per farci giocare.
Le urgenze di raccontare la propria infanzia, la propria fanciullezza e gli anni più difficili della maturità, non in fluida continuità ma a sprazzi, secondo bisogna, si sposano con la guadagnata facilità di scrittura. Il tema della morte, poi, se trattato con levità è un tema che a molti interessa; lo dimostrano i messaggi e lettere che mi sono giunte. Ad ognuna ho risposto personalmente, poi, ho pensato di farne conoscere i contenuti (di messaggi e risposte), renderli noti perché come tessere del Dòmino, facendone cadere una, tutte possano cadere. Ne ho selezionati alcuni, ché la lunghezza non favorisce.
Buona lettura.
T. P.

Caro collaboratore… (cliccare per ingrandire)

Ciao Tano, ho letto la tua descrizione del giorno dei “morti” quando eravamo ragazzini. Mi hai fatto ricordare quei momenti di grande attesa per un giocattolo. A differenza di te, che sei riuscito a scoprire chi portava i regali, io mi sono sempre addormentato prima di quel momento speciale. Ma sono stato informato alla perfezione dei ragazzi più grandi di me con i quali giocavo in strada. (V. G., amico. 1)

T. P. – Era quello il momento in cui si scopriva la “tremenda” verità, che segnava la fine dell’innocenza e ci faceva transitare fra gli stuoli sterminati ed amorfi degli “adolescenti”, con le urgenze della nuova identità, le nuove pulsioni del sesso ed il relativo grande buco nero in cui ognuno s’infilava inconsapevole spesso disagiato.

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Bello il tuo racconto ma pensavo fosse il 13 dicembre Santa Lucia il giorno dei regali per i bambini! (A. P., amica. 1)

T. P. –
No, in Sicilia, quando c’erano ancora gli Umani, i bambini trovavano i regali portati dai loro morti e festeggiavano il 2 novembre. Per Santa Lucia la tradizione prevedeva la preparazione della “cuccìa” un piatto “dolce” fatto con il frumento, che lasciato al buio a macerare s’ingrossava, come piccoli occhi, ricordando secondo alcuni la tradizione del martirio della Santa siciliana cui furono cavati gli occhi perché rifiutò di abiurare la sua religione. Ci sono molte ricette sul web, ma io mi fido solo di un testo sacro di cucina siciliana “Profumi di Sicilia. Il libro della cucina siciliana” del grande Giuseppe Coria (Vito Cavallotto editore, 1981, 2006, seconda edizione); dal testo sacro trascrivo in nota, indegno amanuense, storia e ricetta (1).

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A proposito… chi t’ana puttatu i morti? Ho già letto il tuo “pezzo” molto bello giusto per questa giornata che non è più festiva, come mi sarebbe piaciuto, in cambio di tutti i Santi (C. G., amico. 2).
T. P. – A me nulla, ormai. Ma i regali sono arrivati comunque come messaggi che i miei amici lettori mi hanno inviato parlando dell’argomento della morte e dei “morti”, vera festa dei Santi, dei santi di ognuno, dei Lari, le entità protettrici di ogni casa, di ogni famiglia. Lo scrive anche quel po’ po’ di filosofo che fu Sant’Agostino ne La città di Dio, IX 11: «Dicit quidem et animas hominum daemones esse et ex hominibus fieri lares, si boni meriti sunt; lemures, si mali, seu larvas; manes autem deos dici, si incertum est bonorum eos seu malorum esse meritorum.», e cioè: «[Apuleio] afferma inoltre che anche l’anima umana è un demone e che gli uomini divengono Lari se hanno fatto del bene, fantasmi o spettri se hanno fatto del male e che sono considerati dèi Mani se è incerta la loro qualificazione». Altro che le sbrillucciacanti aureole della iconografia cristiana!

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Caro Tano, il tuo articolo mi ha tanto commosso e rallegrato. Che invidia provo per questa vostra esperienza meravigliosa e magnifica. È proprio vero che siamo fatti della pasta di chi ci ha preceduto e che modo migliore di questo per festeggiarlo e ricordarlo? Mi ha fatto pensare, sebbene diversissima, alla scena iniziale di Volver (film di Almodòvar; 2006 – ndr), dove le donne vanno a pulire le loro tombe ed è occasione di festa e allegria. Mi trascriverò questa frase: «Questo dovrebbe insegnarci a conservare i ricordi perché poi possano essere trasmessi, diventare legame, fune, destino; mai catena, ché la catena costringe e affonda, alla fune, invece, ci si aggrappa e spesso ci si salva». Ho appena ricevuto un racconto di Camilleri che […] da buon conterraneo ricorda ugualmente la notte […]del 2 novembre. Lo incollo qui di seguito per chi non lo conosce (omissis) (2) (L.D. T., amica. 2)

T.P. – Straordinario racconto, quello di me cumpari Camilleri che declina la tristezza per il trasformarsi di tradizioni centenarie in banali riti commerciali importati e imbellettati “pro stultibus”. La frase di Montaigne riportata in coda alla novella è proprio un feroce colpo di coda: «La meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire».
Il memento mori non è e non dev’essere un momento di tristezza, ma, come per i giochi dei bambini in mezzo alle tombe, un momento fondamentale di gioia per la vita.

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Grazie. Anche se non ho molti morti nella mia storia, nelle mie corte radici (ed è un dispiacere sottile). Niente tombe e pochi ricordi, niente regali (e questo è veramente triste) ed attese nel buio, solo il nome in eredità, per caso, visto che sono l’ultimo nato in famiglia e, semmai, spettava a mio fratello maggiore (A. C., amico. 3).

T.P. – Noi siamo
anche la numerosità della nostra stirpe, l’ampiezza del fiume umano che, dall’inizio della Storia, continua ciecamente il suo cammino, senza senso e spesso senza consapevolezza. Ma la guida del cammino e la responsabilità di esso è sempre e solo individuale, di ciascuno di noi, senza se e senza ma…

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Caro Tano, ti ringrazio del tuo argomentare, che condivido in pieno, e che tu esprimi magnificamente. Ti offro un mio ricordo. Molti anni fa, eravamo nel 1972, in un viaggio di studio in Svezia andai a visitare un cimitero vicino Stoccolma (Skogskyrkogården) progettato da due architetti molto noti, Asplund e Lewerentz; rimasi senza parole: un bosco, prati verdi e curati, amplissimi, viali alberati, mamme con carrozzine e bambini che giocavano a pallone, in spazi immensi ed assolati; i Campi Elisi, insomma. Quelle che vedevo mi apparvero subito come le vere immagini del destino, e non le ho mai cancellate in me. Sono sicuro che ci sarà sempre un bambino che prenderà a pallonate una croce, palo di una porta immaginata, e se non sarà mio nipote, bene lo stesso (ancora A. C., amico. 3…).

T. P. – Neanche io ho ancora nipoti: in “produzione” si lavora per dare risposta al mercato: ho fatto sapere che se sarà maschio vorrei si chiamasse Tano, non Gaetano, poco moderno, ma Tano, come sempre mi sono e mi hanno chiamato. La filiera potrebbe teoricamente interrompersi, ma sappiamo bene che sono modi figurati, letterari per rappresentare l’unica cosa certa che conosciamo sull’argomento: che della fiumana e del senso che l’accompagna nulla sappiamo e, per quel che mi riguarda, nulla m’importa. Certo sarei felicissimo di chiudere gli occhi sapendo che riaprendoli rivedrei il muso di Bam davanti agli occhi ed avvertirei la sua prestigiosa dolcemente ruvida lingua slurparmi tutta la faccia…
Ho visto su Google il cimitero di cui scrivi e mi sono ricordato di quel cimitero tunisino nel giorno di una festa, pieno zeppo di persone, che mangiavano sedute sulle tombe; e dei bambini che intorno giocavano.
I bei cimiteri servono, però, ai vivi per avere un’idea pacifica del “dopo”, non certo ai morti, che nel “dopo”, per modo di dire, già stanno.

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Tano, davvero bello questo racconto sui morti e sulla tradizione siciliana che mantiene un legame gioioso tra i vivi e i morti. La prima volta che andai al Verano avevo un po’ paura di trovarmi in un luogo cupo, tetro, già pronta alle inevitabili lacrime: rimasi così sorpresa di scoprire un posto pieno di alberi di fiori di sole dove i morti sembravano riposare tranquilli o pronti a discorrere con noi che andavamo a trovarli. Come “Amica. 2” anch’io mi segnerò quella bellissima frase: dobbiamo conservare i ricordi perché poi possano essere trasmessi, diventare legame, fune, destino, mai catena…”.
Bello anche il racconto di Camilleri.
Quando stavo a Milano si mangiava il Pane dei morti, uno squisito sfilatino dolce con mandorle uvetta e non so che altro. Qui a Roma immancabilmente mangio le fave dei morti, che si trovano soltanto in due pasticcerie: Natalizi e Dagnino. Anche queste a rischio d’estinzione…
Un abbraccio (L. P., amica. 3)

T. P. – Le fave dei morti sono piccoli e morbidi biscottini tipici di tante regioni italiane dove vengono preparati in occasione delle festività di Ognissanti: a cavallo tra l’1 e il 2 novembre la leggenda vuole che i defunti vengano a visitare il mondo dei vivi, i quali per allietarli preparano dei dolcetti, da qui il nome.
Ci sono numerose ricette delle fave dei morti ma l’ingrediente principale è per tutte la mandorla: una versione molto comune prevede mandorle e pinoli tritati finemente, impastati con zucchero, uova e farina e aromatizzati con cannella, scorza di limone e un cucchiaio di grappa. Domattina passo da Natalizi… e vi saprò dire!

Note

(1) – Cuccìa. Frumento Lessato (XIII-76, pag. 517) – «[…] Il grano, a chicchi, cotto e condito nelle forme salate (vds V-5) o dolci, non è solo una preparazione siciliana, ma lo si trova in una fascia che parte dal Medio Oriente e che – attraverso la Grecia e la Jugoslavia – copre una buona parte del bacino del Mediterraneo. Il grano cotto, ed addolcito, in Italia si trova in Puglia, Lazio e Basilicata. In Sicilia è di antica tradizione, e molte leggende sono ad esso legate. Una racconta che nel XVII secolo l’isola fu scossa da grave carestia ed a Siracusa (altri indicano Palermo), dove la fame si faceva maggiormente sentire, il giorno 13 dicembre (Santa Lucia) arrivò una nave carica di frumento. La popolazione non perse tempo a macinare il grano, ma lo lessò e se ne nutrì subito. Era così nata la “cuccìa”, dal dialettale cocci e cuocci (3), come vengono indicati i chicchi di frumento, ma forse anche dal xuxéon greco, miscela o bevanda di farina addolcita. In Africa, in Egitto, la stessa preparazione è oggi nota col nome di Kesc. È un piatto tradizionale per S. Lucia quasi ovunque […] Un tempo si usava prepararla ed offrirla agli amici, parenti e darne perfino agli animali di casa (4). Ricordo infine un’usanza di tradizione siculo-albanese, che prevede la distribuzione della cuccìa ai poveri il giorno della morte di un parente stretto […]

(2) – Il racconto di Camilleri, omesso, è leggibile su Ponzaracconta: Il Giorno dei Morti, di Andrea Camilleri

(3) – Per estensione, in Sicilia, chiamiamo cocci i foruncoli, compresi quelli derivanti dalla devastante invasione dell’acne giovanile.

(4) – Una o due volte l’ho data a mangiare a Bam, la mia indimenticabile Bam, che la mangiava con molto gusto.

 

1 Comment

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  1. Tano Pirrone

    11 Novembre 2021 at 18:55

    Sto rileggendo un libro magnifico che viene da un tempo lontano, che poi è il tempo mio del ricordo, o di pochi anni dopo – non che faccia molta differenza, ché in quegli anni erano più lenti e più lunghi. Il libro è “Le parole sono pietre” di Carlo Levi, ed ha come sottotitolo “Tre giornate in Sicilia”.
    E’ autunno, è stato al seguito del sindaco di New York, Vincent Impillitteri, tornato a visitare il paesello natio di Isnello, in provincia di Palermo, oltre il mare bellissimo, nella terra dei feudi. Ora vuole andare a Lercara Friddi, il paese di Lucky Luciano per visitare le miniere di zolfo; il suo accompagnatore lo porta prima in giro per Palermo nei quartieri “periferici” del centro città: è «lo spettacolo dei “bassi” di Napoli, di cento altri luoghi e città del Mezzogiorno, tra una folla misera e gentile. In ogni porta c’è un artigiano che lavora, circondato dagli stormi turbinosi dei bambini. Alle finestre appaiono visi di donne, numerose da riempire tutto il vano, e occhi brillanti e lucenti, e mosse ritrose. In un angolo, davanti a una stanzetta nera, seduto su una sedia sgangherata, un vecchio costruiva con pazienza Paladini di Francia. Aveva un piatto pieno di teste, come per un pranzo cannibalesco, e le infilava sugli uncini dei colli, sopra le armature. altri paladini, di zucchero, con meravigliosi colori e armi d’argento e d’oro e pennacchi rossi e azzurri sugli elmi, stavano nelle vetrinette di qualche oscura bottega, insieme a rosee donne nude a cavallo di un gallo, e a dei Bartali in bicicletta. Erano i primi a comparire, di quelli che si devono dare ai bambini per la festa dei Santi, il primo novembre; e si comprano a rate, portando, quando si hanno, le cinque o le dieci lire, finché alla fine di ottobre, si finisce, se si può, di pagarli e si portano a casa».
    Levi confonde i Santi con i Morti, generi ben diversi e ben poco coincidenti, ma la suggestione rimane e ne fa una preziosa testimonianza.

    Da: Carlo Levi, Le parole sono pietre. Tre giornate in Sicilia, Saggi 196, Einaudi editore, sesta edizione 1958

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