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Anno che viene, anno che va (3)

di Francesco De Luca

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Presento la terza riflessione preannunciata nel precedente articolo: l’intento prioritario oggi consiste nel riuscire a fermare l’esodo invernale della comunità ponzese.

Il proposito presenta un’ampia prospettiva ed ha bisogno quindi di una analisi ad ampio spettro. Non si tratta infatti di considerare soltanto l’aspetto economico, nonostante sia quello che di solito viene tirato in ballo (specie dalle forze politiche, quando  interpellate).

Non sono d’accordo, perché l’economia è espressione di una comunità, ed essa è strutturata in modo complesso e vario. Se non lo è vuol dire che la comunità si è già liquefatta o è divenuta forza-lavoro di capitali  ‘esterni’ agli isolani. Forse anche incarnati (questi capitali) da ponzesi ma del tutto chiusi alla storia dell’isola e alla sua proiezione nel futuro.

Economicamente Ponza ha una sua ‘valenza’ considerevole. Anche potenzialmente ha un suo sbocco. Indipendentemente dagli agganci alla storia e al passato dell’isola.

E’ una economia fragile (stagionale), non ben congegnata (priva di programmazione), poco affidabile (soggetta alle bizzarrie del meteo), ma che ha creato strutture convincenti (alberghi, case in affitto, ristoranti, bar, pontili) con una loro ‘solidità’ (patrimoniale e finanziaria) non trascurabile.
Il turismo è stato assorbito dall’isola come suo motore economico primario, ed ha sviluppato una rete di implicazioni sia riguardo alla ‘domanda’ sia riguardo all’ ‘offerta’.

Ponza è un’isola completamente votata al  turismo. In forza della sua natura geografica, della dislocazione, della conformazione naturale, e della sua evoluzione culturale.

Ha una portata economica notevole, un potenziale altrettanto notevole, una coscienza economica che si sta sviluppando lungo le direttive turistiche. Ma tutto ciò non basta per garantire una stanzialità residenziale annuale.

Stagionale è il turismo e stagionale è la permanenza dei residenti.

Ed è questa la ragione per cui ho scritto che i fattori da considerare e sui quali agire, sono tanti.

C’è infatti anche il fattore sociale. La comunità isolana è formata prevalentemente da anziani. I quali, gioco forza la loro condizione, hanno bisogno di cure. Nell’isola la cura della salute è precaria, anche perché dipendente funzionalmente dalle condizioni meteo-marine. Per cui l’anziano che ne ha possibilità sverna in continente. Il che produce sull’isola effetti negativi nelle relazioni commerciali. I negozi di prima necessità si assottigliano. Anche in conseguenza dell’esodo di intere famiglie. Che hanno a cuore lo studio dei figli. La Scuola a Ponza non è considerata di qualità perché non trova attenzione presso le autorità che la supportano: lo Stato e il Comune. Funziona al limite della sopravvivenza. Nei locali, negli insegnanti, nelle possibilità di insegnamento.

E’ una situazione tollerata, non sostenuta, tantomeno privilegiata.

Tutto questo è avvertito dalla gente che, se può, lascia l’isola. Va in terraferma, dove i figli possono godere di possibilità adeguate di crescita, dove i nonni possono essere curati, dove i genitori trascorrono una vita alla pari con quanto si vede sciorinato nelle immagini televisive.

Il tutto però è vissuto con senso di colpa. Perché l’isola ha richiami affettivi e percettivi non trascurabili. In terraferma a tavola c’è la ricchezza del supermercato, ma nel pomeriggio ci si abbandona ai ricordi e si vorrebbe sentire il ruggito del mare in rotta sulla marina, e il vento di levante che impone di raccogliere i panni stesi, e la campana che invita alla preghiera per la ‘candelora’, e il puzzo dei ‘rutunne arrustute’, e la bestemmia a bocca stretta verso quel vento che ha bruciato le cime delle fave appena spuntate.

Manca la ‘vita isolana’ e il suo perpetuarsi nei gesti, nelle pietanze, nei motti. Manca una ‘sostanza’ alla vita. Che si perde perché essa trascorre nella partecipazione non nella narrazione. E ciò si svolge all’interno di un nucleo famigliare.

Ed è perciò responsabilità degli individui partecipare a quest’opera di trasmissione, di cui ogni cultura ha bisogno.

Ma la società ponzese, in quanto isolana, e in quanto società formata da coloni, ha bisogno di interventi ‘statali’, ‘istituzionali’, per garantire la sua continuità. Ne ha avuto bisogno fin dai Borbone e tuttora non ne può fare a meno. Ha bisogno che l’autorità comunale supporti in modo ponderoso la continuità culturale della comunità.

Il lettore attento avrà notato che ho evitato di scrivere all’inizio dell’articolo come ‘l’intento prioritario oggi consista nel fermare l’esodo’, tacendo che il soggetto preposto ad assumersi l’onere di tale intento è l’Amministrazione comunale. La quale, potrà pure riaprire la cala di Chiaiadiluna, e fare il porto a Le Forna, e spostare l’attuale attracco in un sito migliore, ma se non si metterà a discutere sul futuro  ‘umano’ della comunità ponzese, questa deperirà inevitabilmente. Portandosi dietro il degrado del territorio. Perché la fragilità del territorio di Ponza è cosa certa. In balia degli elementi o dell’avidità umana, il territorio diventerà merce e come tale venduto e svenduto. Per valorizzarlo occorre che ci sia una comunità che sul quel territorio abbia scritto la Storia.

Quarta riflessione: il futuro di Ponza dipende, a mio avviso, da una presa di coscienza della comunità di sentire il peso e l’orgoglio di vivere in un territorio con una storia che deve continuare ad essere illuminata dal suo piccolo faro.

Ne parlerò nel prossimo articolo.

 

NdR: le foto inserite nell’articolo sono di Silveria Aroma

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