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Ri-fare la scuola (6). “La ‘classe’ va cambiata”

di Bruno Santoro

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E’ bastato un accenno al cambiamento del ‘modello classe ‘ del neo ministro della Pubblica Istruzione – si chiama ancora così o è stato cambiato anche questo? No, perché una cosa è la “pubblica istruzione” ed un’altra è genericamente “l’istruzione”, che può essere pubblica e privata… – a scatenare un dibattito furibondo ed uno scontro epocale tra le diverse ‘anime’ che agitano sotto la superficie, ma neanche tanto, il mondo della scuola.
Di solito la materia del contendere è il concetto di ‘innovazione’ e, collegato a questo, per una questione di semantica neo-positivista (cioè di trucchetti logico-dialettici per impadronirsi di un concetto e poi gestirlo a proprio interesse), quello di ‘didattica digitale’.
Nelle successive articolazioni ci si scontra regolarmente sul significato della scuola nella società, sul rapporto che ci dovrebbe o non dovrebbe essere con il mondo della produzione, sull’identità dei nuovi soggetti dell’istruzione, sulle caratteristiche di una didattica efficiente, sulle possibili formule del successo formativo.

Neanche a dirlo, nonostante un intenso confronto e scontro, i problemi della scuola sono però rimasti sempre gli stessi: alti tassi di dispersione scolastica e di insuccesso formativo, elefantiasi normativa e burocratica, scarsissima cultura pedagogica e didattica proprio in quelli che sarebbero gli specialisti della formazione, scarsissima considerazione del percorso formativo garantito dalla scuola nel mondo ad essa esterno (in verità molto alimentato da editoria interessata…), quasi nulla conoscenza delle iniziative meritorie che tanti ottimi docenti da anni innescano ed animano nelle loro difficili realtà, impossibilità di progressione di carriera per i docenti, retribuzioni appiattite sull’anzianità piuttosto che sull’iniziativa e così via.

Che la didattica nella scuola italiana non risultasse più adeguata ai tempi è cosa nota e risaputa da almeno un quarto di secolo: tutte le analisi concordano sulla necessità che essa venga aggiornata, visti i risultati, e che si individuino protocolli di lavoro nuovi e più adatti, sia alle trasformazioni tecnologiche che a quelle sociali accadute negli ultimi trenta o quaranta anni. Sembra in effetti abbastanza anacronistico che si continui a ‘fare lezione’ sostanzialmente come si faceva logisticamente 50 anni fa: perciò si discute di didattica e quindi della ‘classe’.

Il ministro ha detto che ‘la classe, come unità organizzativa, va cambiata’ e vanno individuati nuovi modelli di lavoro scolastico. Una ‘didattica laboratoriale’ e diversi protocolli di lavoro potrebbero disegnare una metodologia di insegnamento ed apprendimento più efficace rispetto a quella attuale.
Apriti cielo.
E’ sembrata una dichiarazione di guerra in cui il portavoce di biechi interessi confindustriali proponesse cambiamenti epocali nella logica di una scuola totalmente asservita agli interessi del grande capitale, affossando un modello didattico e metodologico, quello della classe come gruppo di pari età che condivide un percorso di apprendimento progressivo nelle varie discipline, che invece sarebbe ancora insostituibile e alla base di un percorso formativo altrimenti irrealizzabile.
Gli interventi critici evocano quindi scenari orwelliani o chapliniani di un mondo industrializzato e inclinato alla ricerca del profitto attraverso lo sfruttamento dei tecnici e dei lavoratori: un mondo nel quale l’istruzione coincide con l’addestramento, in cui la scuola superiore e professionale mantiene stretti rapporti con il mondo della produzione, in cui gli studenti sono visti soprattutto e senza tanti ‘orpelli culturali’ come futuri tecnici specialisti dell’industria 4.0, in cui gli investimenti devono essere seguiti da un congruo rendiconto in termini di efficienza tayloristica (1) degli apprendimenti a scapito delle ‘nicchie culturali’ privilegiate e obsolete del mondo delle lettere e dei classici.

E’ tristemente vero: esistono ambienti finanziari ed industriali che concepiscono la scuola e la scuola pubblica solo come ‘preparazione al lavoro’ e come ambiente di pre-addestramento al sistema competitivo e selettivo dell’iniziativa di impresa. Da parte loro questi ambienti fanno pressione sul governo perché venga trasformato il sistema di istruzione in un sistema misto e paritario tra pubblico e privato, dove quello pubblico dovrebbe recitare la parte di ‘opportunità per i meno facoltosi’ lasciando a quello privato, ma ben finanziato dalla Stato, il ruolo di ‘scuola di eccellenza’ nella quale si formano coloro i quali, all’uscita, potranno godere dei frutti del loro investimento: migliori opportunità di impiego, responsabilità e guadagno. Non solo la classe dirigente del paese potrebbe essere formata quindi da Scuole Superiori come quella di Pisa – riservate a pochissimi, eccezionali e facoltosi virgulti – ma anche manager, amministratori, economisti e professionisti di alto livello potrebbero godere di un percorso riservato e agevolato pari al costo della formazione stessa.

Come si vede: entrambe (e tristemente note) posizioni ideologiche, radicali, distorte ma non pari: la prima si arrocca a difesa di una struttura valoriale onestamente rivolta al bene comune; la seconda propone – e propone sperando di renderlo meno indigesto -, la legittimità di percorsi differenziati per censo e orientati esclusivamente al profitto privato. 

Ma “la classe”, effettivamente, è molto vecchia (per tornare al punto) come soluzione didattico-organizzativa. E già!
Perché questi sono i veri punti della questione: gli apprendimenti, il significato che noi vogliamo dare alla istruzione e alla formazione, la ‘visione’ che vogliamo rilanciare della scuola, visto che ormai, dopo un anno di chiusura forzata, sembra chiaro a tutti quale sia l’importanza dell’organizzazione scolastica nella vita sociale e della didattica ‘in presenza’, pur in un mondo dove son possibili alternative, sussidi didattici, materiali ben diversi da quelli disponibili solo venti anni fa.

Intanto tentiamo di ricordarci gli articoli della Costituzione Italiana che parlano di una scuola “pubblica e statale, gratuita, che offra a tutti pari opportunità di istruzione”: e che se qualcuno vuole frequentare una scuola privata, confessionale o economicista (2), deve farlo ‘senza oneri per lo Stato’: insomma, se la paghi!

Di che cosa si parla quando si parla di ‘classe’ sarà oggetto del prossimo intervento.

 

Immagini: da “Tempi moderni”, film muto di Charlie Chaplin del 1936

Note (a cura della Redazione)

(1) – Il taylorismo è una teoria riguardante il management esposta da Frederick Winslow Taylor (1856-1915) nella sua monografia del 1911: The Principles of Scientific Management (L’organizzazione scientifica del lavoro): lo studio della sequenza di movimenti attuata dagli operai per arrivare al massimo rendimento col minimo sforzo.

(2) – Con il termine economicismo (o economismo) si intende la riduzione della vita sociale, politica, culturale ai principi economici considerati preminenti su tutti gli aspetti della vita umana.

[La scuola (6) – Continua]

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