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Negli Stati Uniti è l’ora delle donne

Segnalato da Sandro Vitiello

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Ieri negli Stati Uniti, nella sua capitale -Washington- Biden ha giurato pubblicamente come quarantaseiesimo presidente della nazione americana. E’ stato l’epilogo naturale di un processo tutt’altro che convenzionale.
Abbiamo ancora negli occhi l’assalto al Campidoglio e giorno dopo giorno si aggiungono dettagli a quello che si configura sempre più come un tentativo di colpo di stato.
Uomini preparati, incitati da Trump – ormai ex presidente – hanno cercato di annientare i rappresentanti del Congresso e di uccidere l’ex vice presidente Pence. L’obiettivo era chiaro: Biden non doveva diventare presidente.
Oggi possiamo parlare di uno scampato pericolo.
Intanto ieri abbiamo visto sulle scale del Campidoglio – il parlamento americano- celebrarsi la cerimonia di investitura di Biden.

Non abbiamo solo assistito ad un vecchio rituale; da quelle parti si è visto con grande  evidenza affermarsi un’idea nuova di America.
Protagoniste sono state soprattutto le donne: donne delle istituzioni, donne dello spettacolo, donne della cultura, donne appartenenti a minoranze etniche o originarie di altre parti del mondo.
Vi proponiamo una lettura di questa giornata con le parole di Gianmarco Bachi, voce storica di Radio Popolare.

Lady Gaga

Più che il passaggio da Trump a Biden ieri a Capitol Hill si è celebrata una transizione forse storica dal maschile al femminile. Tutto il cerimoniale è stato una festosa e vitale celebrazione del femminile.
Cerimoniale che nella storia degli Stati Uniti, la più grande factory di simbologia moderna, non è mai casuale.
Abbiamo visto tante donne meravigliose, sorridenti, colorate. E accanto a loro un nutrito drappello di maschi da geriatria: gli ex presidenti, busti imbiancati da monte Rushmore, ingessati dalla postura istituzionale o forse dall’artrite. Tutti. Democratici e repubblicani. Fossero Bill Clinton o George W. Bush. Tutti.
Compreso Bernie Sanders con le sue moffole da anziano sulla panchina del parco. Compreso Joe Biden, col suo sorriso emozionato e senile. Quasi il ritratto nostalgico di un’America rimpianta e scomparsa, più che l’immagine di una nazione ritrovata che torna a guardare al futuro. Per certi versi l’incarnazione di un Paese che liquida le mattane dello sregolato zio pazzo per tornare all’accogliente bonomia dei nonni.
Uomini e donne fianco a fianco. Come l’inverno e la primavera. La presidenza Trump è stata tante cose. E tra le tante ha rappresentato plasticamente l’aberrazione del maschile.
Ieri si è spalancato un mondo di separazione tra il cafonal machista di The Donald e il passo dritto di Kamala Harris. Con il second gentleman a braccetto. Con quel colore viola mutuato da Shirley Chisholm, la prima donna nera ad essere eletta al Congresso degli Stati Uniti, la prima candidata alla presidenza nelle primarie democratiche.
Nella gallery delle istantanee di giornata c’era Kamala e c’è Lady Gaga, vestita da Lady Gaga, che canta da Lady Gaga, con quel microfono d’oro che sarebbe da festa dei Sopranos e che invece è perfettamente a tono perché lei è Lady Gaga.

Kamala Harris

C’è J Lo, in bianco neve, lei che di bianco ha solo quello, che ti fa quasi tenerezza al pensiero che tocca pure a lei e invece canta a tono e chiude con un “Libertad y justicia para todos” che pare il barrio alla notte dei Grammy Awards.
C’è la poetessa afro americana. Che detto così fa un po’ Ecce Bombo. E invece neanche un po’.
Ci mette dreadlocks e parole di ragazza, che fanno suonare slam poetry anche la retorica della collina.
E poi c’è Michelle Obama che solo a passare di lì si prende la scena. Lei e Barack: gli Obama, sovra genere del maschile/femminile. Che paiono Batman e Catwoman. L’idea platonica di coolness o di fighitudine. Che magari non sarà categoria da protocollo presidenziale, ma rende perfettamente l’idea.
Donne Donne.
Kamala, Michelle, J Lo, Lady Gaga. Quasi il cast di Sex and the City che ruba il passo, la scena, il futuro, a quel che resta dell’impolverato mondo antico dei vecchi cowboys.
Un manifesto del femminile come raramente si è visto.
Anche in Jill Biden, così diversa dalle altre, nel suo turchese Pleasantville, così intrinsecamente normale nel suo non sapere gestire l’emozione del momento.
E poi la prima donna latina alla Corte suprema che legge il giuramento di Kamala Harris.
La prima donna afroamericana capitano dei vigili del fuoco che giura fedeltà alla bandiera…

Andrea Hall

E donna è anche Melania, a cui l’addio ha strappato il miglior sorriso da first lady che le si sia visto in volto nei quattro anni della presidenza.
Sorrideva anche lei, da ostaggio finalmente liberato, mentre il marito pronunciava la tipica frase che pronunciano i cattivi alla fine del film: “In qualche modo torneremo”. La minaccia che spalanca il sequel, mentre intanto infilava nella valigetta gli asciugamani della Casa Bianca e si incamminava sul prato, immerso nel kitsch trionfale di una “My Way” di Frank Sinatra sparata a palla nei cieli di Washington, mentre l’elicottero lo portava via forse per sempre dalla Casa Bianca.
Ecco. Se c’è una chiave di lettura per l’idea di mondo che si è affacciata ieri sulle gradinate di Capitol Hill è proprio la trainante forza generativa del femminile.

Amanda Gorman

 

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